Quanto è difficile lasciare

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È da tempo che ci condividete parte della vostra vita.

Probabilmente è il vostro primo pensiero al mattino, magari l’ultimo quando andate a dormire.

Quando avete iniziato, le giornate sembravano impregnate di una nuova vitalità, c’era la voglia di mettersi in gioco e dare il meglio di voi stessi, un entusiasmo contagioso e molti sogni da condividere, per non parlare del senso di realizzazione che provavate al pensiero di aver trovato il vostro posto nel mondo. Un po’ di equilibrio, finalmente. Un’aria leggera, carica di progetti da iniziare, siete addirittura arrivati a pensare di poter migliorare il mondo, insieme, chissà in che modo poi. Ma volevate crogiolarvi nell’utopia, e le eventuali difficoltà sembravano superabili. Volevate imparare dagli errori passati, farvi avvolgere da queste emozioni positive pur senza andare troppo veloce.

La priorità è stare bene insieme, ma mantenendo gli occhi aperti – così pensavate di difendervi e salvaguardare la giusta dose di razionalità.

Già altre volte vi eravate lanciati anima e cuore in un idillio in cui potevate essere solo voi, le persone giuste al momento giusto, a creare quell’unione invincibile. Eppure dopo qualche tempo di rodaggio in cui tutto sembrava oliato quasi alla perfezione, qualcosa iniziava a scricchiolare e dovevate amaramente constatare di aver calcolato male le distanze, di aver dato troppo o di averci creduto ciecamente senza notare cosa accadeva dietro le quinte.

Questa volta non sarà così! – avevate iniziato cauti, fermi nei vostri propositi di indipendenza, ma con la volontà di lasciarvi andare lì dove fa bene, puntando su quello che darà un senso alle vostre giornate.

Invece i giorni hanno comunque iniziato a terminare con una certa nausea, la testa confusa, l’allegria spenta all’improvviso da pensieri fugaci che rabbuiano, un doloretto cronico alla bocca dello stomaco e il collo che ogni tanto si blocca. Ognuno patisce i sintomi che il suo corpo decide di creare, visto che la mente non è subito pronta a recepire. È il peso sul cuore che disturba, e sulle prime non è facile identificarne il perché.

Sono io che non vado bene? Cosa sto facendo di sbagliato? Perché tutto quello che mi dava sicurezza e serenità fino a poco tempo fa ora inizia a essermi di ostacolo? E se fosse lui il problema? E se fossimo noi?

Quando la risposta a quest’ultima domanda inizia a presentarsi con più frequenza, gli scenari iniziano a cambiare. L’idea di poter andare avanti da soli diventa un tarlo che scava nella corteccia cerebrale: nonostante i bei momenti o la sensazione di sicurezza o l’entusiasmo o l’affetto per chi vi ha accompagnato fino a qui, si materializza con più chiarezza la necessità di dover andare.

Ma quanto è difficile lasciare?

Quanto è difficile sedersi di fronte a quella persona e spiegare ciò che non va più? Magari non ci sono nemmeno stati litigi eclatanti, o momenti di grave rottura che possano giustificare la vostra scelta. Come far capire all’altro che si è giunti al capolinea, che le strade si dividono, che nonostante i tentativi di cercare un punto di incontro, non si trovano più argomenti che possano ravvivare il rapporto? Immagino che ognuno trovi il suo modo, e in questo senso di storie se ne sentono tante.

C’è chi cerca una scusa grossa, chi si costruisce una bugia, chi dice troppa verità pur di essere sincero fino alla fine, chi crea lo scandalo per avere un motivo per sbattere la porta o chi fa di tutto per farsi lasciare. A volte, raramente, si giunge a un mutuo accordo.

Che si tratti di un amore, di un lavoro o di un’amicizia, come lasciate (o avete lasciato) voi?

Inizio io: ieri ho lasciato un lavoro sicuro e ben pagato. L’ho fatto dicendo la verità e attirandomi così la curiosità di chi non concepisce che, quando non si è più felici del proprio status quo, decidere di cambiarlo è la cosa più naturale e liberatoria.

