La mia caffetteria preferita ha chiuso: racconti di gentrificazione a Barcellona

proteste sui tetti di barcellona contro la gentrificazione

Pochi giorni fa ho scoperto che una delle mie caffetterie preferite di Barcellona, il Tarannà Café (di cui avevo scritto agli albori di questo blog), ha tirato giù l’insegna e chiuso i battenti.

Purtroppo non è una notizia sorprendente: nel corso degli anni chi vive a Barcellona ha visto ripetersi questo triste rituale innumerevoli volte. Lo staff del Tarannà Café, un locale veramente delizioso del barrio di Sant Antoni, di quelli accoglienti non solo nella decorazione ma anche a livello umano, ha spiegato molto bene il motivo di questa decisione:

Ce ne andiamo da qui perché non ci piace ciò che è diventata carrer Parlament (la zona in cui si trovano il Tarannà e altri locali molto carini e popolari, ndt). Questa, sette anni fa, era una strada normale di un quartiere normale. Negli ultimi tre anni sono successe cose incredibili: non vengono più concesse nuove licenze per i bar però vediamo locali che riscono a cambiare la licenza già in loro possesso, e ogni due mesi apre un locale nuovo. La maggior parte di questi sono catene di franchising o immobili di grandi investitori. Il Tarannà è un’altra cosa, fa parte di una scena di bar come il Federal, il Calders o il Cometa che hanno dato una nuova identità popolare al quartiere. […] È tempo di lasciare un quartiere in cui tutti gli affitti sono aumentati in modo insostenibile, cosa che ha creato un brutto ambiente con i vicini. E noi non vogliamo più farne parte.

(Qui la versione originale dell’intervista in catalano.)

Ecco un altro locale iconico di un angolo accogliente di Barcellona che chiude per via della speculazione edilizia.

La gentrificazione a Barcellona: è una strada senza ritorno?

La prima volta che ho sentito il termine “gentrificazione” stavo guardando una puntata di Sanremo. 2011, otto anni fa.
Fra gli ospiti internazionali c’era Robert De Niro che iniziò a parlare di New York e della trasformazione del quartiere in cui è cresciuto, Little Italy.
Con il compito di occuparsi della traduzione simultanea, Elisabetta Canalis, che non si aspettava di dove fare i conti l’aggettivo gentrified, e non riuscì a tradurlo (qui il video, intorno al minuto 05:00).

Prima di tutto, una definizione: cosa vuol dire gentrificazione?

Gentri-che…?
Né in Italia né in Spagna, otto anni fa, si parlava apertamente del fenomeno della gentrificazione: eppure sarebbero bastati pochi altri anni per introdurlo nel nostro vocabolario, leggerlo nei titoli dei giornali, e scaricargli tutte le colpe quando i nostri padroni di casa avrebbero iniziato ad aumentare il canone d’affitto.

Se ancora non avete avuto il piacere di scontrarvi con questo fenomeno, eccolo spiegato in poche parole:
la gentrificazione è ciò che succede quando un quartiere viene “rimesso a nuovo” e reso più appetibile per attrarre abitanti con un potere d’acquisto maggiore di quello delle persone che già ci vivono.

Prendiamo ad esempio la Barceloneta

A Barcellona uno degli esempi più eclatanti degli effetti della gentrificazione è il barrio della Barceloneta.
In origine quello era un borgo di pescatori, unico lembo della città che avesse accesso al mare inteso come luogo di divertimento (esatto, Barcellona non era la vibrante città di mare che conosciamo oggi); tutto il resto era un porto commerciale.
La Barceloneta era anche un po’ terra di confine, zona grigia dove era meglio non imbucarsi, rifugio di alcune delle frange più povere della popolazione barcellonese. Il barrio si fermava dove ora sorge la zona della Vila Olimpica, cioè quel complesso di appartamenti di lusso e discoteche di bassa lega che si affacciano sul mare; la Vila Olimpica fu il nuovo barrio costruito ad hoc in occasione dei Giochi Olimpici del 1992, i cui abitanti originari (meno di un migliaio) vennero ricollocati altrove come pedine scomode.

Parte degli abitanti originari della Barceloneta è rimasta lì, legata alle sue origini marinare (come il vecchietto mio ex-vicino di casa che siedeva sulla seggiolina di plastica indossando sempre il suo berretto da marinaio): sono potuti rimanere perché magari avevano comprato l’appartamento, o usufruivano di uno di quegli affitti a lungo termine a prezzi popolari(ssimi).

Dopo il 1992, anno dopo anno, chi non aveva casa di proprietà anno è dovuto andar via. Il rafforzamento della “marca Barcellona” come metropoli europea che prometteva divertimento e bella vita ha chiamato come una sirena ammaliatrice le agenzie immobiliari e i ricchi investitori, che hanno iniziato a comprare gli appartamenti del barrio, facendo aumentare alle stelle i prezzi degli immobili.

Cosa succede quando un quartiere viene gentrificato?

Quando un’agenzia o un riccastro compra il tuo appartamento possono succedere solo due cose:
– ti permetterà di rimanere, ma pagando il doppio o il triplo dell’affitto;
– ti farà sloggiare per affittare quello stesso micro-appartamento a turisti che se lo possono permettere.

