La mia FOMO

La mia esperienza con la FOMO

Ogni giorno una persona si sveglia e inizia a scrollare la sua bacheca Facebook (o Twitter, o Instagram, fa lo stesso).

Non ha nemmeno messo piede fuori dal letto, ha forse solo subodorato la gioia del caffè mattutino, eppure sa già cos’ha mangiato per colazione quella sconosciuta che fotografa il suo piatto ogni mattina. E che ci mette pure qualche yummy hashtag, come no.
O magari un libro. Ecco: cibo sano da mangiare, bello da vedere, e un libro per nutrire la mente (semicit.)

In effetti tutti la mattina—mentre facciamo i conti con l’orologio, il frigo forse mezzo vuoto, la fretta di renderci presentabili—ci concediamo quei venti minuti di relax per sorseggiare il caffè, mordicchiare la brioche calda di forno e leggere qualche pagina del nostro libro preferito.
Nessuna distrazione, il cellulare da una parte (dopo aver scattato la foto, chiaro), un momento di meditazione, un bel sospiro e via!, pronti per iniziare una giornata di successi.

Vivaddio, non ho Instagram (e neanche Facebook, ma questa è roba vecchia). Però uso Twitter, dove le immagini funzionano meno, ma le parole pungono comunque nel vivo.

Qualunque sia la vostra piattaforma social preferita, sono sicura che l’avete provata almeno una volta.

Quella sensazione di non arrivarci.
Di poter fare di più, perché gli altri ci riescono.

E com’è che gli altri ci riescono, ad avere una vita così figa, impegnata, colta, e io pure stamattina sono rimasta senza pane?
Com’è che io ci metto almeno un mese a finire un libro, mentre sulla mia bacheca le persone sfornano un titolo ogni tre giorni?

Com’è che io ci ho messo sei mesi a trovare la voglia di iscrivermi in palestra, mentre i miei contatti social sono già oltre la palestra? Sono al livello pilates acrobatico, swing due volte alla settimana, tango il sabato, spada laser nei tempi morti.

Com’è?

La FOMO, la Fear of Missing Out, è una sensazione subdola.

E io ne sono affetta, non mi vergogno a fare coming out.

FOMO è l’acronimo di “fear of missing out,” una tipologia di ansia sociale a causa della quale le persone sentono di star perdendo importanti esperienze od opportunità.

Ci sono troppe cose che desidero fare, attività che bramo, momenti di pace che posticipo in continuazione, corsi online che si annoiano fra i segnalibri del browser, libri che mi osservano dallo scaffale chiedendo quand’è che tocca a loro.

Accumulo tutti questi vorrei, che mi pesano sullo sterno ogni volta che li vedo realizzati nelle storie degli altri.
A volte mi pesano così tanto che ho proprio la tentazione di cancellare tutto, fuggire, rifugiarmi nell’offline e amen.

Fuck social media by Giulia Sagramola
Illustrazione di Giulia Sagramola

Poi ci ragiono su e mi ripeto (ve lo giuro): non sono io, siamo più o meno tutti sulla stessa barca.

E ora potrei attaccare la solfa per cui i social ci hanno gettato nel magma del confronto costante, della realizzazione di quello che non abbiamo o che potremmo ottenere, se solo ci sforzassimo di più.

Tutto vero eh, ma ci siamo capiti, e non mi voglio ripetere. D’altronde c’è già tanto di ufficiale, da leggere sull’argomento; per esempio questo articolo del Boston Magazine datato 2014 che ripercorre le origini di questa moderna sindrome ansiosa:

The Home of FOMO

Esiste un modo per evitare la FOMO?

Oltre a chiudersi in una caverna e smettere di usare qualsiasi tipo di social network, gruppi WhatsApp inclusi, dite?

Forse, come capita per il disturbo ansioso più in generale, si tratta semplicemente di imparare a controllarla, più che eliminarla del tutto.

[E a proposito di disturbo ansioso, parliamone, che fa sempre bene. Magari iniziando a leggere questo bellissimo articolo di Alessia Ragno su Cosebelle Magazine: Quello che non sapete sull’ansia].

Ragionarci su, considerare che il mezzo che ci trasmette questa FOMO è esterno da noi, e possiamo allontanarcene se vogliamo. Scegliendone i tempi e l’importanza che vogliamo dargli.

Ma non sono una psicologa e tutte queste sono supposizioni. E un po’ elucubrazioni soggettive sulle tecniche che uso per sfumare la mia di ansia.

Se anche voi viaggiate su questa FOMO-barchetta che ogni tanto si scontra con gli iceberg della realtà, come la gestite?