Ora mi piacerebbe sentire le vostre storie.

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37 Replies to “Quanto è difficile lasciare”

  1. da me è scoppiata la bomba, grazie all’altro (che poi è tornato tranquillamente a casa sua eh). e a quel punto mi sa che ho detto troppa verità. Sul fatto che cambiare il proprio status quo sia la cosa più naturale e liberatoria ho dei dubbi. Dovrebbe esserlo, questo sì, e ti auguro che per te lo sia. un abbraccio

    1. Quando parlo di cambio dello status quo come liberazione, intendo affrontare un cambiamento per stare meglio, invece che forzarsi di rimanere in una situazione che non ci piace. È liberatorio, ma a volte porta pure sofferenza a breve termine – come negarlo.

  2. Cambiare (o lasciare, come dici tu) è terribilmente difficile. L’uomo per natura è resistente al cambiamento, si crea la sua sfera di autoprotezione, una volta trovato un equilibrio. Appena il corpo comincia a dare qualche segnale di debolezza (a te prende la cervicale, a me prende la schiena), occorre tirare il freno e capire in che direzione muoversi.
    Cambiare lavoro non è mai semplice, soprattutto se il lavoro attuale piace. Ma se è necessario per la propria situazione psicofisica, occorre fare il salto. Possibilmente, non nel vuoto!

    1. Dipende, per il salto nel vuoto. C’è chi si attiene strettamente al detto “Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quel che lascia…”, e chi invece preferisce dare uno sguardo anche alla strada nuova, anche quando sembra non andare da nessuna parte in particolare. Quando lasci una persona, un’amicizia e a volte anche un lavoro, bisogna per forza saltare nel vuoto, se la circostanza lo impone.

      1. vero, a volte è l’unica alternativa.

  3. E’ vero, è difficilissimo. Ma è più difficile essere lasciati. Anche il lavoro non sarà più lo stesso dopo che te ne sei andata.

    1. Ci sono sempre cose “più difficili di”, ognuno in base alle sue esperienze lo relativizza. Sul lavoro nessuno è indispensabile, quindi se ne faranno una ragione. E ora che ci penso, anche nella vita di tutti i giorni, a quasi tutti i cambiamenti per quanto subiti o sofferti, si può sopravvivere.

      1. Io mi riferivo al lavoro come soggetto, non a quelli che lavoravano con te. Intendevo che quando fai qualcosa, diventi un tutt’uno con quella cosa e, se te vai, anche nel caso in cui qualcuno lo faccia meglio di te, quel lavoro non sarà più lo stesso.
        Vale per il lavoro così per tutto il resto. E sì, si sopravvive in ogni caso.

  4. Arriva un momento in cui lasciare diventa maledettamente naturale. E’ il momento in cui più o meno consciamente non puoi ammettere quella situazione per un istante in più. E lasciare E’ un salto nel vuoto. Anche quando l’altrernativa c’è già. Altrimenti non sarebbe così difficile

    1. Esattamente. Si salta nel vuoto ma lo si fa con coscienza, in qualche modo.

  5. puff… ne avrei diverse di storie da raccontare 😉

  6. In amore sono sempre stata lasciata….una sigatella forse..solo una volta volevo lasciare io ma lo ammetto (oltre che sfigatella pure codarda) ho fatto in modo che fosse lui a fare il passo…
    Invece quando ho lasciato il lavoro per venire a vivere qui ho semplicemente detto la verità….

    1. Non è facile dire la verità in amore, soprattutto quando vuoi lasciare. Poi magari con il tempo lo si impara…

  7. Non mi sorprende che tu abbia lasciato il tuo lavoro, si sente dalle tue parole che non sei pronta a metter radici. Hai fatto bene a farlo, se sentivi che qualcosa non era adatto a te. Non preoccuparti di non sapere perché l’hai fatto né cosa farai ora, come dice David Bowie, “I don’t know where I’m going from here but I promise it won’t be boring”!
    Io ho ricominciato tante volte, e non me ne sono mai pentita. Secondo me sei pronta per un nuovo viaggio… ok, oggi sono in vena di aforismi… “un viaggio finisce solo perché ne possa cominciare un altro”.
    In bocca al lupo!

