La decisione più difficile

la scelta difficile di diventare madre

Estate.

Plaça del Surtidor, una sera estiva come tante, quattro trentenni e qualcosa siedono intorno a un tavolo dove troneggiano Estrellas e crocchette. Tutte e quattro abbiamo in comune non solo l’età, ma anche un’esperienza lavorativa in una clinica di riproduzione assistita a Barcellona. Non la stessa clinica, ma i giri delle persone che lavorano nelle cliniche in un modo o nell’altro finiscono per incrociarsi sempre.

Non so se capita anche alle altre trentenniequalcosa quando chiacchierano con donne della loro età, ma per arrivare al tema maternità ci vuole un attimo (tradotto, un vermut e una birra). Una cosa che il Guerriero per esempio osserva sempre con stupore.

Come fai a parlare di argomenti così intimi con donne che non sono strettamente tue amiche?

Io non la ritengo una cosa strana, per niente.
Ditemi che non sono l’unica.
Parlare di maternità fra donne è per me lo svisceramento di un argomento sociale, qualcosa che volenti o nolenti ci riguarda tutte. Tanto di solito, e purtroppo, per prima cosa lo affrontiamo in famiglia, sotto la raffica di domande in stile

E tu, figli?

Parlarne onestamente e senza imbellettamenti, fra donne della mia età, è catartico.

Stavolta siamo in quattro, abbiamo più di trent’anni e non abbiamo figli.

Quando lavori in una clinica di riproduzione assistita la prima statistica che ti mettono davanti, il primo giorno della formazione, è la grafica sulla caduta a piede libero del tasso di fertilità femminile superati i 35 anni.
Una di quelle immagini che rimane aggrappata in una zona remota del cervello, che al principio non consideri perché magari manca ancora qualche anno ai 35.
Ma quel grafico finisce per inseguirti nei momenti in cui meno te l’aspetti, quella freccia rossa che va verso il basso sembra pulsare e diventa un toc-toc fastidioso alle sinapsi, un orologio biologico che scricchiola.

I 35 anni sono quella tappa che, quando lavori in una clinica di PMA, diventa lo spartiacque fra un tipo di trattamento e un altro, fra il potevamo cavarcela con l’inseminazione e il dobbiamo ricorrere alla FIV, fra il poter entrare nel programma delle donatrici di ovociti o meno.
Quelle che i 35 li superano, di solito, arrivano in clinica per iniettarsi il Puregón o far crescere lo spessore dell’endometrio con i cerotti di estradiolo per poi riceverli da un’altra, gli ovociti.

Noi andiamo per i 36 e siamo qui a bere birra e mangiare crocchette.
E alla maternità, sì, ci pensiamo, ma più con paura che con vera convinzione.

Di fronte a queste crocchette, alla brezza estiva della sera, ai cani dei vicini di tavolo che ti guardano con gli occhi dolci, e ai bambini degli altri che si arrampicano sulla fontana al centro della piazza, l’idea di essere io – madre di qualcuno – è così remota dalla mia realtà, così dirompente, che mi sento in pace con il mondo.
Sono pronta ad affermare a me stessa che no, non sento la necessità di diventare madre.

Nemmeno un mese prima ho finito di leggere Contra los hijos” di Lina Meruane.

Il titolo significa ”Contro i figli”, e non è come sembra.
È una diatriba filosofico-letteraria di un’autrice, senza figli, che si scaglia contro ”l’angelo della procreazione”, quella soave voce che accarezza le orecchie delle donne in età da prole ricordando loro che è ora.
È ora di figliare, e poi sarà ora di sacrificarsi, allungare l’allattamento per il bene del bambino, mettere da parte le proprie passioni, dimenticare l’autodeterminismo per dedicare la propria femminilità al ruolo di madre. È un’analisi polemica sul ruolo della donna in una società che dà poco spazio alle scelte diverse, o che poi lo spazio te lo toglie, quando finalmente fai quello che ci si aspetta da te.

