Quel momento Botta in Testa (porque yo también soy una chica lista)

Leggendo “Yo también soy una chica lista“ di Lucia Lijtmaer

Sto leggendo “Yo también soy una chica lista“, di Lucía Lijtmaer, una giornalista e brillante scrittrice di cultura pop, nonché presentatrice insieme a Isa Calderón dello show cultural-politico Deforme Semanal (che fa morire dal ridere, e si può vedere su YouTube).

Yo también soy una chica lista” è un saggio femminista, nel senso che è dedicato a distruggere i pensieri e gli stereotipi più comuni della cultura pop destinata alle donne: dalle riviste di moda, agli show televisivi, alle blogger e le influencer, ci beviamo ogni giorno dei sorsi così grossi di “come dovresti essere” che perdiamo di vista quello che siamo davvero.

Qual è il tuo momento “Botta in Testa”?

Lucía dedica la prima parte del libro a quello che lei chiama el Golpe en la Cabeza (la Botta in Testa).

Traduco da una delle prime pagine:

La botta in testa è quando fai due più due, e ti fa male: è il momento in cui capisci che quello che pensavi essere uno squilibrio personale della vita quotidiana, in realtà è un’ingiustizia collettiva. Per molte persone. Che non solo influisce negativamente sulla tua vita, ma anche su quella di altre donne. La botta in testa è, in pratica, il momento in cui ti rendi conto che il femminismo è necessario.

Questa cosa mi ha fatto molto pensare; il saggio prosegue con alcune dichiarazioni di donne spagnole qualunque, donne come noi, che raccontano del loro momento “botta in testa”.

C’è chi racconta della prima volta che è stata zittita da un collega mentre dava la sua opinione.
O chi è stata licenziata perché il suo collega più anziano non si trovava a suo agio a lavorare con donne.
Cose così.

Come potevo non pensare al mio?
Posso identificare anche io un momento preciso in cui mi sono detta che sì, caspita, sono femminista e ce n’è bisogno?
Voi vi ricordate il vostro?

Il mio momento Botta in Testa arriva a trent’anni.

A volte mi sento ripetitiva, ma non è colpa mia (beh, un po’ magari sì, lo è) se i miei trent’anni sono stati decisamente rivoluzionari e hanno portato a epifanie in molti fronti.

Breve excursus

Non sono cresciuta in un ambiente particolarmente progressista.
Al tempo pensavo di sì, e se lo confronto all’ambiente di molti miei coetanei e conterranei dell’epoca forse è così.
Ma alla luce di quello che vedo oggi, mi sento di dire che no, non sono cresciuta in un ambiente così progressista.

I miei sono insegnanti, a casa mia si è sempre letto tanto, parlato di politica, ascoltato gli Intillimani e Guccini a manetta.
Mio nonno era minatore e socialista. I miei valori di sinistra vengono da quel mondo lì, proletario, con idee liberali in campo politico ma che, mi rendo conto ora, si fermavano poco più in là.

Perché in realtà sono cresciuta da ragazzina di paese bigotto, con mille tabù, catechismo, coprifuoco, zero educazione sessuale e l’idea che l’amore è una cosa che si fa con la persona con cui sceglierai di passare TUTTA la vita.

Di femminismo, in casa mia, ne ho visto poco, ma pensavo che fosse abbastanza.
D’altronde mia madre ha sempre lavorato, si è laureata in tempo pur avendo già una bambina (io), per un periodo è stata l’unica fonte di reddito, e nonostante tutto è riuscita insieme a mio padre a crescere tre figli in gamba a cui non è mai mancato nulla.

Lo studio a casa mia è sempre stato il valore più importante (ma che fosse votato all’accaparrarsi un lavoro sicuro, precisiamo), la cultura anche. E poi?

Crescendo mi sono resa conto che più diventavo donna, più delle forze amorevoli ma pressanti mi indirizzavano verso LA strada.

Quella della ragazza con la testa a posto, che studia tanto ma a cui piace un po’ troppo gironzolare —e questo non andava bene—, che sì, non chiede tanto ma ha il vizio di rispondere senza abbassare la testa, che fa quello che dici, ma ti chiede sempre il perché —e perché devi essere sempre così polemica?—, che non ha segreti ma poi certi suoi desideri le vengono rigirati in padella come pretese mal riposte —ma cosa ti credi?.

Insomma, a ventotto anni mi sono sposata col bravo ragazzo del per tutta la vita e tutti felici.
Salvo che dopo due anni sono partita da sola con la speranza di rifarmi una vita come la desideravo.

