Vivere in una scatola di fiammiferi – aka il mio mini-appartamento a Barcellona

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Quando ho comprato il biglietto sola andata per Barcellona, quasi 3 anni fa ormai, non avevo assolutamente idea di dove sarei andata a vivere. Non conoscevo nessuno in città (e sinceramente, visto il mio stato d’animo, l’ultima cosa che desideravo era appoggiarmi al classico “amico di”) e non sapevo quale fosse il miglior quartiere in cui cercare casa: avevo un ricordo sfumato di una Barcellona che avevo visitato durante un fine settimana di gennaio anni prima e che non mi aveva particolarmente accattivato. Ero pronta a rivalutarla, volevo vivere in una città di fronte al mare, sapevo solo questo

Da buona ricercatrice web quale sono, avevo avviato un’intensiva operazione “cose che devo sapere su Barcellona prima di andarci a vivere”, e avevo cercato casa tramite AirBnb, la soluzione che a mio parere era la più sicura e meno dispendiosa. Il piano era caricarmi lo zaino in spalla, atterrare in città, avere una camera in cui appoggiare le mie cose, e poi boh. Condividere casa con sconosciuti? Cercare un appartamento in cui vivere da sola? Rifugiarmi in un ostello con altri scappati di casa? Ogni opzione mi sembrava allo stesso tempo possibile, paurosa, entusiasmante, adrenalinica, incredibile e senza speranza. Già, non ero esattamente la persona più equilibrata del mondo, a quel tempo [mia madre continua a sostenere che nemmeno ora, comunque…].

L’opzione che la ebbe vinta fu, per i primi 3 mesi, condividere casa con sconosciuti. L’appartamento AirBnb che avevo scelto dall’Italia, sfidando la sorte, era un porto di mare. Subaffittato in barba alle leggi cittadine (cosa che scoprii poi essere l’attività principe dei giovani titolari di un contratto d’affitto a Barcellona) nel quartiere di Fort Pienc, a pochi metri dalla Sagrada Familia, l’appartamento era abbastanza grande da ospitare me, Paquita – la titolare dell’affitto – e una ruota infinita di turisti di passaggio in città. Furono mesi definibili schizofrenici, in cui mi ritrovai a passare serate a bere gintonic con amabili coppie inglesi, backpackers che facevano il giro del mondo, donne che viaggiavano sole alla vigilia del loro divorzio (avevo una calamita per questa tipologia femminile), soldati americani mormoni astemi, e una specie di coach astrale che interpretò la mia personalità e i miei punti deboli seguendo una teoria di cui ora non riesco a ricordare il nome.

Questa iniezione di umanità mi restituì una certa fiducia nel genere umano, non fosse altro per la quantità di gente squilibrata che attraversò il mio cammino, facendomi capire che – ebbene sì – c’era chi stava peggio di me. Non tutto era perduto, insomma. Fu così che non appena guadagnai il mio primo stipendio, con un contratto di lavoro stabile in mano, decisi che era ora di passare al livello 2 della mia personale Second Life: andare a vivere da sola. Lasciai senza remore la mia stanzetta con vista al patio interno, che grazie a un mai riconosciuto ristorante ai piani bassi, odorava di pesce fritto già dalle prime ore della mattina.

La mia ricerca di un appartamento si basava su due elementi fondanti: 1. mai più patio interno 2. luce naturale, di grazia. Ora, chi di voi conosce Barcellona sa che questi due elementi sono di difficile compatibilità nella zona della Ciutat Vella, ma fortunatamente più semplici da trovare nella zona in cui in cui io avevo deciso – irrevocabilmente – di dover andare a vivere: la Barceloneta

La Barceloneta storicamente era il quartiere dei pescatori e degli operai. Prima delle Olimpiadi del 1992 era una specie di sede staccata di Barcellona, schifata da tutti e patria di pescivendoli e schiere di disperati. Uno di quei quartierini facili, insomma. Dopo le Olimpiadi, lavori di ristrutturazione e riabilitazione e soldi spesi in tante altre attività che finiscono in -zione, il barrio della Barceloneta si è pian piano riscattato dalla mala fama. L’unico neo del quartiere (a parte le cucarachas, l’afflusso turistico degenerato durante l’estate e la quantità ancora considerabile di famiglie disagiate che fanno tanto pueblo de mala onda – come direbbe il Guerriero) è la dimensione dei suoi appartamenti. I palazzi della Barceloneta, rigorosamente senza ascensore (a meno che non vi abbiano recentemente aumentato l’affitto), sono quasi tutti della stessa dimensione: 35 mq. Loro li chiamano cuarto de casas, io scatola di fiammiferi

