La mia vita con un Messicano: la nostra coppia interculturale

Secondo l’ultima indagine Istat su matrimoni e divorzi in Italia, nel 2015 ci sono stati 24mila matrimoni interculturali: il 12,4% dei matrimoni è stato cioè celebrato fra coppie in cui uno dei due membri era straniero.
Io sono sempre stata affascinata dall’America Latina, dai tempi in cui ho letto per la prima volta un romanzo di Gabriel García Marquéz o in cui ascoltavo gli Intillimani avvolta nei miei maglioni extra-large da sedicenne.
Amare la lingua spagnola, la letteratura sudamericana, l’idea dei viaggi nel Cono Sur: forse è anche per tutte queste ragioni che innamorarmi di un latino è stato più semplice.
Che si tratti delle piccole gioie quotidiane o dei momenti più difficili, io e il Guerriero, nonostante le nostre opposte provenienze geografiche, abbiamo un’enorme quantità di punti in comune nel modo in cui affrontiamo la vita.

Nei primi tempi della nostra relazione, lui amava ripetere che italiani e messicani non si differenziano poi tanto.
Per questo, secondo lui, si è sempre trovato bene in Italia.
Ora che ha un po’ più di esperienza con il nostro Paese, continua a pensare lo stesso: ma si è reso conto che ci assomigliamo molto soprattutto negli aspetti negativi (fine dell’idillio).
Vivere in una coppia interculturale per me è un’avventura bellissima. Avere così tanto da scoprire sull’altro, non solo sulla sua persona, ma anche sulla sua cultura nel suo significato più esteso, è pane per i miei denti di trentenne curiosa e irrequieta.
E vedersi con gli occhi di una persona di un’altra cultura, insegna tanto.
Così, un episodio di questa mattina mi ha fatto venire in mente questo post:

¿cosa vuol dire vivere e innamorarsi di una persona di un’altra cultura?

E allora, ecco la mia esperienza di coppia interculturale italo-messicana riassunta in 10 punti:

1 – Bizzarre combinazioni culinarie (aka l’episodio ispiratore di questo post).

Ho preparato un buonissimo ragu di carne, oggi per pranzo.
Ho fatto il soffritto di carote e cipolla, rosolato la carne macinata, aggiunto qualche spezia mediterranea, un pomodoro fresco. Ci ho condito due bei piatti di tortiglioni, uno per me e uno per il Guerriero.
Siamo seduti a tavola, iniziamo a mangiare, lui mi fa i complimenti perché è un fan dei miei ragu.
Poi allunga la mano, apre il frigo, tira fuori un vasetto di maionese.
Stacca un pezzo di pane fresco, apre il vasetto di maionese, ne spalma un poco sul pane e fa per avvicinarlo al mio ragu.
Lo guardo come se vedessi la scena al rallentatore, e mi si allunga un viscerale noooooooooo – che giustamente lo intimidisce un poco.

Io: Stai per accompagnare il mio ragu di carne con pane e maionese? —gli chiedo, riprendendo possesso di me
Lui: Ci stavo pensando, ma dalla tua reazione non mi sembra più una buona idea —mi risponde lui
Io: No, per carità, mangialo come vuoi…ma ecco, sì la combinazione mi addolora, te lo devo dire.
Lui: Ok, rimetto a posto la maionese. Ma te lo dico, io non ci vedo nulla di male, eh.

I messicani sono abituati a mangiare (quasi) tutto con tutto.
Per dire, ogni cinque secondi una pizza muore, in Messico, sommersa da quantità innominabili di carne al pastor o dalle sue contaminazioni pseudo-USA.
Su questa linea d’onda, il Guerriero mi ha insegnato a essere molto meno schizzinosa negli abbinamenti di ingredienti e nel riciclo del cibo. E io non mi sono fatta troppi problemi.
Il piatto unico, nella nostra cucina, è ormai quasi sempre re incontrastato: mettici il riso di base e affiancaci qualsiasi cosa che non sia pasta. Anche se, fosse per lui, pure la pasta (lunga) potrebbe tranquillamente essere un contorno ai secondi: ma siccome quando mi mostra le foto di ricette messicane cercando di convincermi, la mia faccia continua a deformarsi in un moto di scetticismo, non siamo ancora arrivati così lontano.

2 – La colazione italiana non ha più molto senso.

C’era una volta la colazione all’italiana. Sì, l’espresso o il cappuccino accompagnato dal cornetto.
Presentatela a un messicano con tutto il vostro orgoglio italico, ammiratelo mentre si lecca i baffi sporchi di schiuma di latte e marmellata.
E ora, a tazza vuota, sentitelo pronunciare la fatidica frase:

Delizioso, ma cosa mangiamo per colazione?“.