Mi viene da pensare alle conoscenti che dopo anni di
Ma tu, un figlio? Guarda che è la cosa più bella del mondo!
quando poi si sono poi ritrovate con un piccirillo in braccio, e hanno provato a esprimere un minimo di disappunto per le difficoltà dell’essere madre, si sono sentite fioccare addosso troppi
Ah, hai voluto la bicicletta, ora pedala!

Pazienza per le rinunce lavorative, i permessi di paternità inesistenti, gli interessi che vanno messi da parte perché non c’è tempo, i sacrifici economici. Pazienza.
Lina Meruane attacca la schiavitù che l’essere madre spesso comporta, attacca l’idea che i bambini debbano diventare il tutto e le donne non dovrebbero pensare ad altro.

Autunno.

È da quando sono tornata dal Messico che passo metà del mio tempo fuori casa, con la valigia aperta.
Sono passata dal sud del Portogallo, da Lisbona, da Milano; sempre io, il mio trolley, persone da incontrare, appunti da prendere, l’entusiasmo verso la piega che ha preso la mia vita lavorativa e gli incontri che mi sta mettendo davanti.
Ritornare a casa, poi, è sempre bellissimo.
Io e il Guerriero godiamo per il momento di questo equilibrio fatto di progetti, panorami che cambiano, incertezze come al solito; ma lo viviamo bene, siamo abituati a camminare sul filo di quello che potrebbe cambiare da un momento all’altro.

Eppure, quando gli altri notano questo equilibrio tutto nostro, non nascondono lo scetticismo e, nel peggiore dei casi, il giudizio.

Come fai a farti una famiglia se sei sempre in giro?

Inutile argomentare che una famiglia ce l’ho già, anche se composta da due persone solamente.
Certe diatribe funzionano solo a senso unico, e io cado nella frustrazione.
Se mi seguite su Twitter, questo autunno è iniziato con diverse riflessioni sul tema.

Perché tanta pressione verso il concetto del diventare madre?
Perché non può essere una scelta ponderata, da non dare per scontata?
Ma che tristezza è la convinzione per cui se non si ha figli non ci si possa considerare famiglia?

Ci rimango male, e di certo non metterò un freno alla mia vita per conformarmi qui e ora a quello che socialmente sarebbe opportuno fare.
Però continuo a riflettere. Mi chiedo se non sto sbagliando qualcosa.
La mia paura più grande, alla luce di quello che ho imparato osservando le donne della clinica, è il rimorso: ritrovarmi fra qualche anno a fare i conti con i è troppo tardi, ormai.

Quante donne decidono di diventare madri per evitare di pentirsi in futuro di una scelta non fatta?
Ed è giusto che una scelta così importante, che marcherà la tua vita per sempre, più di un tatuaggio, più di un matrimonio, più di tutto, irreversibile, venga affrontata con un orizzonte temporale così limitato in mente?

Un brivido. Ricordo certe conversazioni con pazienti scontente, sfatte, dopo una lotta vinta contro la natura: un bambino fra le braccia che cresce a suo ritmo e diventa persona a sé.
E la botta di realtà sussurrata al telefono, quel è troppo, forse non ero fatta per diventare madre, alla fine dei conti.

Leggo tutto d’un fiato Regretting Montherhood” di Orna Donath.

Voglio capirne di più. Perché si incensa la maternità come una scelta naturale per una donna, qualcosa che si concentra sui primi tempi, le attese, i nove mesi, e la difficoltà del post-partum.
E poi, cosa succede, poi?
Se penso alla maternità, non sono i primi tempi che mi spaventano.
È quello che viene dopo: il dover aver a che fare con una persona di cui non potrai prevedere le mosse, le scelte; una persona per cui finirai a preoccuparti per sempre, su cui riverserai i tuoi desideri, su cui cercherai di pulire gli errori che secondo te i genitori hanno fatto nei tuoi confronti; le aspettative, le delusioni, il fatto che non riuscirai mai a liberare al 100% il tuo cervello, ci saranno sempre i figli, in un angolo.
Madre, per sempre.
Lina Meruane lo analizza da un punto di vista sociale, mentre Orna Donath si ferma a parlare con le donne che hanno il coraggio di ammetterlo: si sono pentite di essere diventate madri.