Io stessa, arrivata a Barcellona nel 2012, ho notato l’effetto bolla immobiliare crescere negli anni: ho affittato la mia scatola di fiammiferi di fronte al mare per 600 euro a gennaio 2013; quando l’ho lasciata ad aprile 2016 l’agenzia era pronta ad alzare il prezzo a 800 euro. Un aumento di duecento euro al mese nel giro di tre anni, per un appartamento di 35mq.

Questo fenomeno si è esteso con naturalezza a tutte le zone fighe di Barcellona: tutta Ciutat Vella, Sant Antoni, Poble Sec, e via così in un’ondata oleosa di caro affitti che dal 2016 stringe la gola e fa prendere decisioni drastiche agli abitanti.

I quartieri si svuotano lasciando spazio agli AirBnb e agli appartamenti per turisti o agli hotel; i privati cittadini si spostano verso la cinta esterna della città o nell’immediata periferia, anche se i prezzi alti hanno ormai contagiato tutti i paeselli che si trovano a meno di mezz’ora da Barcellona.

Come diventano i quartieri che vengono vissuti da turisti e non più dai suoi cittadini a lungo termine?
Si trasformano in una sorta di parco giochi, in aree belle da passeggiare, tempestate di caffetterie che vivono di salmon and avocado salads e vegan bowls a prezzi esosi.

Li chiamiamo “locali hipster“, sicuramente instagrammabili, golosi e piacevoli da frequentare; ma non hanno niente a che vedere con l’anima originaria del quartiere.

Questo è un bene o un male?

Sarebbe esclusivamente un bene se la popolazione media del barrio potesse permettersi di usufruire di queste nuove attività commerciali.
Ma questo non accade, perché questi locali spesso hanno un target troppo alto per essere alla portata di tutti.

Il male poi risiede nel lento cambiamento che queste attività commerciali e il nuovo flusso di residenti più o meno di passaggio (che siano turisti, digital nomad o professionisti) apportano nel tessuto sociale del barrio.

Non è solo la caffetteria: anche il mini-market finirà per aumentare i prezzi, così come la lavanderia a gettoni o il panificio, e ovviamente gli affitti degli appartamenti.
Non è un’ipotesi, ma un processo che qui a Barcellona è già in atto da anni. Più un barrio si fa bello, più diventa appetibile, più il target si sposta verso l’alto, scremando senza scrupoli la popolazione che ci abiterà in pianta stabile.

Praticamente quello che i gestori del Tarannà riconoscono sia successo a Sant Antoni.
Ma anche io e il Guerriero, che abbiamo cercato casa a Barcellona due anni fa, ci siamo scontrati con questa logica: pur essendo due professionisti con un decente potere d’acquisto, non potevamo permetterci di vivere nelle stesse zone che frequentavamo quattro anni fa, per dire.

Quindi il Tarannà chiude.

Quanti altri colpi al cuore del genere ho vissuto negli ultimi tre anni? Molti.
C’è stata la Báscula, il Soplo, la Heladería Mexicana, e diversi commerci tradizionali fra cui Jocs Mallart, il meraviglioso negozio di giochi di legno e scacchiere selvaggiamente sostituito da due negozi di souvenir pacchiani.

Ci stupiamo ancora? Sì, e ogni volta mi viene il magone.

Anche i locali del centro soffrono tantissimo per l’aumento degli affitti. Se già per noi privati cittadini i prezzi sono proibitivi, immaginate quanto possa costare un locale commerciale nel centro storico o nei barrios più amati dai barcellonesi.

Uno sproposito: il che non si discosta poi tanto da quello che succede nelle altri grandi città europee.
(Ne avevo avuto conferma anche durante il mio viaggio in solitaria a Porto—per citare una città ancora meno in voga di altre—durante la camminata guidata per i quartieri gentrificati, organizzata dal fantastico gruppo di The Worst Tours).

Da residente, è stancante vedere sempre gli stessi negozi, le stesse idee ripetute a ogni angolo. Probabilmente per chi turisteggia in città per un fine settimana fa veramente poca differenza; ma chi ci vive sperimenta di frequente i suoi piccoli lutti personali, i posti del cuore che abbassano le serrande o che da un giorno all’altro vengono sostituiti da estranei.

Quando anche le feste tradizionali si trasformano in un catalizzatore di gentrification

È quindi possibile identificare il momento esatto in cui la gentrificazione inizia a cambiare il nostro modo di vivere la città e il nostro quartiere?
Se non siamo in procinto di cercare casa, e quindi non sperimentiamo direttamente il fatto di non essere ben accetti in un barrio, quand’è che esattamente ci rendiamo conto che qualcosa è cambiato?

È una domanda che mi sono fatta, di nuovo, pochi giorni fa durante la prima giornata delle Feste di Gràcia, l’evento popolare più frequentato dell’estate barcellonese.

Per strada, fra cercavilas, castellers e scenari di cartapesta, sbucavano di tanto in tanto anche questi manifesti intitolati “Le macrofeste uccidono il barrio“:

manifesto di protesta contro le feste di gracia a barcellonaÈ una protesta portata avanti da alcuni abitanti del barrio che lamentano la trasformazione di Gràcia in un quartiere cool, bohemien, creato ad hoc nel corso del tempo per soddisfare un certo tipo di consumo.

