Di come ”Friends” abbia tradito le mie aspettative sull’amicizia da adulti

il divano del central perk di friends

Agli albori della mia passione per le serie televisive colloco senza ombra di dubbio Friends.
Avevo 15 anni quando iniziai a vederla insieme ad alcuni dei miei migliori amici dell’epoca: se non ricordo male passava su Rai3, doppiata in italiano, esperienza che non ho mai più ripetuto da quando ho smesso di avere una televisione in casa, circa 6 anni fa.
Ultimamente ho ricominciato a vederla su Netflix con una certa frequenza.
Nessuna puntata mi è nuova, eppure continua a rilassarmi e faccio partire un episodio ogni volta che ho bisogno di staccare dalla realtà per mezz’ora.

Allo stesso tempo, ora che vedo questa serie a trent’anni e qualcosa suonati, finalmente coetanea dei suoi protagonisti, mi rendo conto della quantità di stereotipi che impregnano la serie, e di come probabilmente il semplicismo che la contraddistingue abbia forgiato (e tradito) parte delle nostre millennial-aspirazioni sul futuro e sul concetto di amicizia in età adulta.

Friends ci ha illusi e poi abbandonati

Quel gruppo di sei amici newyorkesi, ognuno con una personalità così ben delineata e poco incline alle sorprese, che viveva in un appartamento viola del Greenwich Village, rappresentava quello che forse un giorno saremmo voluti diventare.
Non avevamo aspirazioni così grandi a livello logistico: credo che nessuno di noi vedesse ancora seriamente nella sua vita la possibilità di poter vivere in un appartamento del genere a New York; eppure le vicende che ci passavano davanti allo schermo ci descrivevano una realtà in cui potevamo in qualche modo immedesimarci.

E che allo stesso tempo hanno irrimediabilmente rovinato il modo in cui noi millennials provinciali della prima ora concepiamo l’amicizia, le relazioni sentimentali e l’intricarsi delle trame dell’essere adulti.

Friends era un mito per noi adolescenti della provincia isolana.

Ogni personaggio di Friends è semplice da capire, e rappresenta una macchietta da cui poter pescare per immedesimarvisi nel giro di pochi episodi.

Rachel è la mezza-snob, attraente e buffa, shopaholic per definizione, con diversi amori frivoli e uno grande per cui tutti tifano (e che naturalmente alla fine trionferà).

Ross è l’intelligente del gruppo, con un PhD e un lavoro stabile – a detta degli altri, noiosissimo – e tre matrimoni falliti, cosa che i suoi amici non si trattengono dal sottolineare a ogni piè sospinto.

Monica è l’ex adolescente obesa che vede il suo riscatto nell’età adulta, diventando non solo magrissima ma anche una chef di successo con un evidente D.O.C. e un insano spirito di competizione.

Chandler è quello buffo, una vita sentimentale inconcludente e sfigata, che punta tutto sul sarcasmo, anche sul lavoro—che, per inciso, nessuno dei suoi amici durante le dieci stagioni della serie ha mai sembrato capire di cosa si tratti.

Phoebe è la hippie vegetariana e un po’ stramba, creativa e spensierata, che si ostina a perseguire una carriera di cantante da bar pur essendo negata—e nessuno dei suoi amici ha mai avuto il coraggio di dirglielo.

Joey è il guapo, l’italo-americano latin lover che colleziona donne, avverso alle relazioni stabili e con una seria sindrome da Peter Pan, lavora come attore ma con scarsi risultati.

Ognuno di loro dice di avere una vita anche al di fuori del gruppo, ma questi altri raramente vengono accolti, a meno che non si tratti di personaggi-corollario che intrecciano una qualche relazione sentimentale con i protagonisti. Altri amici, non ce ne sono.
Durante i dieci anni della serie, i sei protagonisti condividono due appartamenti, bevono migliaia di caffè al bar sotto casa sedendo sempre sullo stesso divano, si innamorano, raramente litigano, fanno figli o ci provano, si sposano e magari divorziano, vanno a letto insieme ma senza rovinare l’amicizia, perdono il lavoro e ne trovano quasi subito uno nuovo.