Pentirsi di essere diventate madri. Una bestemmia.
La prima volta che ho sentito dal vivo una frase simile ero in clinica (sempre lì, un vaso di Pandora che mi ha cambiato la vita): pausa pranzo, chiacchiero con una collega di qualche anno più grande di me. È separata, ha due figli quasi adolescenti, una vita in corsa fra la cintura che si stringe alla fine del mese e la voglia di godere del suo tempo di donna.

Se tornassi indietro, non farei figli.

Me lo dice con naturalezza. La guardo incredula, non pensavo che una donna potesse arrivare a pronunciare quella frase.
Ma ancora la ringrazio per averlo fatto, perché mi ha aperto gli occhi su una realtà vera, da non condannare, e che Orna Donath espone magistralmente nelle interviste che compongono il suo saggio.

Del bello di diventare madre sappiamo tutto, ma del brutto molto meno.
Per fortuna il discorso si sta ampliando, e almeno per iscritto di racconti sulle difficoltà dell’essere neo-madri se ne leggono diversi. Si leggono, ma parlarne a voce, con persone vere, ancora non è facile.

Non so se abbia senso, ma continuo a cercare storie di donne che non hanno avuto figli.

Ad esempio seguo dall’inizio il progetto di Lunádigas: è nato da qualche anno, e fino a pochi mesi fa sul sito era possibile vedere tutte le testimonianze del docu-film.
Lunádigas sono le storie delle donne senza figli, di quelle che così hanno voluto o che lo hanno subito, e sono testimonianze importanti per capire che una donna senza figli non è incompleta come a volte ci vogliono far credere.

Forse è sciocco volermi ”informare” per capire se essere madre è la scelta giusta per me.
Ma sono fatta così, e certe scelte hanno un peso, le voglio ponderare bene.
Invidio alcune amiche che lo sanno già con fermezza: non vogliono figli, punto.
Invidio le altre che invece già sapevano di voler essere mamme quando le ho conosciute alle scuole medie.

Io non sono mai stata così. Ho sempre guardato alla mia vita come costellata di esperienze, inclusa quelle della maternità-ma-non-per-forza, ma anche di avventure, viaggi, amore, tempo da afferrare, soprattutto dopo aver compiuto trent’anni.
E per ora sono in un limbo, nel territorio senza nome dell’indecisione.

—❣—

Questo è un post senza fine, perché se avessi già la risposta ultima alle mie domande, non avrei avuto bisogno di scrivere questo papiro.

Va da sé che qualsiasi opinione e spunto di confronto sull’argomento non solo è ben accetto, ma proprio desiderato.

—❣—

Sullo stesso tema:

Per le donne senza status, come me

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20 Risposte a “La decisione più difficile”

  1. Queste sono domande che anche io mi sono fatta e mi faccio. Da tempo. Non sono tra quelle che hanno sempre desiderato figli, ma neanche tra quelle che affermano convintamente di non volerne. A trentanni e qualcosa ho cominciato a chiedermi: sì o no? Anzi: abbiamo, la scelta é mia, certo, ma siamo in due. Poi abbiamo deciso: proviamoci. Quando finalmente sono rimasta incinta, più di un anno fa, sono stata assalita da una paura tremenda. Ho pensato di aver fatto una scelta avventata, per quanto possa essere avventata una ricerca di oltre due anni. Quando peró ho perso il bambino mi sono sentita terribilmente in colpa per aver pensato a che cosa avrei dovuto rinunciare, a come la mia vita sarebbe cambiata, perché il dolore che ho provato superava – e di gran lunga! – i timori che avevo prima dell’aborto. Non so che cosa significhi essere madre, non ancora almeno… forse (e dico, forse) non avrei la forza di accanirmi eccessivamente se un figlio non arrivasse. Anche in questo caso, non lo so. Il tempo vola, questo lo so, e so anche che la fretta è cattiva consigliera. In questo ultimo anno peró sono cambiate tante cose, ho imparato pian piano a vedermi come una donna prima che come potenziale madre e ho esplorato le paure e mie emozioni in tal senso, senza sconti… ho pianto tanto. Ho letto moltissimo, ascoltato tutte le testimonianze del progetto Lunadigás, mi sono fatta un sacco di film. Ho pensato talmente tanto da desiderare un tasto ON/OFF per il mio overthinking. Anche pensare troppo non aiuta a decidere. Alla fine mi sembra di aver accettato che non sempre ad una domanda c’é un’unica risposta… ce ne sono diverse, aggrovigliate attorno a “ma” e “nonostante”. Gli ultimi due anni hanno deciso per me, se si puó dire così. Quello che spero oggi é che se un figlio arriverà – e sì, ormai posso dire senza dubbio che lo desidero – riusciró a non scordare mai, nemmeno nei momenti di sconforto, le sensazioni che ho provato in questi ultimi due anni. Ti mando un grande abbraccio!!! ❤️