Le feste che riempiono le strade nella terza settimana di agosto rimangono bellissime, ma sono diventate una Macrofesta, sponsorizzata da una nota marca di birra. I locali sono pieni, il bere e mangiare si vendono a sovraprezzo, masse di turisti arrivano direttamente qui attratti dal richiamo della fiesta senza limiti, la mattina le strade sono in condizioni pietose.

Forse tutto inizia quando le cene per strada coi vicini, nei tavoloni lunghi che occupano la via, si fanno più complicate perché il flusso turistico è un sin-fin che non ti lascia respirare. Forse è quando ti rendi conto che la gente del barrio che partecipa alla festa è sempre meno, lasciando malvolentieri spazio a ciurme di stranieri che atterrano a Barcellona attratti dalle coreografie e dalla finta sangria a basso prezzo, senza saper nulla della barrio e delle sue tradizioni.
Forse la svolta inizia invece quando vuoi mantenere alto il nome del tuo barrio e cedi alle lusinghe degli sponsor che vogliono aiutarti a finanziare la tua festa.

Allo stesso tempo mi chiedo quanto gli stessi abitanti del barrio siano essi stessi artefici della vibra nuova che ha assunto la festa e che crea tanto scontento. Quanti di loro hanno iniziato a fiutare l’extra e ad affittare l’appartamento in pieno agosto ai turisti venuti da fuori? Quanti ne hanno approfittato? E quanta responsabilità abbiamo noi, che qui ci viviamo, e che con i nostri racconti contribuiamo a creare attrazione intorno a un contesto che già soffre?

Di chi è la responsabilità, insomma?
(oltre che istituzionale, come spiega bene questo articolo di Vice: molto ha a che vedere il marketing territoriale che spinge da due decadi la marca Barcelona)
E come possiamo aiutare a ristabilire l’equilibrio, ammesso che sia possibile?

(Come al solito chiudo con più domande che risposte, amen.)

—❤︎—

Foto di copertina: Kozy and Dan Kitchens, da Flickr.
Uno dei tanti manifesti contro i turisti appesi da barcellonesi più arrabbiati di altri. E qui si aprirebbe un altro dibattito: sono davvero i turisti, il problema?

E se ti avvisassi quando pubblico un nuovo post?

✩ Aggiungi il tuo indirizzo email qui sotto: ogni mese ti manderò un'email con il riassunto dei post pubblicati, più suggerimenti letterari e informazioni extra sulla vita a Barcellona ✩

Confermo di voler trasferire le mie informazioni personali a MailChimp ( Più informazioni )

Il tuo indirizzo email è al sicuro, non lo condividerò con nessuno. Puoi decidere di cancellare il servizio quando vuoi. Inviando i tuoi dati personali accetti automaticamente di trasferirli a MailChimp, il servizio che uso per inviare la newsletter. (Più informazioni qui)

32 risposte a “La mia caffetteria preferita ha chiuso: racconti di gentrificazione a Barcellona”

  1. Anche Budapest sta subendo un processo simile, sebbene le premesse fossero diversi. La gentrificazione ha aiutato moltissimo alcuni quartieri, in primis l’ottavo distretto Józsefváros, considerato qualche anno il peggiore della città. Oggi, invece, ha tutto un altro aspetto ed è sicuro come il resto della capitale. D’altra parte, però, i prezzi negli altri quartieri sono lievitati – si parla di case neanche troppo belle a 2000€ il metro quadro. Per gli affitti non saprei perché ho casa di proprietà, ma immagino che sotto i 500€ si trovi poco e niente. È vero che la qualità della vita è migliorata, ci sono più locali e ristoranti eco-friendly, vegani, di buona qualità e caffetterie hipster niente male, però ormai i costi stanno andando nella direzione dell’Europa Occidentale.

    1. Il confine fra riqualificazione e gentrificazione secondo me è veramente sottile. A volte si inizia istituzionalmente con la prima, per poi passare alla seconda per una carenza di controllo o libertarismo nel concedere le licenze a nuovi investitori. Non è facile, ma visto come stanno andando le cose forse dovremmo proprio ripensare il processo dalla base.

  2. Sì, hai ragione, hai ragione su tutto. Nel mio piccolo l’ho vissuto con città che ho molto amato come Venezia e Firenze. Per me da piccolina metà luglio era un momento di festa. Mamma e papà mi portavano alla festa del Redentore, prendevamo il vaporetto, mangiavamo nel solito ristorante, attraversavamo il ponte delle barche e andavamo in chiesa. Poi guardavamo i fuochi. Sono ricordi banali ma sono quelli della mia infanzia. A Venezia sono andata mille volte con la scuola, con i fidanzatini, a festeggiare il Carnevale e a passare una giornata diversa.
    Ora Venezia non è più la mia, i palazzi sono svuotati e la festa del Redentore è un evento affollatissimo e impossibile. Nessuno lo associa a motivi religiosi, la gente si accampa ovunque, per terra, a penzoloni sull’acqua… lasciando sporcizia e senso di invasione. Sono già stata troppo lunga per cui non ti dirò il dolore di non trovare più un bar alla buona alla Barceloneta ai cui tavolini aver pianto nel 2008. Nel 2015 era scomparso.
    Aggiungo una domanda alle tue: e noi? Anche noi ci siamo trasferiti/e in altre città perché ci hanno affascinato durante una vacanza. Anche noi abbiamo ceduto al mito di diventare residenti, però con il lusso di poterlo scegliere.
    È colpa anche nostra? Siamo anche noi parte del problema? O siamo i potenziali clienti di questo stile di vita che ci vende l’illusione di diventare residenti e far finta di essere sempre stati lì?
    Tanti dubbi e poche risposte anch’io, purtroppo.