    1. Ciao Lisa, grazie del bel messaggio! 😉 La verità è che nemmeno io sono nuova a questo tipo di cambiamenti, spiace sempre un po’ quando una cosa che all’inizio sembrava bella poi diventa un peso. Però lo accetto eh, e non ho paura di andare avanti e continuare a viaggiare 🙂 Crepi il lupo!

  8. credo che lasciare ci muova sempre sentimenti di colpa. Ma lasciare un lavoro.. bè, è una gioia. Gioia di ricominciare, investire di nuovo. Il lutto si attraversa in poche ore. E’ scegliere che non è facile, ma una volta deciso, è come prendere una medicina amara e berci dietro un bicchiere d’acqua: in un attimo, sparisce il saporaccio e il mal di stomaco!

    1. Bella metafora, direi che è andata proprio così! 😀

  9. Sono una vera pasticciona, non sono mai stata brava a lasciare, non riesco a gestire un uomo che piange e mi esce sempre fuori una vocina patetica. Ho tentato, quasi inconsapevolmente, di farmi lasciare ma non è servito a nulla e alla fine ho fatto esplodere una bomba ad orologeria che tutti, tranne (forse) lui, si aspettavano scoppiasse. L’ho gestita ovviamente male e, come faccio spesso, son scappata.. o meglio, ho preso due piccioni con una fava: mollare lui e mollare anche Prato, mollarlo un mese prima della mia partenza per Barcellona.
    Sono una brutta persona, lo so, ma la liberazione che ho sentito dopo è stata una delle sensazioni più belle della mia vita. Il nuovo, una nuova me e una nuova vita che mi attende, libera da legami malati e libera di creare qualcosa di buono dal nulla. E così è stato, perchè dagli errori si impara, solo che liberarmi di lui e della vita nella mia vecchia città, è stata una rottura violenta per molte persone a me vicine. In molti mi hanno tolto il saluto da quel momento. A volte cambiare lo status quo, può farti vedere chiaramente la differenza tra i vecchi amici e chi ti vuol bene sul serio e ti sostiene a prescindere da tutto

    1. Mi permetto di dire che descriverti come una brutta persona è eccessivo. Hai preso una decisione impopolare per chi ti/vi stava intorno, ma almeno hai avuto il coraggio di prenderla.
      Anche io avrei cambiato città o addirittura Paese. Non si può più vivere con gli occhi delle persone puntati contro.
      Complimenti per il coraggioso cambiamento.

      1. dico brutta persona perchè non si meritava di esser mollato a distanza mentre ero in vacanza, scoppiando perchè la sola idea di rivederlo mi faceva attorcigliare le budella. Avrei dovuto lasciarlo un anno e mezzo prima, quando ho aperto gli occhi, ma non ho avuto le palle, per questo son stata pessima. Ho cambiato Paese perchè ho avuto l’occasione di un lavoro temporaneo di un anno, quando stavo ancora con lui… beh, sì, son fiera di aver cambiato la mia vita, non tornerei mai indietro e va bene anche che la gente si sia rivelata per quella che effettivamente é:una merda

        1. A nostro modo tutti abbiamo fatto cose da “brutta persona”, ma come dicevi in un commento precedente, anche certi episodi servono per imparare e la prossima volta comportarti diversamente.

    2. Elly, mi unisco a Stefano, brutta persona agli occhi di chi ha voglia di giudicare sempre le azioni altrui e togliere il saluto per cose che non lo riguardano direttamente. Quindi le loro definizioni sulle nostre persone sono abbastanza irrilevanti, e w i nostri status quo. Gestire bene certe situazioni non è facile, magari nascessimo “imparati” per queste cose!

