Sono una che ascolta i discorsi delle altre donne

Donna seduta al tavolo di una caffetteria di fronte al mare

Domenica pomeriggio di sole a Barcellona. Tre donne catalane sono sedute al tavolo a fianco al mio, nella caffetteria sotto casa. Hanno più o meno la mia età, credo, forse più vicine di me ai quaranta. Una di loro ha una bambina sui due anni che scorrazza allegra fra i tavoli vuoti.

Le tre parlano di stick ovulatori, esperienze di parto di amiche in comune, ospedali con le migliori strutture per offrire un’esperienza meno traumatica.
Una di loro sembra più interessata a carpire i segreti dell’amica madre.
La vedo sorpresa, sembra confusa da questo concetto dell’ovulazione, mentre l’amica madre le spiega che dovrebbe capitare ogni mese più o meno dieci giorni dopo il primo giorno della mestruazione.
La terza amica si è alzata e gioca con la bambina, sembra non aver tanta voglia di lezioni di ginecologia di base.

Non riesco a non prestare un orecchio alla loro conversazione.
Sono sempre troppo curiosa dei discorsi fra donne, soprattutto quando si addentrano in argomenti che ancora sembrano misteri per molte mie coetanee.

Abbiamo trent’anni e qualcosa e ci troviamo in quel momento in cui la soglia della maternità forse è già stata varcata; e chi di noi non lo ha fatto e non esclude di poterlo fare in futuro, raccoglie inconsciamente più informazioni possibili, come se questo approccio analitico alla maternità potesse veramente aiutarci a prendere una decisione meglio ragionata.

Oltretutto ho fra le mani “Maternità” di Sheila Heti, in cui sono immersa da qualche giorno.

È curiosa questa scena: alcune delle domande della scrittrice circa la maternità e i dubbi che ruotano intorno a questa scelta si materializzano  nel tavolo affianco al mio, in contemporanea.

«Sarebbe bello avere un figlio», dissi a Miles al risveglio.

«Anche farsi una lobotomia sarebbe bello», mi rispose lui. […] «Due persone che potrebbero aiutarne centinaia…—aggiunse—Dovrebbero forse investire tutte le loro energie su una mezza persona? Stiamo parlando di una vita umana! Perché quando le cose vanno bene la gente si impunta a voler cambiare tutto così, all’improvviso?»

Non avevo mai pensato con tanta chiarezza a questo punto.
Sono in un’epoca della mia vita che amo, in cui raccolgo con fiducia quello che credo di aver imparato da me stessa finora.
Mi sento in divenire, curiosa per il futuro, felicemente inquieta nel presente, ripasso mentalmente le difficoltà degli ultimi anni e il loro amalgamarsi con quelle di oggi, e non ho intenzione di lamentarmi.
Voglio agire, incanalare le energie in obiettivi, progetti, crescita. Vita.
Perché dovrei voler cambiare tutto?

Me lo chiedo mentre le due amiche hanno iniziato a spupazzarsi la bambina e la madre si concede qualche minuto di sprofondamento nella poltroncina con il cellulare tra le mani.

Fanno rumore, versi buffi, parlano di Elsa di Frozen, una dice di essere un coccodrillo, la bambina ride con l’azzurro degli occhi che luccica.

«Avere un figlio è come essere una città con una montagna al centro. Tutti vanno verso la montagna. Chi vive nella città si inorgoglisce della sua montagna. La città è cresciuta intorno a lei. Una montagna, come un figlio, rivela qualcosa sul valore tangibile di quella località.

In una vita senza figli, nessuno sa nulla del senso di quella vita. Forsa la gente ipotizza che un senso non esista: che manchi il centro intorno a cui è stata costruita la città.
Il valore di quella vita è invisibile. […] È meraviglioso seguire un cammino invisibile, dove quello che più importa si vede appena.»

Le tre donne vanno via, ipotizzo che siano dirette alla stessa fiera del libro dove andrò anche io tra poco.
Lo penso perché sembrano persone che frequentano quel tipo di eventi, coi banchetti di libri di case editrici indipendenti, i banconi di birra artigianale e vermouth, i pinchos di seitan e funghi shitaki, le crocchette gourmet, la musica dal vivo e tante mani che aprono la quarta di copertina nascondendo gli occhi dietro grandi lenti scure.

Non sappiamo proprio niente delle vite degli altri, e immaginarsele in un pomeriggio qualsiasi di certo non fa male.
Mi piace l’idea del cammino invisibile: quello che mi importa si vede appena mentre sto seduta qui col libro fra le mani.

—❣—

  • La traduzione dei brani del libro “Maternità” di Sheila Heti l’ho fatta io. Dopo molta indecisione e poca voglia di aspettare ho comprato l’edizione in spagnolo in una libreria del barrio.
Foto by Igor Starkov from Pexels
—❣—

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2 risposte a “Sono una che ascolta i discorsi delle altre donne”

  1. Ciao!
    Io ho tre figli e 49 anni, e giusto l’ altro giorno commentavo con un’amica che avere figli é un cosa decisamente sopravvalutata; quando hanno 20 anni o giu di lì sono degli adulti che soggiornano, mangiano e pascolano variamente a tue spese ( sono universitari), avendo idee proprie non sempre coincidenti con le tue ( anzi quasi mai), sporcando e cambiandosi regolarmente aspettandosi che tutto si ripulisca come per intervento di volontà divine non ben definite; belli quando sono piccoli, per carità, ma è così che ti fregano, con le gambotte cicciottelle e sorrisi sdentati.
    Tutto questo lo dice la mia mente, mentre la mia pancia, alla quale sono tuttora agganciati tre cordoni ombelicali” virtuali” , ride di lei e le ricorda quanto senta la loro mancanza quando se ne vanno , quanto sia ridicolmente felice quando ritornano e quanto sia stupidamente orgogliosa di ogni loro successo, sia pure un esame passato all’ università ( per cui non ho ovviamente nessun merito).
    Madri bipolari
    Ciao
    Betty

    1. Ciao Betty, grazie mille per il tuo commento! È bello avere anche le opinioni di una mamma che ha figli grandi che volano verso l’indipendenza 🙂
      Grazie!

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