    1. Ricambio fortissimo l’abbraccio! ♡
      Perdere un bambino, anche a pochi mesi di gravidanza, è un trauma, e credo sia uno di quei momenti in cui certe risposte diventano uniche, fortissime e inconfutabili. Da poco qui in Spagna è uscito il libro-illustrazione di Paola Bonet, “Roedores”, che parla proprio delle sue esperienze di aborto e ricerca della maternità. Il tasto on/off sarebbe magico, che bello sarebbe poter smettere di iper-analizzare tutto e muoversi con il flusso, facendoci trasportare dalla realtà. Che alla fine, come dici tu, è quello che accade, che è un po’ anche il tempo che decide per noi. Ma hai detto una cosa importantissima: imparare a vedersi donne, prima che madri, sempre. Secondo me quella è già una grandissima risposta.

  2. Io non sono mai stata sicurissima di voler diventare madre. Certo, non mi sono mai immaginata senza figli, ma ci ho messo un bel po’ a decidermi e ad accettare che sarebbe stato un grandissimo cambiamento. Lui era pronto prima di me, già anni fa. Io ho aspettato il matrimonio, poi ho detto “aspettiamo un po’”, poi sono passati due anni a cercare di restare incinta. Il lavoro per me è sempre stato tutto, avevo paura di dover rinunciare a qualcosa e allo stesso tempo il fatto di non riuscire a restare incinta mi faceva sentire in colpa perché temevo di fallire perché non lo desideravo abbastanza. Poi, quando ci sono riuscita, è cambiato tutto, una settimana alla volta. Ho iniziato a ridimensionare molte cose e a fare spazio, innanzitutto in testa, a mia figlia. Non ho mai mitizzato la gravidanza né la maternità e ancora adesso è tutto un percorso che scopro giorno dopo giorno, ma posso già dire che i cambiamenti sì, sono tanti, però io adesso mi sento meglio di prima. Non perché l’essere mamma mi definisca chissà in che modo, ma perché mi accorgo, giorno dopo giorno, che ce la posso fare e che la stanchezza è tanta, ma anche le cose bellissime. Sto riscoprendo lati di me che avevo messo da parte da anni, in primis la forza. Si tratta di un’esperienza potentissima che ti cambia la testa, ma non vuol dire assolutamente che tu non debba riconoscerti più. Io mi sono ritrovata un po’. 🙂

    1. Grazie per aver raccontato la tua storia, Vale. Mi piace molto quello che dici sul ritrovarti. Ammetto che una delle mie (e nostre, perché non lo nomino, ma in quello che ho scritto il Guerriero è ovviamente presente) paure più grandi è proprio il “non riconoscersi più”. Forse è una di quelle incognite che bisogna affrontare con un pizzico di coraggio, visto che in ogni caso, senza averne esperienza diretta, non posso aver paura di qualcosa che non so se e come succederà. Graze mille per essere passata di qui 🙂