Con la speculazione edilizia e il boom turistico, questi mini-appartamenti che parcellizzano gli edifici della Barceloneta sono stati per la gran parte ristrutturati e resi vivibili e comodi. Quando l’impiegata dell’agenzia immobiliare mi fece salire i quattro piani (ricordate, senza ascensore) del palazzo e mi fece entrare in quello che sarebbe poi diventato il mio cuarto de casa, mi innamorai subito. Piccolo era piccolo, ma dentro c’era tutto quello che il più bravo designer Ikea avrebbe potuto incastrare: l’arredamento bicolore legno-arancio, una piano cottura in vetro-ceramica, un maxi schermo (che non uso mai ma fa figo) di fronte a un sofa (arancione), una camera da letto di dimensioni oneste e tre armadi, che all’epoca non sapevo come riempire ma poi mi sono ripresa. Per convincermi, l’agente si avvicinò alla porta-finestra e la aprì: “Affacciati” – mi disse.

E la vista era quella della foto in alto.

Le dissi va bene, la prendo. Manco avessi nella borsa il paccone di banconote pronte per pagare un mese di caparra, uno di commissioni e la mensilità in corso. Un breve calcolo mentale mi fece realizzare che ce la potevo fare, grattando dai risparmi che mi ero portata dietro dall’Italia. Ma calcoli a parte, avevo paura. Di finire sotto un ponte, di non riuscire a pagare, di sentirmi sola, di non riuscire a rifarmi una vita. La saga dell’ottimismo.

E invece il mio mini-appartamento, la mia scatola di fiammiferi arancione, è stato il primo pilastro della mia nuova vita: 35 mq in cui mi sono mossa da subito leggiadra e, per la prima volta (nonostante avessi già vissuto in 10 altre case precedentemente), provando una concreta sensazione di essere arrivata a casa

Qualche tempo fa ho visto un’intervista realizzata in Sardegna, dove la gente si lamentava dell’aumento dell’IMU, l’imposta municipale unica. Il signore intervistato diceva qualcosa del tipo “Io pago un sacco di tasse e guardi che vivo in un appartamento piccolino, saranno appena 80 mq!“. Ecco, in Sardegna quando dico che vivo in un appartamento di 35 mq la gente mi guarda con gli occhi pietosi, perché lo paragonano subito alle dimensioni del loro garage. Forse solo chi vive nel quartiere Marina, a Cagliari, mi può capire. Quando i miei genitori sono venuti a trovarmi la prima volta nella mia scatola di fiammiferi, a parte sfanculare per i quattro piani a piedi, hanno subito esternato la loro opinione: “Bellino è bellino, certo che quando pensavamo a dove avresti potuto vivere a trent’anni e qualcosa, immaginavamo un appartamento più grande e signorile…“. 

Eppure io, fiammifero nella mia scatola, qui ci ho vissuto sempre benissimo. Nonostante le cucarachas che si sono permesse di entrare una volta e che sono state sterminate dal potere subdolo del gel ammazza tutto, nonostante i miei dirimpettai pakistani che preparano i mojitos da vendere in spiaggia, si svegliano con il canto del Mujaheddin e mi guardano ridendo quando ballo una salsa con il Guerriero, nonostante il vecchietto stralunato del primo piano che controlla i miei ospiti chiedendo loro se gli faccio pagare un affitto, terrorizzato com’è dalle multe per gli affitti abusivi ai turisti. Nonostante il vicino romantico e incazzoso con la nostalgia per la sua terra araba.

Con la vista del mare ogni giorno, il forn de pa in cui comprare il pane e il primo caffè del mattino, i bar della piazza del Mercato in cui bere al volo un vermut della casa, il vento che d’inverno si incanala nella mia strada e lascia la sabbia in balcone, le onde del mare che si fanno finalmente sentire nelle notti in cui i turisti sono già tornati nei loro paesi: io, alla mia scatola di fiammiferi sono molto affezionata. Anche se probabilmente presto sarà il tempo di cercare una scatola più grande. 

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28 commenti

  1. Anche io sto al quarto piano senza ascensore e non ci si abitua mai, soprattutto quando hai le buste della spesa 😉 , ma stare in alto e avere la vista che hai tu e’ impagabile. Non avere (almeno) la gente che ti cammina sulla testa, guarda che è tanto!
    Mi piacerebbe tantissimo abitare, come te, di fronte al mare, specialmente d’inverno, sentire le onde che si infrangono nel silenzio della notte, come a cullarmi. E poi avere il forno sotto casa, la luce sempre accecante delle città di mare… goditi Il tuo appartamentino, quando sarà il momento ne cercherai uno più grande, se ora siete in due va anche bene così. 😉 un abbraccio

    1. Vero, non avere nessuno sopra la testa fa tanto! Grazie per il tuo commento 🙂

  2. ottima descrizione…così anche io ho fatto in giro nella tua scatola di fiammiferi ;.)