  10. io temo di lasciare un po’ troppo spesso. Forse perché il mio lasciare è un po’ un fuggire da me stessa e alla fine, surprise surprise, sempre con me stessa mi ritrovo a fare i conti. Però non è che sia facile, eh. Bisogna sempre convivere col pensiero che quel che si trova dopo è conseguenza diretta delle proprie azioni quindi con l’eventuale bilancio negativo, se capita. Per tacer poi di tutti quelli che magari vengono pure a dirti: ma chi te l’ha fatto fare? Dunque in bocca al lupo Giulia!

    1. Mh, capisco quello che vuoi dire, non è facile accettare le conseguenze del lasciare, nel caso in cui siano per la maggioranza negative. Col tempo però sto imparando a lasciare cantare i “chi te l’ha fatto fare” che la gente è così brava a tirarti addosso, mentre rimangono fermi nel loro angolino sicuro in cui la vita scorre sempre uguale. Crepi il lupo!

      1. Ma hai forse la certezza assoluta che tutti quelli che le dicono “chi te l’ha fatto fare?” siano infelici e annoiati? Perchè?

        Tutto vero, i binari paralleli ecc ecc.
        Però c’è anche un fattore non indifferente da tener presente: la facilità che adottiamo oggi nel lasciare persone che ci amano, autogiustificandoci sempre.
        Oggi c’è talmente tanta libertà e sempre meno certezze, che forse una delle cose più belle e impopolari sono quelle coppie che credono l’uno nell’altra, senza necessità di vivere una relazione riservandosi sempre la carta jolly del “ti posso lasciare quando voglio e giustificata”.
        Perchè altrimenti che società andiamo a costruire?
        Le responsabilità, i sacrifici, il non mollare al primo problema che si presenta…sono VALORI che stiamo dimenticando in nome di cosa?
        Di una vita che ha un limite naturale, di un fisico che deperisce col tempo, delle persone che ci vogliono bene e NON SONO SOSTITUIBILI.

        Dovremmo smetterla di comportarci in modo egoista e individualista in ogni caso, come invece oggi va tanto di moda.
        Perchè va bene scrivere in un blog, sentire testimonianze di gente che ha vissuto casi simili, ma tutto questo non è indice di verità assoluta.
        La verità sta dentro di noi.
        Se tu lasci una persona perchè ritieni che non vada più bene per te, per qualcun’altro invece potrebbe essere una persona da NON PERDERE.
        Così come oggi magari sei convinta di una tua scelta, e domani puoi pentirtene.
        Perchè con la giustificazione che “le persone cambiano” a mio avviso non regge. E’ chiaro che le persone cambiano, è naturale.
        Ma cambiare significa per forza sputare nel piatto dove abbiamo mangiato?
        Non necessariamente, non sempre.

        L’essere umano è mutevole ma se è abbastanza saggio può anche porsi dei limiti in questa mutevolezza, se ritiene che sia giunto il momento di COSTRUIRE qualcosa di definitivo, invece che DISTRUGGERE tutto per riservarsi la possibilità di cominciare da zero.
        Prima o poi ci si stanca e si vuole qualcosa di certo.
        E qui, spesso e volentieri, molte persone rimpiangono cio che hanno lasciato. Poveri ingenui, figli di una società che ci vuole tutti eterni bambini.

        1. Ciao J.J Bad, grazie per il tuo commento.
          Rispondo subito alla tua domanda iniziale: le persone di cui parlo e che mi hanno rivolto quella domanda sono persone che conosco personalmente e con cui mi sono confrontata più volte prima di lasciare il mio ultimo lavoro. Ho scritto infatti questo post dopo aver lasciato il mio contratto a tempo indeterminato in Clinica, e le persone di cui parlo sono tutte coloro che – pur essendo a dir loro infelici della loro vita lavorativa – si stupiscono quando qualcuno decide di lasciare, come ho fatto io.
          Il tuo commento parla esclusivamente del “lasciare” nel rapporto di coppia, e dalle tue parole si percepisce molta sofferenza sull’argomento, il che è piuttosto comprensibile. Sia lasciare che essere lasciati è sempre molto difficile.
          Mi spiace leggere una certa acredine nelle tue parole, come se il mio post fosse un’esortazione a distruggere invece che sforzarsi a costruire e mantenere in piedi le cose belle che abbiamo.
          Non è così, anzi, sono convinta che i processi che ci portano a lasciare qualcosa che abbiamo costruito debbano essere sempre molto ponderati e non presi sottogamba.
          Giudicare a priori chi lascia, solo perché sta facendo una scelta che porterà sofferenza, è qualcosa che ho imparato a non fare: sarebbe bello imparare a usare meno a sproposito la parola egoismo quando ascoltiamo le storie altrui..