Per la prima volta prendevo una decisione grossissima, pesante, che avrebbe minato i miei equilibri più stabili, emotivi e familiari.

La frase scatenante è stata “Qualcosa troverai“

C’erano dei piani di vita in comune in cui non mi riconoscevo.
Io non volevo tornare a vivere su un’isola, non volevo essere la moglie del gran professionista, non mi importava nulla di mettere da parte i soldi per comprarci la casetta al mare.

Io avevo dei sogni, l’ambizione di trovare una realizzazione professionale che facesse risplendere i miei talenti, perché sapevo di averli: c’era solo da trovare il modo in cui esprimerli.
Avevo bisogno di tempo e spazio per ritagliarmi un cammino, così come io avevo supportato lui nel ritagliarsi il suo.

No, non volevo figli in quel momento, perché alla sola idea già mi si presentava davanti la scena.
Chi avrebbe dovuto occuparsi della prole per dar spazio alle brillanti ambizioni maritali? Che domanda retorica.

La Botta in Testa arrivò quando lui mi disse:

Io voglio tornare sull’isola e lavorare lì. Tu qualcosa troverai.

Io ero quella che qualcosa avrebbe trovato, dai.
Qualcosina per non annoiarsi, per poter dire di avere le mani occupate.
Tanto i soldi non li avrei portati io a casa, chi ci credeva?

La consapevolezza di voler uscire da quella strada di moglie di, mi si spiaccicò in faccia come un treno ad alta velocità.

Era la punta di un iceberg che aveva una base centenaria, sottomarina, rimpolpata dall’orgoglio familiare, dall’attenzione per la bravura di lui e le occhiatacce a me, quando avanzavo obiezioni sul mio lavoro poco soddisfacente.

Non vorrai cambiare di nuovo lavoro? Quando la smetterai?

Non volevo essere quella che lo aspettava la sera a casa perché lui tornava tardi e

Poverino, gli hai preparato la cena?

E fa niente se anche io ero appena tornata a casa dopo 12 ore in ufficio con straordinari non pagati.

Piccole ingiustizie quotidiane, il sessismo sottinteso, i non ti sbilanciare troppo o i stringi i denti che si accumulavano sulle spalle e sul cuore. E che, mi resi conto, non erano solo i miei.

Dopo la mia separazione sono venuta a conoscenza di così tante situazioni simili alla mia, mai confessate come problematiche, che mi hanno fatto capire quanto ci abbiano abituate a stare zitte.

Beh, questo blog è solo un esempio del modo in cui, da quel periodo lì, io abbia smesso di stare zitta.
E di mantenere la testa alta, quando parlo delle mie decisioni.

¡Feliz día de lucha, compañera!

Mi ha detto stamattina il Guerriero di fronte al caffè.
Che sia un nuovo felice giorno di lotta anche per voi che mi leggete.

—❣—

Leggi gli articoli dell’8 marzo che ho scritto gli scorsi anni:

2018

Giornata Internazionale della Donna a Barcellona: perché sono scesa in piazza

2017

Reazioni sparse all’otto marzo (e non sono di buon umore)

 

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11 risposte a “Quel momento Botta in Testa (porque yo también soy una chica lista)”

  1. Ma quanto mi piacciono i tuoi post! Dobbiamo organizzare per vederci, io da te o voi da me (voglio conoscere il Guerriero ovviamente!).
    Il mio momento botta in testa è arrivato a 25 anni, quando pensavo 44kg e uscivo da una relazione che mi ha letteralmente cambiato la vita. Troppo lungo da spiegare qui, ma magari un giorno ci scriverò un blog anch’io…

    1. Cara, mi rendo conto solo ora che il commento che ti avevo scritto la settimana scorsa è sparito!
      Ti dicevo che anche la tua storia, con tutte le sue cadute e i rialzarsi, merita decisamente di essere raccontata a testa alta, perché potrebbe essere d’ispirazione a moltissime.
      (Ci piacerebbe un sacco venire a trovarti, l’organizzazione non è la nostra migliore dote di coppia e la procrastinazione regna! Qui da noi sei sempre la benvenuta, you know.)

  2. Io di botte in testa così ne prendo a ripetizione, ma è possibile?
    Comunque non proprio la prima ma una delle più importanti l’ho presa a 20 anni quando, dopo 5 anni di fidanzamento con il mio storico giovincello “per bene”, mentre lui cercava il modo di far carriera, a me si chiedeva (specialmente da parte della sua famiglia) “e quando lo fate un figlio?” e “perché vuoi studiare?”.
    Sarà che mia madre è inglese e che sono cresciuta sotto un’altra ottica ma mi ci è voluto un nanosecondo per vedere tutta la mia vita finita, morta lì, con la sola speranza di un matrimonio da “favola”, due bambini in braccio e nessun’altra possibilità! Posso ammettere che me la sono data a gambe filate?
    E poi vabbè parlo ora che alla soglia dei 35 sono incinta al 5′ mese e non lavoro ma questa è stata una scelta consapevole (ma pure un po’ obbligata diciamocelo)!
    Qui la lotta è continua! Feliz lucha!