  3. Bello sapere che non sono la sola che si fa certe domande…lavorando con i bambini facendo colloqui con genitori che sono tuoi coetanei o anche più giovani ti fa riflettere parecchio… giungi alla conclusione che beate loro che hanno trovato il ragazzo giusto ….io chissà se metterò la testa a posto …come se non bastasse ci sono i miei che ti fanno pesare ….perchè tutti i loro amici sono nonni…..che io a 36 anni non dovrei andare all’ estero per un corso che chissà dove mi porterà…guarda le tue amiche tutte sistemate io sempre la solita…..mi piacerebbe avere dei bambini per casa magari con la jota che parlano spagnolo o catalano ..non lo nego ma se non vengono amen se non troverò un ragazzo ….r maiuscola amen.per ora continuerò a non ascoltarli come.ho sempre fatto è forse barcelona si rivelerà l ennesimo errore forse no….
    Fidanzato e figli per il momento no ….no perchè non so cosa sifignichi essere madre ma so cosa vuol dire essere figlia sballottata a destra manca ..si anche se i miei continuano a ripetermi te li bado io….continuano a ripetermi quanti anni ho come non lo sapessi ….non so bene forse cosa voglio meglio cosa voglionon va bene a loro ma l età quella me la ricordo….imparando a fare surf ho imparato che basta puntare avanti siamo a noi #disfrutar ola che alla peggio cadi ti rialzi ne arriverrano altre.

    1. Grazie per aver lasciato il tuo commento, Eli! Avere a fianco una persona che voglia condividere con te una famiglia, sicuramente aiuta tanto. Ma il “mettere la testa a posto”, beh, quello è così relativo! Ho conosciuto tante donne che pur avendo figli e una situazione socialmente “a posto”, poi erano tutto tranne che “con la testa a posto” 🙂 Questo per dirti che non esiste un modo giusto o sbagliato di essere. Tu ora stai affrontando una nuova avventura, stai vivendo la vita che vuoi per te, e va benissimo così! E questi genitori che non smettono di parlarci all’orecchio mettendo il naso nelle nostre questioni privati…beh, sì, li possiamo lasciar parlare scrollando le spalle. Un abbraccio!

  4. Non ho mai desiderato avere figli. L’unica certezza che ho avuto nella mia vita. E giunta ai 45 continuo a non essere pentita di questa scelta. Non volere figli non è stato mai dettato dal non volere modificare la mia vita. Non sono mai stata un’amante della vita sfrenata e,a parte i viaggi, ho sempre avuto una vita tranquilla. È che proprio mi manca il trasporto per i bambini. Ho avuto accese discussioni con amiche che cercavano di convincermi che fosse impossibile che non volessi figli. Che una volta fatto un bambino avrei cambiato completamente opinione. Non so se sia solo un caso ma su questo argomento le donne sono le peggiori, sempre lì a giudicare e a volerti imporre un pensiero comune. Ho cercato di riflettere su questa cosa. Ho ripensato a tutte quelle volte che ho incontrato amiche con le carrozzine e i loro bimbi di poche settimane e mi sono dovuta sforzare nell’esprimere un finto entusiasmo. Non sono una che ha difficoltà ad esprimere i propri sentimenti abitualmente, ma non ne provo per i bambini. Adoro le mie nipotine, ma so per certo di essere stata una zia diversa.
    A volte ho pensato alla mia fortunata condizione di donna fertile che non vuole figli e a quelle donne, ne conosco diverse, che invece lottano disperatamente per averne, che si sottopongono a cure su cure. Strana la vita, eh?

    1. Ciao Simo, grazie mille per il tuo commento! Ecco, io “invidio” la tua determinazione, il fatto di sapere da sempre di non volerlo. In qualche modo rende le cose più facili, almeno con te stessa, no? Perché certo, ci sarà sempre chi cercherà di farti cambiare idea, il che mi sembra veramente spaventoso visto che stiamo parlando di una scelta così importante e intima. Mi stupisce sempre il fatto che chi cerca di convincerti (e hai ragione, anche io ho sempre avuto queste discussioni con donne) la metta sul piano sensibilità, come se fosse una cosa impossibile non volere figli o non amare i bambini. Se tutti affrontassimo la questione con più raziocinio e meno slancio a volte incosciente, forse ci sarebbero meno famiglie infelici.