  11. Non so se è stato un caso imbattermi nel tuo blog ma posso garantirti che, nel leggerti, ritrovo molti aspetti e vissuti che mi riguardano. Per alcuni potrebbe essere una magra consolazione, per me una soddisfacente conferma del fatto che viaggiamo tutti su binari paralleli e che, pertanto, i nostri problemi non sono solo “nostri”. I cambiamenti rientrano in una maniera sana del vivere. Da quando l’ho scoperto ho fatto mio un pensiero aristotelico: “l’equilibrio sta nel movimento”. Lasciare, se ci si riflette, vuol dire desiderare un cambiamento perché la condizione in cui viviamo, di qualsiasi natura essa sia, non ci permette di stare in equilibrio con noi stessi. Non può sentirsi in armonia con se stesso chi non desidera rinnovarsi per poi ritrovarsi, per poi perdersi e ritrovarsi nuovamente. Chi cambia lo fa perché ascolta se stesso e non rimane sordo ai propri bisogni esistenziali. La paura è umana ma è la ragione a provocarla. Lasciamo andare, dunque, ciò che non ci piace e andiamo alla ricerca di noi stessi fin quando non ci ritroveremo, migliori e di sicuro più felici. Te lo auguro di cuore!

    1. Grazie per il tuo commento Linda, sono contenta che ti sia ritrovata in quello che ho scritto e sono molto d’accordo con te sulla teoria dei “binari paralleli”. Non è un caso che, nei miei momenti di maggior cambio mi sia imbattuta in persone che stavano affrontando esperienze molto simili, una qualche forma di attrazione ci faceva capitare nello stesso posto, nello stesso momento. Ci si sente meno soli nel cambiamento e con molta più energia e ispirazione per affrontarlo! 🙂 Un abbraccio

    2. Accidenti Linda, che bel commento! Complimenti!

      1. Grazie, Stefano, sei gentile. La forza delle parole di Giulia genera grandi riflessioni. Bello essere giunti qui!

        1. Grazie Linda, sentiti come a casa! 🙂

  12. Hai fatto bene Giulia, anche io ho fatto il salto nel vuoto anni fa, quando ho iniziato a fare la fotografa, ed e andata bene!
    Non si può rimanere in una situazione che ci sta lentamente uccidendo, tu hai avuto coraggio e vedrai che ne sarai ripagata con gli interessi. 🙂
    Non ho capito cosa farai però, se vuoi e puoi dimmi che mi interessa. Un bacio

    1. Lavorerò nella redazione di contenuti per il web e poi nell’assistenza al cliente per una startup francese 🙂

  13. […] ragazze, tranquille, poche ansie ma ragionamenti ponderati. [Parlo io, poi, che ho dovuto lasciare il lavoro in Clinica perché non sopportavo più di mettere costantemente in discussione le mie scelte di fronte a […]

  14. Io sto per lasciare, in questo caso un paese e la famiglia che inevitabilmente non l’ha presa propriamente bene. La penisola iberica è vista lontana anni luce da persone che hanno il terrore di salire su un aereo. Per questo è il più grande lasciare di sempre e, qualche paura c’è, come non negarlo. Ma è maledettamente liberatorio ed eccitante!

    1. Ehi Claudia, non so perché questo commento era finito nello spam, l’ho appena recuperato!
      La famiglia a volte è uno degli ostacoli più grandi al nostro cambiamento personale. Che bella definizione “il più grande lasciare di sempre”! In quanto gran lasciare, sarà anche un gran scoprire…sono sicura che sarà bellissimo! 🙂

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