Il messicano medio non si accontenta di un caffè di corsa e un dolce, per colazione.
Con nessuna fatica, devo dire, ho abbracciato la nuova abitudine di allargare questo momento della giornata.
Basta con il monopolio del dolce, benvenuto al salato: pane con formaggio o prosciutto o entrambi (la Spagna c’entra molto in questo), uova fritte con mole (sbavo solo al pensiero), frutta, cereali, tortillas di mais calde, piadina.
Non c’è più un limite definito a quello che può finire sulla nostra tavola per colazione.

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3 – La rivisitazione del caffè.

In Messico si beve moltissimo caffè, il Paese ne produce di ottima qualità.
Ma naturalmente l’espresso non è la priorità. La lentezza dei ritmi messicani si vede anche dal caffè, che deve essere intenso ma lungo, allungato con acqua. Quello che solitamente si conosce come “americano”. Una descrizione più accurata è quella che fa Denis del blog Messicando.
Per questo le nostre tazze da the ora si prestano volentieri ad accogliere il caffè della moka allungato con acqua calda. Rigorosamente senza zucchero. Che vi devo dire, un caffè che dura più a lungo e mi scalda le mani mi rende felice.
E poi c’è la questione cappuccino.
Certo che abbiamo affrontato la diatriba “il cappuccino solo fino a metà mattina, dopo NO“.
Anche in questo caso la mia vita a Barcellona ha contribuito a modificare le mie abitudini, e il momento del cappuccino per noi è diventato quello in cui si ha voglia di prenderlo. A colazione, a metà mattina, dopo pranzo o a merenda.
Il punto del Guerriero è, “ma se ti piace, perché devi farti problemi a ordinarlo?“.
Eh, ma infatti.

4 – Nascono neologismi itagnoli o spagnoliani.

Il Guerriero parla abbastanza bene l’italiano, e va migliorando con il tempo.
Ma come molti stranieri, si è fatto l’idea che a noi italiani piace usare i diminutivi. E siccome anche i Messicani amano le parole belline e pequeñitas (non solo pequeñas), il suo italiano è una festa di adorabili diminutivi ad cazzum.
È che mi fa sciogliere quando diminuisce le parole e chiede un caffettello, o mi indica un bambinetto che corre per strada, mi chiama ragazzella o chiede agli amici un tiro di sigarretto.
Poi ci sono anche quelle parole che ormai sono state ribattezzate da qui all’eternità. Tipo il pescero (pesce), la cucharella (cucchiaino), è certo? (al posto di è vero?); e a tutto questo mi unisco anche io con il mio ormai incerto uso dell’italiano.

5 – Scopri nuovi canoni di bellezza.

Gli occhi dell’amore, si sa, sono ciechi. Però possono anche aiutare ad avere una nuova visione del nostro corpo.
Se in passato ho avuto a volte dei problemi nel mostrare il mio corpo, pensando che non fosse “abbastanza”, con il Guerriero non è mai successo.
Non mi ha mai rivolto frasi come “perché non ti iscrivi in palestra per mettere giù i kg presi durante le feste?” o “magari fai qualche addominale per buttare giù la pancia” o “truccati per uscire, che stai meglio” o “quel vestito non mi piace, cambialo“.
Non credo che questo trattarmi da pareja sia dovuto al suo essere Messicano, no, è un merito della sua educazione.
Però sì noto una differenza generale di cultura relativa all’ideale femminile, al fatto che il canone di bellezza sia meno occidentalizzato, meno in fissa con la linea, la moda, l’apparenza nel vestire.
Per me, che non sono mai stata patita di shopping, palestra e parrucchieri, affrontare i cambiamenti del mio corpo trentenne con lui è stato decisamente gratificante.

6 – Aggiungi nuovi giorni festivi al calendario.

Tipo il Giorno dei Morti, che diventa il giorno in cui si vanno a cercare i colorati altari votivi e si mangia il pan de muertos con cioccolata calda. E ci disegnamo Catrinas sul viso.
La Candelaria a febbraio è il giorno dei tamales —mammamia come mi mancano i tamales.
Il 15 settembre è il giorno dell’indipendenza messicana, che a Barcellona si festeggia con una fiera della cultura messicana e decine di chioschi di cucina tipica popolare.
Basicamente, la maggioranza dei giorni festivi che aggiungo al mio calendario hanno a che vedere con qualcosa di delizioso da mangiare.
Poi c’è anche il 28 dicembre, il Dìa de los Santos Inocentes, che è l’equivalente del nostro pesce d’aprile e durante il quale meglio stare all’erta 😉

7 – Impari nuovi gesti.