  5. Io ho tre figlie e non ho mai pensato alla maternità. La prima volta mi ci sono trovata in mezzo ed ero terrorizzata. Il primo anno è stato un salto nel vuoto, una depressione in piena regola con, persino, tentativi di fuga in piena notte in pigiama e pantofole. Poi piano piano ne sono uscita e la gente, che non chiedeva mai “come stai?” ma solo “quanto mangia? Cresce? Non dorme eh allora stai sbagliando tutto!”, senza nessun riguardo ha iniziato a insistere “allora questo fratellino? Guarda che poi hanno troppa differenza”. La maternità è sempre affare degli altri. Ancora adesso che ho 3 bambine, sono sola e senza aiuti, non riesco a fermarmi per capire quale strada lavorativa riprendere perché loro hanno sempre la priorità (non sono tra le pentite io anzi adoro fare la mamma ma sento il vuoto nella parte non mamma di me diciamo ) c’è gente che mi chiede il 4 e che sia “maschio per carità” perché ancora oggi nascere femmina è una tragedia. La maternità non deve essere un dovere anzi non farli con coscienza è un atto d’amore verso quel figlio che non nasce e verso l’amore per sé stesse.

    1. Ciao Laura, grazie mille per aver commentato ♡
      Il tema della depressione post-partum è qualcosa di cui si dovrebbe parlare di più, e supportare anche dall’alto, ma sul serio: troppe donne rimangono da sole in un periodo così delicato. La gente che ti chiede il quarto figlio, mamma mia, come si fa a zittirla? Dimmi che hai trovato delle frasi ad effetto che funzionano e fanno capire loro che è ora di smetterla di mettere il naso nella vita sessuale altrui!

  6. Io non ho mai voluto figli, e ne ho avuto la consapevolezza sin da giovanissima. A discapito di quello che ci venga detto, che la maternita’ e’ una cosa naturale e fa parte del nostro istinto, sono convinta che non sia cosi’. Non siamo tutte uguali, non abbiamo tutte le stesse aspirazioni di vita. A me il solo pensiero di diventare madre fa venire i brividi, perche’ lo sento come una cosa decisamente contraria alla mia natura. Non ne sento ne’ ne ho mai sentito il desiderio. Sara’ scontato ma, come sempre siamo noi donne senza figli (scelta che sia volontaria o meno) a essere nel centro del mirino, e mai gli uomini nella stessa situazione. Comincio davvero a scocciarmi di sentirmi etichettata per quello che ho o non ho raggiunto in termini di obiettivi socialmente accettabili. Se va bene a me cosi’, ma perche’ deve essere un problema per gli altri? Un abbraccio

    1. Grazie mille, Marta. No, nemmeno io penso che la maternità sia qualcosa d’istintivo verso cui tutte propendiamo. A parte che non siamo tutte uguali, quindi molte di noi riescono a mettere da parte la questione dando priorità ad altro; ma proprio per natura, non credo che tutte le donne sentano di voler dedicare il loro corpo alla procreazione. E va benissimo così, cavolo.
      Verissimo anche che gli uomini sono fuori dalla discussione, e le pressioni su di loro sono enormemente inferiori. Un abbraccio a te!

  7. Per prima cosa, grazie per questo post. E anche per i commenti.
    Poi un consiglio di lettura: Black Milk di Elif Shafak che parla di maternità e mi è piaciuto molto.
    (Io nel frattempo mi segno i libri che citi tu)

    Un po’ di tempo fa ho avuto una conversazione con una mia amica che ha una bambina piccola con problemi gravi di salute. Lei mi ha detto con calma e serenità che è felice di essere diventata mamma, ma è anche molto pesante, e che sarebbe stata felice anche di non esserlo diventata.
    Io la vedo un po’ così: la maternità non dev’essere tutto quello che sei, non dev’essere il tuo unico obiettivo. Tu sei per prima cosa una donna e un essere umano, con interessi, interazioni sociali, curiosità intellettuali. Prima devi diventare la persona che vuoi essere, e poi fare dei figli. E io mi rispecchio un po’ in quello che dice la mia amica: credo la tua felicità, la tua realizzazione non debba essere legata SOLO all’avere dei figli. Per questo prima di pensare ai bambini voglio pensare alla mia realizzazione personale. (spero che quello che ho scritto abbia senso).

