Ha deciso che se ne va

Bottiglia di cola su un tavolo

Ci sediamo a un tavolino tondo del Buenas Migas dentro la hall del centro commerciale in plaza Cataluña.
Lui ha la solita espressione da devoproprio?, affonda le mani nelle tasche dei jeans mentre io ordino una bibita.

«Ti devo dire una cosa, volevo vederti di persona per dirtela.»
Mi tremano un po’ le ginocchia, temo che gli sia successo qualcosa di brutto o che sia nei guai.

Ti ascolto, K., dimmi.

«A me piace vivere a Barcellona, youknow, e qui vado a scuola e sto imparando molte cose. Ma mia madre in Gambia è molto malata, youknow, , è da sola, mia sorella vive lontano, mia madre è malata e io ho deciso di tornare, ecco.»

Torno in Gambia, ecco

Me lo dice quasi tutto di un fiato e facendo gesti larghi con le braccia, come se volesse portare su di sé tutte le energie che gli servono in questo momento.

Mi dispiace che tua madre stia male, capisco che tu voglia tornare indietro.

Lo capisco eppure una parte di me ha bisogno di qualche minuto per elaborare la notizia.

K. ha meno di trent’anni ed è arrivato a Barcellona da un anno.
Un anno durante il quale ha chiesto asilo, è entrato nel programma rifugiati del SAIER, ha vissuto in case rifugio ma anche per strada, quando i posti letto sono finiti e lui è rimasto in attesa di una ricollocazione.

Io sono la sua referente da fine ottobre, faccio volontariato con BarcelonActua. Il mio ruolo sarebbe quello di aiutarlo a integrarsi in città e imparare lo spagnolo.

Ma K. è semi-analfabeta, cosa di cui mi sono resa conto solo durante il nostro secondo incontro, quando faceva fatica a scrivere il suo nome in un modulo.

Durante i nostri incontri più o meno settimanali siamo andati in biblioteca, ha ottenuto la tessera delle biblioteche di Barcellona, abbiamo parlato della sua vita in Gambia, delle sue giornate alla casa di accoglienza, siamo andati al CCCB e dopo poche frasi in spagnolo siamo sempre ricaduti su una stentata comunicazione in inglese.

Parlare in spagnolo è sempre stato molto difficile; solo negli ultimi due mesi ho notato un guizzo di miglioramento, che lui ha spiegato con il fatto che nella nuova casa accoglienza ha molti compagni provenienti dal Sudamerica.

La tarjeta roja

Il 21 febbraio mi ha mandato un messaggio su WhatsApp con la foto della tarjeta roja, la tessera rossa che lo identifica come persona richiedente protezione internazionale. La tarjeta roja lo autorizza a rimanere in territorio spagnolo fino a che non verrà presa una decisione sulla sua richiesta d’asilo.

Quel pezzetto di carta rosso è il documento che tutte le persone che chiedono protezione internazionale qui sperando in un futuro migliore anelano.

La tarjeta roja di K. include anche il permesso di lavoro per sei mesi.
In teoria, una notizia bomba.

Ma quando l’ho chiamato al telefono per congratularmi non l’ho sentito particolarmente contento. O forse ero io a esprimere troppo entusiasmo.

È stato un altro di quei momenti in cui ho sentito di non capirlo, di non avere la minima idea dei suoi pensieri e sentimenti.

«Sì, sono contento, youknow, contento, yeaah.» ma lo ha detto con lo stesso tono di quando gli chiedo se vuole bere qualcosa.

Il colloquio di lavoro

La settimana scorsa ha saltato un colloquio di lavoro. Perché c’era troppa gente in fila, mi ha spiegato inizialmente per telefono. Ieri invece mi ha detto che non ha trovato l’indirizzo.

Non ci capiamo, non capisco se mi dice bugie o se si confonde nella scelta delle parole o se sono io che pesco male nel suo vocabolario.

L’importanza del linguaggio, diosanto.

Il fatto di poter cercare un lavoro l’ha spaventato e non riesco a dargli torto.

In questi mesi K. mi ha messo di fronte alla realtà di chi cerca di arrangiarsi in un luogo che non sa comprendere né leggere né interpretare a fondo.

«Non sono mai andato a scuola, youknow.»

Eppure è riuscito a barcamenarsi con la burocrazia, ad avere pazienza, a spostarsi da un lato all’altro della città; ha provato ad andare a scuola, sedersi al banco per la prima volta; per la prima volta nella vita ha posseduto una tessera della biblioteca che però non ha mai usato perché le sue priorità sono sempre state altre. Non farsi rubare le poche cose che ha portato con sé, per esempio.

«Se esco la sera per venire a parlare con te mi rubano tutto», aveva finito per confessarmi dopo avermi dato buca per la terza volta in dicembre.

E ora ha deciso di tornare in Gambia e usufruire del programma di rimpatrio volontario. Lascerà la sua tarjeta roja in un ufficio del governo e in cambio riceverà un volo di sola andata per il Gambia.

«Non potrò tornare in Spagna per due anni. Ma magari quando sono a casa ti chiamo e ti faccio salutare da mia madre» mi dice, pochi secondi prima di ripiombare in un silenzio stanco.

Beve le ultime gocce di cola, distoglie lo sguardo, agita le ginocchia.

Guardo la sua tarjeta roja.

K. ma la settimana scorsa era il tuo compleanno!
«Sì, è vero.»
Prendiamo una fetta di torta, dai.
«Ok, sceglila tu.»
Torno al bancone del bar, scelgo una torta al cioccolato.
Eccola. Ti piace, il cioccolato, vero?
«Non mi piace. Ma ora la mangio, youknow.»

Con lui ho imparato a muovermi nel disagio di una conversazione, a non essere capita, a sentirmi completamente fuori posto e senza un appiglio di elemento in comune con il mio interlocutore.

Beh, allora ci salutiamo qui.
«Ok. Grazie, youknow.»


Photo by Afif Kusuma on Unsplash

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4 risposte a “Ha deciso che se ne va”

  1. Mi sembra una storia molto bella. Spero che tu saprai leggerci qualcosa di bello, oltre alla tua delusione nel non vedere l’impegno che ti sei voluta accollare (grazie di farlo) trasformarsi in un lieto fine.

    1. Grazie <3
      Ci ho pensato tanto e mi sono detta che forse è un lieto fine pure questo. Lui sembra deciso della sua scelta, voglio credere che sia contento all'idea di poter tornare a casa (mi ha sempre detto che gli manca tutto tantissimo).

  2. Quant’è difficile. Lo capisco perché ci sono passata. C’è un divario linguistico e culturale enorme. Ciò che mi ha sempre colpito, in questo mare di difficoltà comunicativa, è quando, a un certo punto, scatta un click e su un determinato argomento ci si comprende perché alla fine si è tutti esseri umani.
    Continua così, forza e coraggio a te e ovviamente a K!

    (Conosco un’associazione inglese che ha progetti in Gambia. Si chiama People for Change. Non so se hanno progetti nella stessa zona in cui abita K, ma magari è un aggancio per qualcosa.)

    1. Ciao Aidi 🙂 Grazie mille per il tuo commento. Passerò a K il tuo suggerimento, anche se lui ha intenzione di tornare a lavorare dei piccoli appezzamenti di terra che coltiva sua mamma. Spero riesca a farlo presto.

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