L’annoso problema del frigo vuoto

Finalmente ce l’hai fatta! – avevo pensato. Vivo in un appartamento tutto mio (grande quanto la cucina di tua madre – ma questo è un futile dettaglio), ho un lavoro che mi permette di pagare l’affitto da sola, un letto grande dove dormire liberamente senza preoccuparmi di colpire qualcuno con ginocchiate e un frigo tutto per me…che però ha un problema. Si svuota troppo in fretta.

La sindrome da frigo vuoto

Ora qui bisogna analizzare il perché, interpellare qualche esperto di educazione domestica, una Marta Stewart che non abbia precedenti penali, e chiederle come mai ‘sto benedetto frigo non riesce a stare pieno. Aggiungiamo pure che non spendo esattamente una grossa percentuale del mio tempo libero fra i fornelli, che sto fuori casa da mezzogiorno alle dieci di sera e che le mie schiscette sono all’insegna della semplicità (ma fanno pur sempre molta invidia, qui dall’altro lato del Mediterraneo).

Dopo vari brainstorming con la parte responsabile di me stessa, ho capito che forse l’origine del problema sta nel fatto che aborro con tutta me stessa l’idea di fare la spesona al supermercato. Fra  le altre cose che riguardano la mia vita pre-trenta, ho messo una pietra sopra sull’abitudine di passare più di 20 minuti in un supermercato e soprattutto di farlo durante il fine settimana.  Lungi da me tornare a sgomitare fra biscotti prima colazione e frutta made in China, riempire carrelli, aspettare il mio turno alla cassa 6.

Sarà che vivo pure al quarto piano senza ascensore, ma la spesona no, non la faccio più. La mia routine consumista si sviluppa quindi fra il mercato del quartiere e il mini-market paki sotto casa.

Una volta a settimana, quando riesco ad alzarmi abbastanza presto, mi aggancio in spalla due sacchetti di tela e attraverso il quartiere per andare al mercato comunale coperto, uno dei tanti della città. Mi piace molto fare la spesa qui, non c’è folla e si può camminare tranquilli fra le vecchiette che fanno colazione al bar e quelle che raccontano al fruttivendolo dei loro ultimi accertamenti medici. Essendo una cliente che abbassa decisamente l’età media dei frequentatori del mercato, mi sento come se fossi un’adolescente. Al banco della frutta&verdura, quello in cui compro imprescindibilmente il minestrone fresco, mi sorridono, mi chiamano guapa e mi regalano il prezzemolo. Ok ok, si comportano ugualmente anche con la signora di 80 anni e il bastone, ma vuoi mettere iniziare la giornata con tanta allegria? Se poi la signora fruttivendola è di buona, magari mi consiglia pure una ricetta per cucinare la zucca. Mi piace anche comprare il pesce fresco, ma lo faccio raramente, visto che per averlo devo lasciare alla simpatica signora metà di una mia giornata lavorativa normale. Di pesce profuma l’aria del mercato coperto del quartiere: d’altronde viviamo di fronte al mare e questo è stato per anni il territorio unico e colonizzato dalle famiglie di pescatori della città. La signora mi chiede come voglio cucinare il pesce che compro e in base alla mia risposta me lo pulisce e prepara, pronto per essere cucinato.

Di solito torno a casa tutta pimpante per aver finalmente potuto riempire il mio frigorifero di cibo fresco.

per evitare la sindrome da frigo vuoto

Il paki invece mi conosce perché da lui ci compro l’acqua, in comodi bottiglioni famiglia da 5 litri. In genere me ne carico due e li porto su per i miei quattro piani di scale, immaginando che sia un compendio della routine da palestra che pago ogni mese senza troppi bollini frequenza. Il paki sa dire in spagnolo quattro frasi in croce e mi chiama guapa pure lui, anche se con occhio diverso rispetto alla famiglia di fruttivendoli del mercato, vabè. Siccome il suo mini-market rimane aperto fino alle undici di sera, è una specie di salvavita nei giorni in cui il frigorifero già piange miseria o quando mi ricordo che non ho cipolle in casa né carta igienica. Non so che accordi abbiano fra loro, ma questo mini-market è frequentato da una quantità imponderabile di uomini pachistani: ogni tanto ne compaiono di nuovi, e sistemano nei punti strategici del market, a rotazione. Uno sta alla cassa, uno sorveglia le quattro mini corsie, uno più anziano normalmente sta seduto di fianco alle cipolle e un altro sta nascosto in qualche angolo a parlare al cellulare. Nell’etere, il canto di un muezzin, se ti capita di entrare durante l’ora della preghiera. Quando mi trasferii nel quartiere due anni fa, fu questo il primo posto in cui comprai viveri, uno dei quattro pachistani di turno cercó subito di ligar con me pensando fossi francese, e ricordo che dissi a me stessa che era veramente ma veramente cambiato tutto nella mia vita.

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5 commenti

  1. Mi piace questo blog, mi sembra che ci si possa sentire a proprio agio qui dentro 🙂
    Un saluto
    Alexandra

    1. Benvenuta Alexandra, accomodati pure, c’è un bel divano per tutti 🙂

  2. […] Sull’Isola mia mamma ci preparava la merenda, sempre, fra le quattro e le cinque del pomeriggio. Le venivano molto bene i tramezzini, fatti con il pane bianco senza crosta, il tonno in scatola, la maionese, il pomodoro tagliato fino [erano tempi in cui non si pensava allo sbiancamento chimico del pane o al mercurio nel tonno in scatola]. Oppure faceva una torta, o meglio ancora le lune ripiene di marmellata. Mia mamma ha sempre avuto il frigo pieno e quando sono andata a vivere da sola la sua prima raccomandazione è stata “sul cibo non si risparmiano i soldi“. L’ho presa in parola, anche se il contenuto del mio frigo non è mai stato comparabile al suo. […]

  3. […] al mercato a fare un po’ di spesa, riuscendo a mantenere un miracoloso equilibrio nel mio frigo normalmente tendente al vuoto siderale. Così capita che mi possa dedicare con un po’ più di calma alla cucina e a sperimentare […]

  4. se ripenso alla carne del Mercadona, mi vengono i brividi.

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