Già che siamo abituati alla gestualità italiana, tanto vale aggiungerci quella messicana.
La mia preferita è l’indice che si muove su e giù per dire “sì”. Mi ricorda ET Telefono Casa!
Purtroppo non ho trovato un’immagine o video di questo gesto, ve lo dovete immaginare.
Però ho trovato questo video con tutti gli altri gesti tipici messicani che vale la pena imparare, soprattutto se siete in procinto di viaggiare in Messico.
Un consiglio: imparate soprattutto la gestualità per indicare i numeri con la mano, è un po’ diversa dalla nostra!

8 – Inizi a informarti seriamente su come funziona il suo Paese.

Posto che leggere un po’ di notizie internazionali e inter-europee non fa mai male, è vero che quando si sta con una persona straniera ci si avvicina di più anche agli eventi del suo Paese.
Il Guerriero mi ha aperto un mondo in termini di stampa internazionale e messicana; questo naturalmente mi ha permesso di conoscere molto da vicino alcuni aspetti della vita quotidiana in Messico che vanno ben oltre i cliché e le notizie mondane che arrivano fin qui.
Ho imparato moltissimo ad esempio dai suoi racconti sulla vita a Città del Messico, sull’enorme sciopero universitario alla Unam del 1999-2000, sul sistema scolastico, sui pregiudizi verso il popolo messicano che non hanno più ragione di esistere. E di tutti quegli aspetti della storia messicana (e latina) di cui qui in Europa impariamo veramente pochissimo (e che invece farebbe così bene assimilare, per capire certe situazioni mondiali odierne).

9 – Scopri meandri della burocrazia che non avresti voluto sondare.

Nota dolente, ma necessaria.
Vivere in Europa a fianco di una persona straniera, e più nello specifico di un extracomunitario, vi scaraventerà vostro malgrado in un’ottica completamente diversa.
Inizierete per esempio a dare un valore inestimabile al vostro passaporto rosso, che vi da libero accesso a praticamente quasi tutti i Paesi del mondo.
Avete mai dato un’occhiata alle classifiche di Passport Index? Se la risposta è no, è il caso di farlo.
L’Italia si posiziona al 4º posto nella lista dei passaporti con più ampio potere di circolazione: abbiamo a disposizione 155 Paesi in cui poter viaggiare senza dover richiedere un visto. Il Messico è al 26º posto.
Ma questo è il minimo.
Stare insieme a un extracomunitario significa conoscere un sistema cavilloso fatto di leggi difficili da interpretare, burocrazia infinita, uffici pubblici in cui nessuno ti da una risposta uguale all’altra, la paura di sbagliare qualcosa e magari giocarsi la permanenza legale in Europa.
Significa dover passare diverse ore in un Ufficio Immigrazione nell’unico giorno della settimana in cui si può ottenere un dato certificato.
Significa vedere con i propri occhi come vengono trattate le persone, spesso in maniera diversa a seconda del colore della loro pelle o del loro passaporto.
Significa ricevere per posta una lettera con un timbro dell’Ufficio Immigrazione e sentire due secondi di brividi freddi, anche se teoricamente non c’è niente da temere. Ma poi nella pratica a volte gli errori capitano, e anche se non sono tua responsabilità, le energie per risolverli devono essere tutte tue, tutte vostre.
Significa a volte vivere nell’incertezza totale di quello che sarà fra 6 mesi o un anno.
Significa cercare parole di conforto all’ennesimo implicito ma veritiero “Grazie, ma abbiamo preferito assumere un cittadino europeo”.
Significa fare delle telefonate al posto suo, perché sentendo l’accento italiano finalmente l’impiegato dell’Ufficio Immigrazione abbandona il tono spazientito e ti dà le informazioni di cui hai bisogno.
Significa fare scorte a quintali di pazienza.
Pazienza per affrontare le ingiustizie, i cavilli burocratici, i momenti in cui ci si chiede se stiamo sbagliando qualcosa.