    1. Venezia forse è la città italiana (e internazionale) che meglio parla del processo di gentrificazione e delle sue conseguenze estreme. Dev’essere stato un dolore enorme vederla cambiare, per chi come te ha avuto modo di conoscerla in tempi migliori.
      Per rispondere alla tua domanda: e noi? Il lusso di poter scegliere non si discute, lo abbiamo applicato in lungo e in largo, nel mio caso sia in Italia (ripetutamente) che all’estero. Finora non ho mai scelto una città in base a un vissuto vacanziero (Barcellona non mi avevo nemmeno particolarmente affascinata, la prima volta che ci sono venuta!), però sicuramente siamo parte del problema. E lo siamo quando diventiamo clienti di quello stile di vita che il marketing cittadino ci vuole vendere. Io su questo punto sono molto ferma, però: secondo me è nostro dovere di nuovi residenti informarci sul mercato, capire qual è lo stile di vita medio e agire di conseguenza. Mi spiego meglio: se voglio trasferirmi in una nuova città mi informo dettagliatamente sul mercato immobiliare. Qual è l’affitto medio? Quali sono le zone accessibili e quali considerate “di lusso”? Pur avendo capacità d’acquisto sono molto contraria all’adeguarmi a situazioni molto al di sopra della media, sapendo che le mie scelte contribuiranno a sfasare il mercato. Qualche tempo fa ho conosciuto una ragazza, non spagnola, libera professionista da remoto, con un ottimo stipendio, che si lamentava del fatto che la vita a Barcellona le stesse costando troppo. Quando le ho chiesto quanto pagasse d’affitto mi ha detto che da qualche anno pagava intorno ai 1300 euro al mese. Milletrecento euro. Ora, questo è il prezzo di appartamenti da 2 o 3 stanze nel centro, ma fino a 3 anni fa questa era una cifra da appartamento di lusso in Sarrià o nella zona alta. Mi riferisco a questo, quando parlo di “dovere” verso una città: se ci adeguiamo ai prezzi folli che ci propongono solo perché possiamo pagarli, siamo pienamente parte del problema. Stessa cosa, per me, vale per i locali: amo mangiare fuori e provare cibi nuovi. Ma evito come la peste quei locali che marciano sul concetto di “cool” imponendo prezzi spropositati per servizi/prodotti che non valgono la candela. Riconoscere quando veniamo trattati come merce e spremuti come limoni secondo me è una responsabilità che possiamo prenderci. 🙂

      1. 1300 euro è sicuramente un prezzo esagerato per un affitto (di un bilocale, immagino, visto che si parla di una persona sola..?!) comunque ho l’impressione che non se ne esca.. nel senso, teoricamente da una parte hai ragione tu nel dire non adeguiamoci ai prezzi folli solo perchè possiamo pagarli..dall’altra: ok, ma nella pratica poi come si fa? nel senso, magari io ho 40 anni e che devo fare, continuare a vivere in condivisione con altre persone fino alla pensione, per non pagare un affitto da 1000 euro o più?! sicuramente prima di spendere 1000 euro in affitto a quel punto preferisco comprare, fosse anche un monolocale, e spendere la stessa cifra in un mutuo, perlomeno è un investimento ed è casa mia, ma i soldi iniziali chi me li da?! comunque posso dire che ho visto che i prezzi medi a Barcellona non sono poi tanto diversi se li confronto con alcune città italiane. Io ho vissuto un periodo a Bolzano, che è veramente un buco di città, e per un bilocale pagavo 1.000 euro di affitto. E sono originaria di Firenze, dove nella zona dove c’è casa dei miei (normale zona residenziale, non di extralusso), per un affitto sempre di bilocali siamo su quelle cifre. E non tutti, in primis per ragioni lavorative oppure per altre, possono andare a vivere (per spendere meno) a mezz’ora dalla città. Il succo del discorso è che nella teoria hai ragione, ma a livello banalmente pratico come si fa?!

        1. Ciao Francesca 🙂 Il problema è che questi prezzi sono aumentati esponenzialmente nel giro di un arco di tempo molto breve, circa tre anni. Naturalmente, questo aumento non corrisponde per nulla a un miglioramento delle condizioni salariali medie degli abitanti. Tu fai il confronto con altre città italiane, ma prendi ad esempio Bolzano che è una delle città più ricche d’Italia, dove il salario medio è più alto che a Barcellona e anche i prezzi al consumo. Questo conta molto. Uno strumento molto utile per fare i confronti di prezzi è Numbeo, ecco il confronto Barcellona-Bolzano: https://www.numbeo.com/cost-of-living/compare_cities.jsp?country1=Spain&country2=Italy&city1=Barcelona&city2=Bolzano-Bozen
          Gli stipendi medi a Bolzano sono quasi del 30% più alti che a Barcellona, mentre i prezzi dell’affitto sono del 15% meno cari che a Barcellona.
          Per quanto riguarda Firenze, secondo i dati, il prezzo medio degli affitti è leggermente più abbordabile che a Barcellona.
          Poi certo che bisogna sbattersi, cercare, e negoziare. Questo succede in tutte le città. Per dire, io pagavo 800 euro di affitto già 10 anni fa per un bilocale a Milano, che è sempre stata fra le città più care d’Italia ma anche una delle poche con grande offerta lavorativa.