    E in ultimo, una cosa che mi disturba è quanto si parli di bambini con amiche donne, e quanto se ne parli poco con gli uomini. Loro magari hanno una fertilità diversa (che poi non so, ho letto cose contrastanti al riguardo ma questa è un altro argomento), però per me avere figli è una decisione che si prende in due. Non esiste per me l’idea che IO mi debba prendere questa responsabilità, perchè essere una famiglia, per come me l’immagino io, è esattamente il dividersi decisioni e oneri a metà.
    Che poi, come dici tu, si è una famiglia anche in due.

    1. Grazie, Giupy! Sto finendo “Black Milk” proprio in questi giorni, l’ho giusto inserito fra i consigli di lettura nella newsletter che ho inviato ieri 🙂
      È un libro bellissimo, rappresenta veramente bene il tormento interno di noi donne che stiamo un po’ nel mezzo, indecise fra il sì e il no.
      Quello che scrivi ha molto senso e sono d’accordo con il tuo punto di vista; credo che essere madri sia così impegnativo, che -potendo scegliere- meglio imbarcarsi nell’avventura quando siamo soddisfatte della persona che siamo. Sei anni fa, per esempio, non avrei avuto esitazioni a dire NO, non voglio essere madre. Ma nella mia testa frullavano così tante altre priorità, problemi e confusioni, che non ci sarebbe stato spazio per un’altra persona a cui dedicare una parte così grande di me. Penso però a una delle cose che questo decennio dei 30 anni mi sta insegnando, ovvero che non smettiamo mai di trasformarci in una versione nuova di noi stesse, con o senza figli. Le persone che incontriamo, i viaggi, gli eventi a cui partecipiamo, quello che ci succede intorno, mettono costantemente alla prova le nostre certezze e la realizzazione di noi stesse. Secondo me arriva un momento in cui la maternità e la ricerca della nostra realizzazione personale possono camminare insieme, non perché una debba oscurare l’altra, ma proprio a braccetto.

  8. Che bello questo post, grazie!
    Sono nell’età in cui il grafico inizia ad andare giù. Me la sto vivendo in maniera strana: da sempre pensavo che avrei fatto almeno un figlio. Poi non lo so cos’è successo (o forse sì, e c’entra Parigi), ora che eventualmente “dovrei muovermi”, mi sentirei una pazza a mettere al mondo una creatura, per vari motivi. In parte l’idea mi piacerebbe eh, non sono una di quelle che proprio si schifano all’idea, anche perché le mie migliori amiche hanno figli e sento il loro amore e la loro felicità, pur nelle rinunce. Però proprio no. Per fortuna nella cerchia di persone che frequento questa è una posizione abbastanza condivisa e comunque davvero poco giudicata, ma là fuori il mondo è ancora troppo pieno di giudizio, e a me dispiace soprattutto per le donne che sono arrivate a questo punto e sentono sempre di più questa spada di Damocle con più insicurezze di me (non che io non ne abbia proprio, comunque, perché come hai scritto benissimo tu, l’Indecisione è sempre dietro l’angolo, anche per i famosi retaggi culturali). Ci hanno insegnato che è una responsabilità enorme generare una persona, che bisogna aspettare di avere i mezzi, la persona accanto, il momento, la stabilità anche mentale, e io mi chiedo, se queste condizioni non ci fossero mai tutte? O se semplicemente ci stiamo estinguendo e l’annullamento dell’istinto materno in una crescente parte della società ne è un sintomo? Comunque stiano le cose, se ne deve parlare, e il non figliare dev’essere visto come una scelta al pari dell’altra.

