Tu odi…e io pago (anzi, dono).

campagna you hate, we donate

Quasi mai parlo esplicitamente di politica in questo blog. Non amo farlo perché non credo di essere un’analista e perché non è nemmeno questo l’obiettivo di Trent’Anni e Qualcosa. Qui sono benvenute tutte le persone a prescindere dalle loro opinioni politiche: come in tutti gli ”spazi pubblici” (e questo blog, anche se ci scrivo solo io, è comunque pubblico visto che non c’è selezione all’ingresso), l’unica regola richiesta è che ogni opinione venga espressa con rispetto.

Devo dire che in questi tre anni di vita Trent’Anni e Qualcosa non è mai stato luogo di scambi maleducati, per esempio non ricordo di aver mai dovuto censurare delle conversazioni. Qualche raro commento di insulti magari sì, ma i provocatori che passano per caso e gridano improperi non sono mai prevedibili, mi basta ignorarli.

Chi bazzica da queste parti da più tempo magari si è già fatto un’idea di come la penso politicamente.
Non credo sia difficile, leggendo con costanza ciò che scrive una persona su un blog, percepirne più o meno l’orientamento politico. Non servono i proclami; sono convinta che il nostro pensiero politico si manifesti nel modo in cui ci comportiamo nella vita di tutti i giorni e quindi anche nel modo in cui descriviamo per iscritto le nostre attività, i nostri rapporti sociali, le opinioni generali sui fatti quotidiani.

Nella mia vita privata, invece, parlo molto ed esplicitamente di politica.

Lo faccio fra le mura di casa, con il barbuto Guerriero: e non sempre pacificamente come alcuni che ci conoscono dal vivo potrebbero pensare.

Lo faccio in famiglia, da sempre: nel mio albero genealogico sono disseminate le posizioni politiche più disparate, la politica non è mai stata tabù e i miei genitori ci hanno abituato fin da piccole a discuterne con cognizione di causa.
Lo faccio con gli amici più stretti, almeno con quelli che non si vergognano di dire cosa votano.
E lo faccio anche intorno a un tavolo fra conoscenti, se le condizioni lo permettono.

Quello che è certo è che non amo litigare per la politica.
Amo il dialogo politico, quello che mi stimola a pensare a un’opinione diversa dalla mia.
Quello che ha argomenti solidi, dei riferimenti saldi, che mi inducono a fare una ricerca e consolidare o eventualmente riformulare la mia posizione.
Mi infastidiscono invece profondamente i certamen politici basati sull’aria fritta, sul sentito dire, sulla soggettività di chi pensa ma non verifica. Quelli sì, mi fanno arrabbiare sul serio.
E vi dirò, la prendo male: sono capace di non dormire la notte (sul serio) per la rabbia e il senso di impotenza che mi generano certe conversazioni.

Visti i tempi che stiamo vivendo, le discussioni politiche di aria fritta si moltiplicano come i pollini a primavera.
Il Guerriero, da buon filosofo qual è, mi dice che non devo mollare.
Che anche l’aria fritta si può fare più consistente stimolando le persone al dialogo costruttivo e alla ricerca. Che non serve arrabbiarsi, ma dovremmo prenderla come una missione.
Io non mi sento per niente Madre Teresa della politica, e le missioni le lascerei volentieri a persone meno focose di me. Ma riconosco che il suo discorso ha un certo senso.
E quindi ci provo, nel mio piccolo (poi magari faccio un po’ di meditazione prima di andare a dormire, per conciliarmi il sonno).

Contrastare le valanghe d’odio sui social, è possibile?

Quello verso cui mi sento completamente inerme invece è l’odio scaricato a barili in formato megabyte.
Ringrazio la me che un anno e mezzo fa ha deciso di chiudere il suo profilo Facebook, eliminando la tentazione di andare a leggere come la pensano politicamente i suoi contatti e farsi salire il sangue amaro.
Mi rimane però Twitter, che seguo con assiduità ma su cui ho pochi contatti reali, di persone che conosco offline. Il che aiuta a mantenere una certa distanza sentimentale, ma mi provoca comunque movimenti intestini e biliosi.

Sono così tante le parole d’odio, provenienti sia da profili teoricamente istituzionali che da altri privati (la gente semplice, direbbe qualcuno), che a volte mi ritrovo a scrollare certi fili di discussioni twitteriani ingerendo negatività senza potermici staccare.
Stregata da una specie di gusto del macabro, secondi di lettura in cui mi ripeto ”perché sto continuando a leggere quest’orda di insulti senza capo né coda?”.
Mille volte penso di rispondere e accodarmi alla discussione, per poi rinunciare, aderendo al mantra don’t feed the troll.
Ma intanto gli intestini sono già sconvolti e la desolazione fa vacillare il mio ottimismo pollyannesco sulla bontà umana che supera la cattiveria.