          Come si fa per Barcellona? A parte mangiare la foglia quando non c’è altra alternativa, qui a Barcellona c’è un sindacato degli inquilini che lavora molto bene nella gestione degli abusi in tema immobiliare. Usiamolo. Sono anche del parere che sta sempre a noi scegliere e cercare di migliorare la nostra situazione tenendo però a mente anche l’etica. Nel mio caso, piuttosto che pagare 1000 euro per stare in centro, mi sono spostata a 15 minuti di metro e ne pago 800. Una faticaccia trovarlo, ma ne vale la pena.

          1. Francesca dice:

            Certo Bolzano ha stipendi più alti in paragone, ma ti assicuro che si spende tantissimo ma veramente tanto per vivere. Fare una semplice spesa al supermercato, a Bolzano, è carissimo. A me venivano gli infarti ogni volta che arrivavo alla cassa, e oltretutto la scelta come supermercati è estremamente limitata, cioè son quei 2-3 e stop, c’è poco smercio e poca scelta (e non hai nemmeno la scelta e varietà dei mercati magari di quartiere, per esempio, come esiste in altre città). Quindi alla fine dello stipendio più alto, ti assicuro che me ne facevo davvero poco. Mi andava via gran parte tra affitto (appunto 1.000 euro è la media per l’affitto di un bilocale, anche altre persone che conosco spendevano uguale, e l’offerta immobiliare è oltretutto scarsissima) e spese fisse per mangiare e simili. Poi certo che un aumento così in poco tempo degli affitti a Barcellona è assurdo.. se poi paragoniamo anche le condizioni delle case, che sono ben lontane dai nostri standard italiani, questo è innegabile. Come dicevo sopra, non posso vivere in una zona diversa da quella della sede di lavoro, almeno per il momento. E la zona è cara, c’è poco da fare..

  3. Il Tarannà Cafè era anche il mio bar preferito a Barcellona.
    Triste scoprirne la chiusura cosi, ma d’altra parte meglio cosi che andarci di persona e trovarlo chiuso.
    D’altra parte le ultime volte che ci sono andato avevo notato un cambiamento a livello di atteggiamento da parte del personale.
    Penso che sia importante, importantissimo, disobbedire, ribellarsi, non conformarsi, ma penso che sia altrettanto importante adattarsi e mantenere una comunicazione con la realtà. Le volte che, d’estate, sono andato li alle 22:30 e non mi hanno servito perché chiudevano alle 23, mi è sembrato che l’orario non fosse in linea con le esigenze dei clienti di un bar del centro in una metropoli.
    Per quanto riguarda le parole del proprietario, le considero pura “narrative” in stile catalano-spagnolo. Vai a sapere i motivi per cui hanno deciso di trasferirsi. Gli ideali e i valori da queste parti, come altrove, stanno a zero. Muovono tutto gli interessi economici, principalmente. E ad essere sincero mi urta che non ci sia franchezza al riguardo. Se dai una spiegazione dalla bene, non gettare fumo negli occhi, please!
    Infine sul fenomeno della gentrificazione, della trasformazione del volto delle città, penso che sia banalmente l’effetto del modello socioculturale imperante ai nostri giorni, che considera tutto e tutti come prodotti sul mercato il cui unico obiettivo è vendersi, in un contesto di competizione fine a se stessa che riconosce un valore solo all’apparenza e al potere, squalificando dal gioco qualsiasi altro valore.

    1. Ciao Giulio, non sono tanto d’accordo con il discorso sulle esigenze dei clienti. Il Tarannà non era tanto un pub, quanto più una caffetteria, era nata così e mi sembra corretto che volessero mantenere quell’impronta. Anche perché forse non avevano la licenza per essere un bar con orari di apertura estesi. E infatti il proprietario, nell’intervista che ho citato, parla proprio del problema delle licenze, che è uno degli aspetti più controversi del fare commercio a Barcellona in questi anni. Negli ultimi mesi, camminando per Sant Antoni, mi sono scontrata più volte con manifestazioni dei vicini che protestavano in strada: è un barrio che sta cambiando, non possiamo negarlo. Non mi stupirei nemmeno di sapere che al Tarannà, come ad altri locali del centro, sia stato chiesto di pagare un affitto più alto.

  4. La colpa io credo sia dei,piani alti …..
    In tre anni barcellona è cambiata o meglio dire peggiorata,,,,..gràcia sono stata solo una volta alla festa,perchè io amo tutta la parte prima,partecipare ai preparativi è bellissimo,ma vedere sentire turisti ubriachi (italiani)facciamo come ci pare tanto qui,,,,,arrivando a non rispettare neanche le guarnizioni è di una tristezza…..
    Sapendo il lavoro che c è dietro
    Per fortuna i miei locali preferiti dove pranzare ,fare colazione resistono,addirittura la proprietaria di uno di questi alla mia esclamazione per fortuna siete ancora aperti mi ha detto. Se chiudiamo questo vuol dire che siamo arrivati al fondo speriamo non accada……..
    Io lo spero per loro…..