    1. Grazie Lucy! I commenti a questo post somo bellissimi perché mi stanno dando l’idea di quanti contesti diversi ci hanno formato, e di conseguenza hanno modellato il nostro pensiero nei confronti della maternità. Tu dici che ti hanno insegnato che generare una nuova persona richiede mezzi, il momento giusto, la stabilità, e quindi bisogna andarci con calma; intorno a me invece vedo diverse persone che usano proprio questa argomentazione per dirmi “non sarà mai il momento giusto, quindi fallo perché poi ad aspettare troppo ci perdi”. Mi piace molto il tuo secondo punto di vista per cui magari questo “istinto materno” (se davvero esiste) si sta spegnendo perché è lì che siamo destinati ad andare…almeno noi occidentali, visto che in altre parti del mondo il problema sembra presentarsi meno 😉

  9. Cara Giulia, hai toccato un argomento realmente scottante. Ovviamente anche io rientro nella categoria di donne che hai enunciato:ho appena compiuto 35 anni, ho una relazione “stabile” (per quanto ai giorni d’oggi sono convinta che nessuna relazione si possa definire realmente stabile) e so esattamente che più passa il tempo, più potrebbe diventare difficile avere un figlio. Partivo da una situazione di partenza simile ai profili di donna che hai enunciato: poco desiderio di diventare madre, un mondo fuori che non mi piace, e di cui le prospettive (climate change, inquinamento, cancro etc) mi fanno credere che fare un figlio è una pura follia nel 2018 (la riduzione delle risorse ambientali riduce anche la fertilità, come succede agli animali in cattività) poca voglia di cambiare le abitudini a cui sono abituata. Mi sono però resa conto, sembrerà banale, che il mio desiderio di diventare madre nell’ultimo periodo è aumentato esponenzialmente perchè si è fuso con il desiderio del mio compagno, che dopo anni di silenzio se n’è uscito con la dichiarazione che si, vorrebbe un figlio. E allora mi sono resa conto che il progetto di un figlio (almeno in un contesto di coppia) idealmente dovrebbe scaturire da una volontà comune che rispetti i desideri reciproci. La gravidanza è una questione prettamente femminile, ma il mettere al mondo un figlio, no. E putroppo non sempre funziona così: spesso sono le donne che spingono il proprio compagno ad avere figli, a volte sono gli uomini che forzano la propria compagna, creando poi delle situazioni di disagio che generano diversi traumi. Quello che sta succedendo a me è che il suo desiderio ha infiammato il mio desiderio. E per ora è la cosa più bella di tutta la questione, perché magari non avremo mai un figlio, o forse si, ma so di per certo che sarà una cosa che desideriamo entrambe e che non sarò sola ad affrontare tutte le paure e i dubbi del caso che nutro.

    1. Ciao Chiara, grazie per il tuo commento! Sono d’accordo che, quando si è in coppia, la decisione di avere un figlio debba partire da un desiderio comune (ma un po’ come tutte le decisioni “grandi”, che hanno impatto sugli equilibrio a due); il contrario è decisamente deleterio, e lo dico per esperienza personale (per fortuna passata e archiviata come lezione di vita). È molto bello che tu e il tuo compagno siate avviati verso lo stesso obiettivo, vi auguro il meglio! 🙂

  10. laformicascalza dice: Rispondi

    Da quando hai scritto questo articolo sono tornata più volte sulle pagine per leggere i commenti. Ogni volta arrivo piena di motivazione e desiderio di lasciare un commento, ma poi mi sembra tutto troppo intricato per essere dipanato qui nero su bianco. Vorrei solo dire che io quest’anno ho visto la mia fiammella del desiderio spegnersi lentamente. Se prima l’idea di un figlio mi sembrava folle e eccitante allo stesso tempo, e anche carica d’amore, ora provo solo paura

    1. Grazie per aver commentato comunque, so che non è un argomento facilissimo; io per prima ci ho messo qualche mese a svilupparlo, e proprio perché avevo paura. Credo che il tema della maternità sia molto complicato, e ognuna di noi si porta dietro un vissuto che a volte sembra una montagna russa. Dall’eccitazione ai dubbi nerissimi, dall’accettazione incondizionata all’egoismo. Non penso ci sia un modo “giusto” di affrontarlo, per questo, ecco, siamo qui a parlarne 🙂
      Un abbraccio!

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