    1. Possibilissimo! Di botte in testa ne prendiamo a ripetizione, ma tutte abbiamo la nostra prima grande botta rivelatrice, quella che completa il puzzle di tutte le precedenti.
      Brava per essertela date a gambe levate quando hai sentito che era il momento! E tanti cuori per la tua gravidanza <3

  3. Vengo da un ambiente molto simile al tuo: famiglia proletaria, nonno socialista e sindacalista che mi ha trasmesso i valori di vita in cui credo ancora oggi ma, soprattutto, che mi ha fatto capire sin da piccola il potere della cultura e della conoscenza. Sono stata la prima della mia famiglia a laurerarsi ma in casa dei miei non sono mai mancati quotidiani, saggi, romanzi di un certo livello e musica impegnata (mi ha strappato un sorriso quando hai scritto di Guccini ascoltato a manetta – e’ una scena molto familiare). Purtroppo vivevamo una piccolissima realta’ provinciale e, pur essendo atei e comunisti, i miei mi hanno sempre mandata al catechismo per non farmi sentire diversa. Il problema e’ che io diversa lo ero lo stessa perche’, sin da piccola, mentre le mie coetanee sognavano il giorno del loro matrimonio, io sognavo di fuggire da quell’ambiente claustrofobico e che non aveva niente da offrirmi. La passione per la geografia e le lingue straniere hanno allargato i miei orizzonti da sempre, e mi hanno instillato l’amore per i viaggi. Nonostante i miei buoni propositi, a soli vent’anni mi sono impelagata in una relazione troppo seria per quell’eta’ che mi ha trascinato fino ai venticinque, quando io ho deciso di partire per il Regno Unito. Da sola. Non credo di aver avuto un vero e proprio momento “botta in testa” quanto quello di goccia che fa traboccare il vaso. A un certo punto mi sono sentita intrappolata da una relazione che non mi rendeva felice, un ambiente privo di stimoli e un lavoro insoddisfacente, per cui ho deciso di prendere la situazione in mano e di dare una svolta radicale alla mia vita. E’ stata la decisione migliore della mia vita. L’unica cosa di cui mi pento e’ di non averlo fatto prima.

    1. Grazie Marta! La “botta in testa” può essere anche quella goccia che fa traboccare il vaso, quella che accende la lampadina e ti fa dire “ma io cosa ci faccio ancora qui?”. Non so se valga la pena di pentirsi per non averlo fatto prima: l’importante secondo me sono le condizioni in cui arriviamo a prendere quella decisione, non tanto le tempistiche. Probabilmente prima non avevi ancora avuto la vera “botta in testa” per mandare all’aria tutto e cambiare. 😉

  4. Colpi di testa tanti…ultimo bcn,devo leggerlo…

  5. Io la botta in testa l’ho presa proprio di recente, con un periodo devastante che è terminato con la morte di mio padre, completamente inaspettata. Spero però di non prenderne altre!

    1. Mi dispiace tantissimo, Gilda!

  6. Quanto sei brava e quanto sei vera!
    Anch’io sono stata cresciuta in un ambiente simile al tuo: la libertà per fare le mie scelte non mi è mai mancata.
    Per me la lotta per essere una donna alla pari non è avvenuta nella mia famiglia. Anzi, tutte le volte che ho smesso di lavorare per “seguirlo” mia madre mi ha sempre fatto lo sguardo torvo e intimato di rimettermi in carreggiata il prima possibile.
    Per me la vera lotta è quella che faccio ogni volta che ho a che fare con la famiglia “acquisita”: là è normale pensare che io venga sempre un passo dopo, che non abbia volontà proprie e che i miei massimi interessi debbano essere tagli di capelli, smalti, colore delle tende e ovulazione.
    Poi uno si chiede perché abitiamo dall’altra parte del mondo…
    Un abbraccio!

    1. Cara <3
      Abitare dall'altra parte del mondo (o anche del Mediterraneo) aiuta decisamente a vedere le cose con una sana distanza che lascia spazio all'amore, e fa scivolare più veloci i giudizi. Ahimè, a mali estremi...
      Un abbraccio!

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