  5. Hai ragione, è davvero una tristezza e purtroppo sembra anche un processo irreversibile

    1. Io spero che arriveremo a una battuta d’arresto prima o poi. Non è una dinamica sostenibile, se non cambiano altre condizioni di base (primi fra tutti gli stipendi).

  6. Premetto che ho lasciato Barcellona a causa della gentrificazione, dopo due anni di tentativi inutili di trovare un appartamento decente in affitto. Ad un certo punto mi sono detta che non volevo più stare a questo gioco folle. Non c’è nessun motivo, nessun bar figo, nessuna insalata di salmone e avocado instagrammabile che giustifichi gli affitti di Barcellona, soprattutto alla luce del fatto che la qualità media degli appartamenti è la peggiore in Europa e probabilmente più vicina agli standard di Caracas (anche se a Caracas ci sono meno cucarachas) o alle baraccopoli di Manila, ma sono sicura che a Manila ci siano molti appartamenti con finestre, al contrario che nella capitale catalana. Dico che il costo degli appartamenti di BCN non è giustificabile perché il prezzo di un affitto in una città è, o dovrebbe essere, il risultato di una serie di fattori, in primis l’offerta di lavoro, culturale e sociale. Barcellona ha poco di tutto questo, se considerata rispetto a una Londra, New York o Shanghai. Io posso accettare di pagare 2000 dollari per un monolocale a New York, perché so che a New York non sarò disoccupata un solo giorno della mia vita, e avrò una scelta di lavori e carriera superfighi. Barcellona è un ricettacolo di call centre e lavoro interinale di bassa fattura tipo Sellbytel. ALTRO NON C’E’. Per questo diventa ancor più inaccettabile pensare di pagare 800 euro per un monolocale.
    Detto tutto questo ( e mi scuso per la lungaggine, ma ho ancora il dente avvelenato per quello che ho passato e subito a Barcellona), per me la colpa non è né di Airbnb né dei turisti. La colpa è e rimane dei CATALANI, tutti, nessuno escluso. Dalle vecchiette becere che sfruttano i giovani in modo indecoroso per godersi la loro terza gioventù e bisbocciare nei locali e dal parrucchiere con i soldi che tirano su dagli affitti, agli scansafatiche che non hanno voglia di lavorare, e avendo avuto la fortuna di ereditare un appartamento da chissà chi, si affittano anche lo sgabuzzino di casa spacciandolo per una comoda camera da 500 euro al mese. In due anni ne ho incontrati tantissimi. Ai catalani piace sempre dare le colpe agli altri, lo fanno da cento anni, la verità è che alla fine gli va bene così.

    1. Ciao Chiara, grazie per il tuo messaggio. Sono molto d’accordo con quello che dici nella prima parte: le condizioni medie degli appartamenti a Barcellona sono veramente carenti, e possiamo stare sicure che una stanza senza finestra ci sarà SEMPRE. Non è una città che può giustificare ai suoi abitanti dei prezzi così alti, è vero. Però non vedo perché accusare “i catalani” come nucleo unico e inscindibile. Per dire, sono loro i primi ad avere problemi con gli affitti; pensa a quelli che vengono dai paesi o province catalane, hanno pure loro la stessa difficoltà d’accesso al mercato immobiliare, e dubito fortemente che tutti abbiano ereditato un appartamento in città. Questo per dire che generalizzare, e farlo parlando di una popolazione, porta sempre a conclusioni poco utili e conflittuali. Ti potrei anche parlare di tanti italiani che hanno comprato casa a Barcellona quando era ancora possibile e si sono felicemente accodati al carro degli speculatori. Per quanto riguarda il lavoro, dire altro non c’è è un po’ tranchant. Dipende da cosa sai fare e qual è la tua specialità. C’è il gran business delle cliniche di riproduzione, in cui ho lavorato anche io e che danno lavoro a tantissime persone straniere e garantendo contratti al di sopra della media, c’è tutto il mondo delle start-up e delle imprese del digitale. Insomma, anche qui, cadere nell’assolutismo è controproducente. Mi spiace che sia arrivata al punto di voler andare via, e lo capisco bene perché a volte avrei la stessa voglia. Spero ti troverai meglio nella tua prossima destinazione! 🙂