 

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7 risposte a “La mia FOMO”

  1. In realtà io affronto parzialmente la questione FOMO: tenersi lontana dai social network riduce già di molto la questione. Permane però in me la subdola percezione che il mondo se la passi meglio della sottoscritta, che abbia una vita più interessante, più stimolante, meno compressa dal lavoro. Tento di affrontarla affermando a me stessa che la mia percezione non corrisponde alla realtà e penso un po’ a questo pratico esempio: io lavoro in un’azienda dal dress code molto formale, al quale ogni dipendente deve adeguarsi. Quindi sono costretta a vestirmi tutti i giorni in modo piuttosto elegante (completi giacca + pantalone, scarpe eleganti etc) e penso che la gente che mi guarda penserà: guardate questa ragazza molto elegante, avrà un lavoro importante, forse una vita elegante, magari è benestante. Tutte cose non esatte, perchè faccio un lavoro normale, non sono ricca e nel mio tempo libero di norma non sono nemmeno elegante. Ecco ogni volta che mi passa per la testa che la testa che le vite degli altri siano migliori della mia, penso che quello che vedo non è la realtà. Certo a volte la volontà di riscatto ci aiuta a cambiare le cose, ma credo che se viene fatta per adeguarsi ad un non ben specifico standard, che non esiste, non abbia la stessa forza che fatta per cambiare davvero la situazione!

    1. Verissimo quello che dici. È capitato anche a me di farmi questi discorsi (quando ancora uscivo di casa la mattina), e sì la tecnica che adotti è simile alla mia: sfumare, pensare che siamo tutti un po’ sulla stessa barca. Relativizzare aiuta moltissimo a uscire dalla nostra bolla di FOMO, e capire che certi standard non sono la norma.

  2. Credo che l’invidia sia sempre esistita, sin da prima che si chiamasse FOMO. Alle medie ho conosciuto una compagna di classe che sembrava una ragazzina qualsiasi ma aveva questa fissa per Del Piero, frequentava lo Juventus club, appoggiava le stesse opere di beneficienza del suo beniamino nella speranza di allacciare un’amicizia con lui, mi raccontava di andare allo stadio tutte le domeniche (Torino era a oltre 100 km da noi per cui improbabile), di conoscere tutti i cori, i tifosi importanti, i capi ultrà, di salutare Del Piero, e che grazie a suo padre, consigliere comunale, lei aveva certi agganci, andava in posti inaccessibili al volgo (cioè io) ecc. e io ci credevo come una boccalona. Ero risentita con mia madre che non mi portava a vedere il Milan, non mi permetteva di spostarmi dal paese per accompagnarmi a opere di beneficenza, non mi lasciava accedere a questo mondo VIP che sembrava essere alle porte di casa nostra, se solo lo avessimo voluto e cercato. Ho cominciato ad andare male a scuola perché stavo tutto il tempo con questa ragazza e quando non ero con lei mi arrovellavo per capire come fare per essere come lei o addirittura superarla. Un giorno, stanca del suo snobismo, sono scoppiata: le ho detto di farsi un reality check (o altra parola in Italiano che all’epoca si usava ), che era una cacciaballe e che un po’ di umiltà le avrebbe fatto bene. Non mi ha più parlato e mi ha sempre ignorato. A distanza di 20 anni ha ripreso a salutarmi, mi ha pure aggiunto su FB (un guizzo dj orgoglio mi è salito quando ho visto la sua richiesta di amicizia). Ho visto che aveva fatto un figlio con un tipo del paese molto più grande, ma non ci stava assieme, poi forse aveva avuto un altro figlio, non so con chi. Comunque mi è sembrato strano che a 30 anni non sfoggiasse i suoi successi su FB come li sfoggiava a 13 quando FB non c’era. Probabilmente FB l’ha messa di fronte al banco delle prove (foto di una vita di successo) e lei non se la è sentita.

    Altra cosa: di recente ho viaggiato in Asia e non ho potuto avere internet per 20 giorni, se non in albergo. Non sai la differenza. Come ero meno nervosa e dipendente dal telefono. Purtroppo nel mio settore rispondere alle email entro 5 minuti fa la differenza tra ricevere un incarico o meno. Però internet crea dipendenza e tutti quei sintomi che descrivi (frustrazione, sensazione di essere lasciati fuori, sentimento di inferiorità). Sul NYT due anni fa avevo letto un articolo che ne parlava, ma in relazione ai bambini e adolescenti. Perché tu sai riconoscere la differenza, ma per loro è naturale come respirare.