Pur nella loro diversità rimangono amici per sempre:

non sembrano stancarsi mai l’uno dell’altro, né patire il fatto che il loro diventare adulti insieme li porti su strade diverse.
Sono sempre lì, attenti a supportarsi a vicenda, non risentendo della fine delle storie d’amore interne al gruppo né delle continue prese in giro per questioni serie e dolorose, tipo il divorzio:

Rimangono uniti, loro sei e il loro fighissimo appartamento viola fino al giorno in cui non posano sul tavolo le loro chiavi di casa durante l’ultima puntata.
Pronti a girare pagina dopo dieci anni, ma facendoci capire che questo non scombussolerà eccessivamente la loro amicizia.
L’appartamento si è semplicemente fatto troppo piccolo: quattro di loro si sono riprodotti e questo, da che mondo è mondo nella nostra esigente società, è il momento in cui gli spazi si devono aprire. È ora di uscire dalla città, comprarsi una casa in periferia, un bel quartiere in cui crescere i figli.
Tutto secondo il copione del perfetto cittadino medio.

Continuo a guardare Friends per svago, ma mi stupisce notare solo ora quanto semplicismo si celi dietro quel concetto di amicizia no matter what (e per la prima volta mi fisso moltissimo sulle battute sessiste e a tratti omofobiche).

Me ne accorgo solo ora perché quando mi sono appassionata alla sitcom iniziavo a sperimentare il mio primo vero gruppo di amici.

Quelli con cui volevi spendere ogni momento libero, condividere le giornate al liceo, mangiarci i panini a merenda, studiare, cantare le canzoni, suonare la chitarra, andare in spiaggia d’estate e rinchiuderti nei garage per le feste al chiuso d’inverno.
Va da se che questo gruppo ha iniziato a scricchiolare quando sono nati i primi flirt interni, le sperimentazioni di nuovi equilibri e i rifiuti male accolti, per poi spaccarsi lentamente quando qualcuno ha incontrato l’amore fuori dal nucleo iniziale.

Non che le cose siano migliorate nell’età adulta.
Per la mia esperienza, i gruppi di amici che condividono appartamenti sono durati sempre poco.
Fra turni per le pulizie, spese da condividere, frigoriferi da riempire, peli in bagno e pettegolezzi, l’amicizia in età adulta è sempre stata un magheggio da tenere insieme con pazienza, improvvise delusioni e accettazione che certe cose, no, bisogna proprio lasciarle andare, se vogliamo continuare a volerci bene.
Per la pace dei fantastici appartamenti viola in centro.

la fine di friends

Ora che adulti-adulti lo siamo per davvero, vedo a sprazzi i membri di quei nuclei di amicizia iniziali.
Alcuni, se va bene, una volta all’anno, altri non li vedo da tre o più anni. E va bene così, i ”Friends” che eravamo sono durati il tempo di un’adolescenza. Da allora a oggi ho riempito pagine e pagine di racconti ed evoluzioni, ho digerito il concetto di amicizia rimodellandolo secondo le mie possibilità.

Una parte adolescente di me continua a sognare un gruppo compatto di personalità semplici da interpretare, con cui tutto si possa risolvere bevendo un caffè al bar sotto casa.
Mentre la trentenne e qualcosa che di case, caffè e delusioni ne ha visti tanti, è tutto sommato contenta così e cerca di farsi molti meno problemi.

Siamo emigrati, ci siamo sposati, abbiamo divorziato, abbiamo fatto figli o ancora abbiamo paura di farne. Lavoriamo con successo da anni o siamo disoccupati da un tempo incalcolabile, lottiamo per farci riconoscere gli straordinari o andare a vivere da soli, ci siamo appena laureati o abbiamo interrotto gli studi.
Abbiamo case, cose, problemi a cui pensare, vacanze da organizzare, cambi professionali, famiglie che ci tolgono ogni energia.