      1. Ovvio che si tratta di generalizzazioni, ma nel generalizzare c’è sempre un fondo di verità. La mia esperienza di due anni mi ha portato a provare ribrezzo per i catalani, perché solo con loro ho avuto a che fare e solo con loro ho vissuto. Non so come siano gli italiani, i tedeschi o i cinesi. Dico che la gente del posto accusa Airbnb come se fosse il demonio, ma esattamente chi è che ha affittato i propri appartamenti su Airbnb? Non credo che Airbnb abbia puntato un fucile contro le signore catalane e le abbiano costrette a lasciargli il loro appartamento. In due anni nessun proprietario con cui ho vissuto mi ha permesso di “empadronarmi”, con una scusa o con l’altra. Ho pagato le tasse in Spagna per 2 anni e non ho avuto diritto alle prestazioni mediche, non potevo mettermi in malattia ecc, perché senza empadronamiento non puoi farti assegnare la mutua. Di chi è la colpa, di Airbnb?
        Per quanto riguarda il lavoro, io avevo un lavoro qualificato da 1700 euro netti al mese, ciononostante nessuno mi ha voluto affittare un appartamento. I privati preferivano gli studenti perché hanno “l’aval” dei genitori, come se i genitori fossero immuni dal perdere il lavoro e restare disoccupati… Le agenzie guardavano la mia busta paga e mi dicevano che con il mio stipendio dovevo cercarmi una casa da 600 euro. Dove? Gli chiedevo io. A Cordoba forse.
        Per me è stato un incubo e ribadisco che la colpa è della gente del posto. A loro non interessa se le case non hanno le finestre (anche perché con tutta l’erba che fumano probabilmente le finestre pensano di vederle, insieme alla Madonna e a tutti i santi). Sono cresciuti così e per loro è normale, ho dovuto spiegargli io che non è salubre e non è sicuro in caso di incendio o fughe di gas. Mi guardavano a bocca aperta e poi si rendevano conto che effettivamente ho ragione, ma continuano ad affittare le loro camere/sgabuzzino senza finestre a 500-600 euro.
        Infine per il discorso lavoro, quello che voglio dire è che Barcellona non ha la ricchezza e la varietà di offerte di Londra, Parigi o New York. Ti basta dare un’occhiata agli annunci di New York un giorno solo e confrontarlo con quelli di Barcellona per capire di cosa parlo. Si, ci sono le start up, ma la maggior parte paga una miseria e cerca di compensare quella miseria offrendoti frutta, caffè e vista mare (anche la mia azienda faceva così), ma gli stipendi non superano i 20.000 euro annui. Sono sicura che ci saranno da qualche parte aziende buone, interessanti ecc, ma diciamo che, parlando in maniera generale, l’offerta barcellonese è ben lungi dagli standard di altre capitali. Spero di aver chiarito meglio quello che volevo dire.

        1. Chiara, mi spiace per la tua esperienza, ma questa cosa che non ti sia mai stato permesso di empadronarti è inammissibile. Hai mai chiesto una consulenza al sindacato degli inquilini? Barcellona ha un sacco di carenza, ma mette a disposizione anche un sacco di uffici dove informarsi e chiedere assistenza in caso di difficoltà come queste. Di gente stronza, soprattutto quando si parla di soldi e case, ce n’è dappertutto. Ne ho incontrate diverse nei miei 14 traslochi fra Italia, Francia e Spagna, te lo garantisco.
          Per quanto riguarda il lavoro, certo non è New York, e i salari sono molto più bassi della media di altre città europee (come scrivevo a Francesca in un commento qui sotto). È la Spagna, non è mai stato un paese famoso per gli stipendi alti. Tutto il resto è sfuggito di mano, e crea moltissima amarezza.

          1. Ci ho pensato tante volte di fare una telefonata anonima all’ayuntamiento e denunciare i miei proprietari, ma erano quasi sempre persone di una certa età, mi sembrava un po’ di fare la spia. E poi avrei messo in difficoltà anche gli altri coinquilini che erano disperati quanto me con la situazione dell’alloggio

  7. Oddio più che i catalani sono gli italiani stessi che affittano
    Peggiori stanze ….per non parlare degli affitti massimo non più di 15 giorni…..i catalani alla fine stanno “al gioco”…

    1. Ciao Eli, continuo a pensare che ridurre il discorso alla nazionalità sia riduttivo, soprattutto in una città come Barcellona dove veramente arriva gente a comprare da tutte le parti del mondo (ed è purtroppo la regola base dell’economia: più la domanda cresce, più i prezzi aumentano, che qui è sfuggita di mano).

  8. Perchè gli italiani non fumano,,..Non aprono coffee shop….,sarà che io dei catalani posso solo che parlare bene,comunque io sono romagnola e lì gli affitti se non hai contratti a tempo indeterminato non li danno a nessuno,stanze solo a studenti….il problema casa credo sia ovunque……io spero di riuscire a restarci a barcelona,si è vero è cambiata ,ho conosciuto tanta gente che se ne è andata,…poi son tornati….alla fine a me piace ….ho un rapporto amore odio in questo periodo con questa città
    Ma per certi italiani non certo per i catalani,mi dispiace che tu non ti sia trovata bene con loro….

    1. È un amore/odio che condividiamo in tanti, Eli. Vediamo come andrà! (Io incrocio le dita per te, intanto)

  9. Concordo con te era per dire che non sono solo i catalani ad approfittarne….ma una gran bella fetta di italiani.
    Italiani o francesi o acquistano perchè pagano poco di tasse ,poi subbaffittano….

    1. Si esatto, di gente poco corretta è pieno il mondo.

  10. Ps riguardo la sanità io ho avuto bisogno di urgenza mi hanno visitato non mi hanno fatto pagare nulla nonostante non avessi la seguridad social
    In Italia pronto soccorso sono 45 euro….

    1. Confermo, una persona cara ha avuto un’esperienza simile qui, con tanto di ospitalizzazione durante la notte, e non ha dovuto pagare nulla.