    1. Questa cosa di ritornare all’offline completo dovremmo imporcela come detox periodico, altro che diete e beveroni purificanti!
      Riguardo alla tua storia con l’amica presuntuosa: sicuramente Facebook ha “rimesso al loro posto” anche certe persone che in passato amavano tanto chiacchierare a vanvera. Ci sono anche dei casi opposti, però, in cui i social hanno acuito la voglia di apparire e di inventarsi una vita perfetta, rappresentando situazioni non vere e montate ad arte.
      Io però non definirei la FOMO come invidia, ma proprio come l’ansia di poter fare di più e non riuscirci: non invidio influencer o persone che mi mettono davanti una vita di rose e fiori. Ma mi crea angoscia questa tendenza al “voler sempre di più”: leggere più libri, fare cose belle, viaggiare, fare fare fare. C’è una parte del mio cervello che vorrebbe arrivarci, perché sicura di essere in procinto di perdere qualcosa di bellissimo. E invece le mie giornate continuano a essere di 24 ore, c’è poco da fare 😉

  3. Guardala in faccia, Giulia. Qualsiasi ansia guardala in faccia (hai cominciato a farlo in modo perfetto: con lucidità e senza catastrofismi). Secondo me si stanca prima lei.
    Anche nei social (ahimé sono stato più o meno incosapevolmente dipendente da stelline, cuoricini e condivisioni) il meccanismo si disinnesca un po’ da solo. A me è cominciata a montare una generale insofferenza per i pareri e i commenti superficiali. E ho cominciato a chiedermi “è così che voglio essere?”

    1. Grazie Simone! Si, l’ansia va guardata in faccia e soprattutto “esposta”, nel senso di parlarne invece che tenerla segreta 🙂
      Per quanto riguarda il superficiale, mi sa che i social solo riflettono la stessa tendenza della vita di tutti i giorni, dove il superficiale accontenta “tutti” più in fretta. Fastidio condiviso.

  4. Ciao, Giulia.
    Che bello leggere questo tuo articolo sulla paura che gli altri riescano ad utilizzare il tempo in maniera più “piena” in confronto a noi!! (Почувствовать испуг потому, что кажется, что другим удаётся изпользовать время более полно чем нам самим!!!)
    Personalmente, come avevo scritto anche in un commento ad una tua pubblicazione del 22 Gennaio 2017 (https://www.trentanniequalcosa.com/donna-di-trent-anni-e-qualcosa/perche-chiudere-il-mio-account-facebook/), io ho deciso di disiscrivermi da facebook a Dicembre del 2017, perché l’irritazione nell’usare un tale strumento era notevolmente maggiore dei benefici, quasi nulli, che mi portava; ad oggi non sono iscritto né a facebook, né a twitter, né ad instagram, né ad altre piattaforme simili. La mia decisione, che potrebbe essere considerata estrema, mi ha permesso di essere esente dalla sensazione indicata sopra, almeno nel caso in cui essa derivi dall’utilizzo di questi strumenti; nonostante ciò, a volte io mi sento inadeguato in confronto agli altri e questo avviene nella vita reale.
    Il fatto è che l’essere umano è in fondo un animale sociale e quindi, affinché possa vivere in armonia con gli altri, egli deve trovarsi a suo agio soprattutto quando comunica con gli altri; in altre parole io penso che la comunicazione sia fondamentale in una società per l’essere umano. Il fatto che la maggioranza degli individui oggi utilizzi facebook, instagram, twitter per comunicare le proprie emozioni agli altri, determina anche il fatto che il modo di comunicare è cambiato: non accettare questo sarebbe come bendarsi e non accettare la realtà dei fatti. Ammiro le persone che riescono a districarsi tra tutti questi metodi di comunicare e questo mi fa credere a volte che io sia in difetto, che stia perdendo qualche bellissima occasione, perché non riesco ad avere la stessa agilità mentale altrui. I gruppi di persone che si frequentano condividono spesso lo stesso linguaggio, un gergo che loro usano per intendersi l’un l’altro e questo gergo secondo me passa anche dagli strumenti comunicativi odierni che essi utilizzano; non usare tali mezzi può essere un vantaggio da una parte per evitare di sentirsi pedine di un ingranaggio perverso, dall’altra può a volte portare a pensare di essere superati e di non essere al passo con i tempi.
    Per ora io ho deciso che preferisco non fare parte di questo ingranaggio, sebbene anche questo possa comportare poi dei problemi di socializzazione. Credo che alla fine tutti gli strumenti, se utilizzati nel modo migliore, possano essere utili e magari un giorno nel lontano futuro troverò il coraggio di rituffarmi nella società virtuale.
    Ciao

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