Non abbiamo seguito cammini semplici dettati dalla nostra personalità prevedibile, ma ci avventuriamo per strade impervie e capita che ci isoliamo temporaneamente.
A volte torniamo, altre volte no.
E questo nel 1997 non ce lo saremmo aspettato.

—❣—

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6 Risposte a “Di come ”Friends” abbia tradito le mie aspettative sull’amicizia da adulti”

  1. Stefano Bersanetti dice: Rispondi

    Nelle mie pause pranzo sto rivedendo tutte (ma proprio tutte) le puntate. Le ho viste in parte in inglese, in parte in italiano (quando ho proprio voglia di svago senza dovermi concentrare, opto per la mia madrelingua). E sì, hai ragione, guardandola con gli occhi di un ex-trentenne (ahimè) ci si rende conto di quanto quella vita che tutti invidiavamo sia realmente troppo “semplice”. Va tutto troppo bene. E prima o poi noi fuori dalla sit-com ci scontriamo o ci siamo scontrati con la dura realtà.
    Però è pur sempre Friends e è un’ancora di illusione che si possa vivere (nonostante tutto) con il sorriso.

    1. Stiamo facendo la stessa Friends-terapia di mezzogiorno 🙂
      Questo post può suonare un po’ amaro: vedo in che modo ha marcato idilliacamente il mio concetto di amicizia, poi scontratosi con la dura realta negli anni, ma per me la serie continua a essere una delle mie preferite di sempre, non mi stanco mai di guardarla.

      1. Stefano Bersanetti dice: Rispondi

        Mi illudo che in un mondo da qualche parte ci sia la possibilità di vivere con la stessa spensieratezza. È quello che auguro ai bambini di oggi, perché spero che vedano più luce e serenità di quanta ce ne sia oggi.

  2. Anche io mi sono rivista Friends su Netflix! E mi rilassa e diverte, anche se rispetto al 1997 ora mi indigno per il sessismo e per la mancanza di personaggi non bianchi.

    In realtà io avevo all’università il mio gruppo di coinquiline con cui ho vissuto in simbiosi per cinque anni. Ora ci vediamo poco perché viviamo tutte in diverse parti del mondo, però ci sentiamo tutti i giorni e quando ci si rivede è come se non fosse passato il tempo. Non perché sia semplice, ma a volte l’amicizia è così. Certe volte i gruppi si sgretolano (come il mio delle superiori), certe volte continuano a funzionare.
    Detto ciò, solo ora mi rendo conto di quanto fosse surreale che i protagonisti di Friends avessero i soldi per vivere dove vivevano e fare quel tipo di vita facendo dei lavori precari e sottopagati.

    1. Esatto, rilassa un sacco! Poi anche io passo un sacco di tempo a far notare al Guerriero le battute sessiste…verissimo anche il tema dell’inclusione di personaggi nom bianchi. Ricordo solo due fidanzate di Ross, una sua collega afroamericana e un’altra di origini cinesi.
      Sull’amicizia, vero, a volte è così. Sei stata fortunata con le tue coinquiline! Le mie prime coinquiline non le sento più, era finita proprio male. Mentre con le altre due che sono venute dopo sì, ho mantenuto un buon rapporto ma la vita ci ha portato lontane e ci sentiamo pochissimo.

    2. Esatro, rilassa un sacco! Poi anche io passo un sacco di tempo a far notare al Guerriero le battute sessiste…verissimo anche il tema dell’inclusione di personaggi nom bianchi. Ricordo solo due fidanzate di Ross, una sua collega afroamericana e un’altra di origini cinesi.
      Sull’amicizia, vero, a volte è così. Sei stata fortunata con le tue coinquiline! Le mie prime coinquiline non le sento più, era finita proprio male. Mentre con le altre due che sono venute dopo sì, ho mantenuto un buon rapporto ma la vita ci ha portato lontane e ci sentiamo pochissimo.

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