    2. Per le urgenze ovvio che siamo coperti perché siamo nella comunità europea, non mi riferivo a quello ma al fatto che senza enpadronamiento non sei coperto dalla mutua, quindi gli esami specialistici e in generale l’assistenza medica devi pagarteli da solo. Senza contare che non puoi metterti in malattia, perciò ho vissuto nella semi illegalità pur lavorando, pagando le tasse e avendo il NIE

  11. Ho letto molti articoli sull’argomento e riguardanti varie città europee, da piccoli borghi storici come quello di Matera, a quartieri di grandi città in passato residenziali e ora riconvertiti in zone hipster per turisti mordi e fuggi e per lavoratori da remoto con uno stipendio superiore a quello dei locali. Questo è proprio quello che è successo in alcune parti del mio nuovo quartiere (Palermo) che sono state ribattezzate informalmente Palermo Soho e Palermo Hollywood. Sono comparsi coworking spaces, birrerie indipendenti e di catene locali, negozi stravaganti. Sono sia luoghi turistici che di lavoro. Nel caso specifico, credo che sia stato un bene perché sono stati riqualificati. Gli abitanti storici di questi quartieri non hanno il potere d’acquisto per recuperare le vecchie casone o i negozi di quartiere che sono rimasti invariati dagli anni ‘50. Solo il turismo e gli expat hanno portato gli investitori piccoli e grandi che hanno saputo rinnovare con gusto i locali, cercando di mantenere lo spirito della vecchia Buenos Aires con casette deliziose in stile francese. Quando un palazzinaro acquista una casina, la demolisce e ci fa una palazzina anonima in stile spagnolo (linee quadrate, tutto cemento e finestroni di vetro con infissi di alluminio). Intorno al mio attuale appartamento stanno comparendo una miriade di birrerie, che sostituiscono le piccole officine di auto storiche (di ampia metratura). Da una parte sono comparsi locali con un’offerta gastronomica finalmente diversa dal solito pizza, parrilla, milanesa, dall’altra stanno costruendo anonime palazzine altissime che imbruttiscono il quartiere. Fanno edifici con monolocali perché rendono di più, e li costruiscono al risparmio, senza arte né parte. Anche qui molti anziani locali hanno saputo sfruttare (nel vero senso della parola) gli expat e i turisti affittando i loro tuguri a prezzi esosi.
    Io sono venuta in questo quartiere dopo anni in periferia in un posto “medio” perché volevo un’esperienza più internazionale. Siamo parte del problema (se così si può definire) e finiamo per esserne travolti. Gli affitti in questa zona erano molto alti, ma l’offerta di questo quartiere e la sua posizione sono anche molto buoni rispetto al resto.
    In Argentina c’è solo Buenos Aires se vuoi una “vibe” internazionale, mentre in Spagna ho sentito di molti stranieri che hanno scelto Barcelona, Valencia, Saragoza, Malaga anziché la capitale.

  12. Elisa belletti dice: Rispondi

    Va bene la riqualificazione ma barcelona per me per come l ho conosciuta…
    Sta peggiorando ,,,prendi formentera….la conosco perchè ho mio fratello lì,,,ancora nonostante il turismo non hanno intenzione di vendersi al turismo anzi stanno facendo di tutto per sostenere il territorio non danneggiarlo….
    Barcellona io lo dico con il cuore in gola sta cambiando in peggio…piccoli negozietti sostituì dalle grandi catene,,,,
    Per fortuna ci sono barri quartieri che provano a mantenere originalità e questa è la cosa che amo dei catalani……

  13. Mi sono trasferita all’incirca un anno fa qui a Barcellona. Ho vissuto nel quartiere di Sants che rispetto ad altri quartieri barcellonesi mi piaceva proprio per la sua anima popolare, per i suoi angolini caratteristici. Nel frattempo abbiamo deciso di comprare casa per stabilirci definitivamente e l’amara verità è stata che pur avendo due stipendi a tempo indeterminato, io e mio marito non possiamo permetterci di rimanere a Barcellona città. Per il budget che avevamo fissato, gli agenti immobiliari ci hanno portato a vedere delle case che non augurerei di comprare neanche al mio peggior nemico: buie, senza finestre, piccole…. Il risultato?Abbiamo deciso di trasferirci fuori città, dove abbiamo trovato appartamenti spaziosi e luminosi a prezzi accessibili. E’ triste, ma penso che a lungo termine abbiamo fatto la scelta giusta. Peccato però…

    1. Ciao Martina, grazie per aver condiviso la tua esperienza. Effettivamente andare fuori città è una soluzione pratica, visti gli ottimi collegamenti con Barcellona. È un peccato, sì, soprattutto per la qualità degli appartamenti cittadini che fa veramente pena.

  14. Non ho il tempo di leggere, perdonami. Ma volevo chiederti: quando hai scattato questa foto? L’ho identica e l’ho scattata nel 2004, quindici anni fa. Quella scritta sul tetto è ancora lì, mi fa piacere…

    1. Non l’ho scattata io, è una foto vecchia, probabilmente dello stesso periodo in cui l’hai scattata tu (e quel tetto non c’è più). Ho messo i credits in fondo al post: “Foto di copertina: Kozy and Dan Kitchens, da Flickr” 😉

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.