    1. è un giro breve 🙂

  3. Che meraviglia, ho chiuso gli occhi e per un attimo ho rivisto quella meraviglia che e’ Barcellona. Devo portarci il Dottore che non ci e’ mai stato.
    A me non piacciono le costruzioni moderne, io adoro gli edifici vecchi, hanno il fascino del vissuto e hanno sopra l’impronta di chi ci ha vissuto prima.
    Io ho amato i tenement di Glasgow in cui ho abitato, stanzoni enormi e finestre grandi per intrappolare quella poca luce che abbiamo. Anche loro tutti rigorosamente senza ascensore, per la gioia dei miei traslocatori quando sono andata a vivere in un appartamento al terzo piano 😀

    1. Ehehe, loro – i traslocatori – ci odiano! Ma cosa ci possiamo fare, anche io subisco il fascino del decadente 🙂

  4. Ora che sto per trasferirmi anche io, anche mia madre è quasi scoppiata in lacrime quando le ho detto che andavo in un appartamento da 50 mq (ora sto in uno da 75 mq). Mi sa che la generazione dei nostri genitori non ha mai conosciuto la retromarcia.

    1. Eh mi sa che non l’ha conosciuta, invece noi siamo specialisti.

  5. La vista mare ti ripagherà ogni sera di ogni malanno! Viva le “scatolette”!

  6. cosa darei per una vista mare! purtroppo qui bisogna essere miliardari per averla. L’appartamento condiviso l’ho sperimentato anche io, un’esperienza bellissima e che però deve essere circoscritta nel tempo. Coi miei coinquilini che venivano da ogni angolo del globo ci chiamavamo “l’auberge espagnole” non a caso 😉

    1. Appartamento condiviso va decisamente limitato nel tempo, va bene farlo ai tempi dell’università…dopo secondo me inizia a essere più pesante!

  7. cara Giulia, da quando ti seguo la scatola di fiammiferi è uno dei tratti tuoi distintivi che mi affascinano di più. Ho come l’impressione che se davvero un domani ne cercherai una più grande, chiudere questa scatola della tua vita sará piuttosto complicato.

    1. Ci hai preso in pieno 🙂 Sono sempre molto combattuta quando penso a una nuova fase della mia vita fuori dalla scatola di fiammiferi 😉 Bentornato!

  8. Ciao! Sono stata coinvolta in una sorta di catena che mi è sembrata simpatica e ti ho “nominata”… Se ti va fai un salto 🙂
    https://iosonolennesima.wordpress.com/2015/08/20/liebster-award/

    1. Grazie per la nomination! 🙂 Ho partecipato qualche mese fa a questa iniziativa: http://trentanniequalcosa.com/2015/04/27/liebster-award-o-come-affrontare-con-ironia-le-catene/ …però grazie lo stesso!

  9. Mi piace la tua scatola di fiammiferi!!

    1. 😉 ci si vive bene, quando si è di buon umore

  10. A saperlo prima che eri lì mi davi qualche buon consiglio! https://giacani.wordpress.com/2015/07/23/resoconto-semiserio-ovvero-minchione-di-un-viaggio-a-barcellona/
    A parte questo molto carino il tuo blog, ti seguo!

    1. Grazie per il tuo commento! Sono già andata a curiosare nel tuo resoconto di viaggio a Barcellona 😉

  11. […] le mani in mano. L’aria di vacanze poi me la portano le persone che vengono a trovarmi nella mia scatola di fiammiferi, che in caso di visite diventa una scatola di fiammiferi-pro. Voi ci scherzerete, ma in questi 35 […]

  12. Caspita, cara Giulia!

    Seppur diversi anni fa ho anch’io vissuto a Barcellona in un’appartamento sulla Rambla dietro la piazza del Re (luogo molto noto) che era subaffittato ai turisti dai titolari del contratto che vivevano da un’altro parte.

    Mi sono divertito un sacco.

    Leggere le tue avventure mi fa tornare in mente un sacco di ricordi.

    1. Mi fa piacere Federico! 🙂 Plaza del Rey è ancora lo stesso luogo molto conosciuto e subaffittato ai turisti. Non ho dubbi che ti sia divertito un sacco, è insito nella natura di questa città 🙂

  13. La mia paura di volare - cercare un punto fermo dice: Rispondi

    […] di quella che ormai considero la mia città, la voglia di godermi con calma l’intimità della mia scatola di fiammiferi e di rivedere le amiche, sento di non voler staccare i piedi da terra. D’improvviso sento […]

  14. […] da una scatola di fiammiferi con vista mare, a un appartamento vero e proprio con un balcone da cui si apprezza la vista di tutta la riviera di […]

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