Da qualche giorno però ho trovato una sorta di cura, una pillola di positività per contrastare questo mare marrone maleodorante che lambisce i miei profili social.

Si chiama You Hate, We Donate ed è un’iniziativa che è partita in seguito a un tweet di Simona Melani , a cui già moltissime persone si sono unite.

Il principio è semplice: ogni volta che un personaggio pubblico esterna una dichiarazione d’odio (o compie un atto d’odio) rispondiamo con una donazione a quelle associazioni che difendono i diritti di chi è stato attaccato con le parole o con i fatti.

Il primo caso è stato quello del ministro Fontana, che ha generato tantissime donazioni all’Arcigay; ma se andate sul sito dell’iniziativa o li cercate sui social (Facebook, Twitter) troverete le nuove dichiarazioni d’odio a cui rispondere con una donazione [fortunelli che siamo, ad avere tanto materiale a disposizione, no? la tristezza…] e dei consigli sulle associazioni a cui donare.

Io ho appena fatto la mia: grazie al nostro Ministro dell’Interno nuovo di pacca, ho scelto di effettuare una donazione all’associazione Italiani Senza Cittadinanza che si batte per la riforma del diritto di cittadinanza e per chiedere una legge 91/92 più aperta verso i “figli invisibili”.

—❣—

Il logo dell’iniziativa, che ho usato per la copertina di questo post, è di Chiara La Scura

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8 Risposte a “Tu odi…e io pago (anzi, dono).”

  1. Sono nella tua stessa situazione. Ho sempre amato parlare di politica e discuterne anche con chi non condivideva il mio pensiero purché capace di fare analisi e ragionamenti sensati ma sui social mi sono resa arresa. Sembrerò una menefreghista interessata solo al cibo ed ai viaggi ma non è così. Semplicemente mi sono stancata della violenza verbale dei miei interlocutori. Se devo parlare di politica preferisco farlo faccia a faccia e con chi è in grado di distinguere tra una fake news ed altre boiate. A volte leggendo i commenti sotto qualche articolo mi viene la tentazione di rispondere ma poi rinsavisco e cancello ciò che stavo scrivendo. Ogni tanto mi concedo qualche commento quando si tratta di parità di genere e diritti acquisiti sull’aborto. Ma le battaglie si combattono là fuori. Tra 8 giorni scenderemo per le strade della mia città per il gaypride pugliese per ricordare al nostro ministro che l’amore è di tutti

    1. No Simo, menefreghista no, ci sta che uno scelga di rivelare online solo una parte di se. Io ogni volta che intavolo una discussione politica mi ricordo di un detto che un mio ex capo amava molto: ”con gli amici non si parla di sesso, politica e religione” e mi rendo conto di non rispettarlo ogni volta, ma ha il suo perché, sono argomenti che risvegliano polemiche, punti di vista molto contrastanti e se non si è nell’ambiente giusto, il malumore è dietro l’angolo 😀
      D’accordissimo sulle battaglie che si combattono di persona: buon GayPride pugliese!!!

  2. Sai che io non sono convinta che dal mio blog si riesca ad evincere quali siano le mie idee politiche?

    1. Si tratta di congetture, più che altro, non di evincere che partito politico si vota (che al giorno d’oggi, con il puzzle che ci troviamo in scheda elettorale e che cambia ogni volta, è un bel casino!): secondo me, leggendo da tempo una persona, è possibile comprenderne in linea generale l’approccio politico, includendo anche l’indifferenza/apatia politica. Poi certo, parliamo pur sempre di ipotesi, quindi lasciano il tempo che trovano 🙂

  3. Bellissimo, non lo conoscevo! Devo dire che io vivo in una bolla felice fuori dall’Italia dove tutti hanno le mie idee politiche (e la maggior parte non sono italiani). E sui social alla fine seguo solo persone sensate e civili quindi non leggo mai nulla che mi fa arrabbiare… però posso donare lo stesso 🙂

    1. La mia bolla felice a Barcellona non si tocca, me la sono costruita con selettività e cura, e per fortuna non rientra nello scoraggiamento di questo post 😀 Parlo di chi è rimasto in Italia, purtroppo. Anche io sui social (Twitter) seguo solo persone civili, ma sono i commenti dei non civili che si accodano per insultare che mi creano tanto disagio!

  4. Bellissima iniziativa!

    1. Concordo! 🙂

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