10 (post) – La vita si fa più passionale e condita di no pasa nada

Forse ho scritto questo post troppo tardi la sera, e quasi mi dimenticavo di uno dei punti più importanti della mia vita con il Messicano. O forse ormai la do per scontato, quando non è per niente così.
La passione, in tutti i sensi.
Quando stiamo insieme; quando domingueamos senza mettere il naso fuori di casa; quando andiamo in giro nei vicoli di Barcellona a provare i migliori vini della casa; quando discutiamo di politica distesi su un prato o sul divano; quando lui cerca le parole più adatte per spiegarmi nel dettaglio il suo progetto di ricerca; quando ci inoltriamo in discorsi impossibili sul senso della vita, delle differenze Italia-Messico, del prossimo Paese in cui vorremmo vivere insieme; quando balliamo salsa in salotto sbattendo contro il divano.
E allo stesso tempo il no pasa nada. Questa meravigliosa formula, tre parole semplici per dire che non succede niente, che ok il punto 9 ci fa arrabbiare molto ma dobbiamo mantenere la calma. Che non succede niente, non serve alzare la voce, non serve agitarsi, no pasa nada.
Per tutte le volte in cui mi sentivo in balia del vento di tempesta e lui mi ha detto “sei la mia Guerriera, mettici passione e vedrai che no pasa nada“.

☆—☆—☆

Sei anche tu parte di una coppia interculturale?
Raccontami la tua esperienza qui sotto nei commenti: aggiungi il punto numero 11 della lista!

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25 commenti

  1. Anch’io faccio parte di una coppia interculturale (io italiana lui ungherese) e concordo praticamente su tutto. Quando si è una situazione simile le differenze purtroppo si sentono, ma è anche bello scoprire i punti in comune e meravigliarsi di quanto si possa essere in realtà simili. Ho notato anch’io un rispetto maggiore per il corpo della donna, ma forse come dici tu dipende dall’educazione. In realtà non ho nessun punto 10 da aggiungere, se non a volte armarsi di santa pazienza di fronte a qualche piccola disavventura culturale. Ma con tanto amore e tanto rispetto reciproco si supera tutto 🙂 un saluto!

    1. Grazie Giulia! Tanta pazienza, questo è fondamentale, e trasformare le disavventure in aneddoti divertenti per i posteri 😀 un abbraccio!

  2. Non sono (più) parte di una coppia interculturale ma ne sono il frutto, mio padre era inglese e oggi sembra una sciocchezza, Brexit o no, ma all’epoca (metà anni ’60) significava tra l’altro non potersi sposare in chiesa perché lui era anglicano. E poi lui voleva vivere in Italia e mia madre, che è italiana, giustamente voleva trasferirsi in Inghilterra. Purtroppo lui è morto prestissimo, lasciandomi in dote solo un grande amore per l’inglese sviluppatosi a scoppio ritardato. In seguito ho avuto una breve relazione con un ragazzo marocchino, splendido sotto più di un punto di vista, forse a dividerci più che le differenze culturali che non erano poi così grandi, è stato il suo costante senso di tristezza e nostalgia, e l’eccessiva dolcezza (che era caratteristica anche del mio primo compagno). Non che io ami le canaglie, tutt’altro, però… 🙂

    1. Bello questo punto di vista da figlia di coppia interculturale, sarebbe bello ampliare il discorso 🙂 Grazie per aver condiviso la tua storia!
      Il ragazzo marocchino era triste e nostalgico del suo Paese?

      1. Sì, ne soffriva moltissimo e difficilmente riusciva a godersi qualcosa. Però so che alla fine si è sposato in Italia con una sua compatriota che viveva qui, e hanno uno o forse due figli. Ogni tanto lo incontro e ci salutiamo con molto affetto

        1. Vero, a volte non è nemmeno facile gestire il fatto che l’altro/a viva così lontano da casa e possa avere dei momenti di tristezza per questo…

  3. Credo che, un po’ come nel tuo caso, io mi fossi “predestinata” da sola a una relazione con uno straniero, vista la mia passione per le lingue e culture anglofone. Io e il Dottore, che e’ scozzese, stiamo insieme da due anni e anche il mio ex era scozzese. Il bello della coppia interculturale e’ l’uscire dalle certezze e, in un certo senso, chiusure mentali e abbracciare un altro modo di vedere e interpretare la realta’. Molti dei punti di cui sopra (tipo l’aggiungere altre festivita’ al proprio calendario e cambiare le proprie abitudini alimentari) li ho sperimentati semplicemente vivendo in Inghilterra prima e in Scozia ora, poi e’ chiaro che se il partner e’ straniero lo si fa a maggior ragione. Mia mamma inorridisce ogni volta che le parlo di cosa ho mangiato ma, come ho forse detto altre volte, per me il Regno Unito e’ il paradiso culinario perche’ si trova cibo di tutte le parti del mondo 🙂
    Del nostro rapporto a me piace il fatto di essere molto simili ma con le nostre differenze allo stesso tempo e scoprire continuamente cose nuove su di lui e il suo Paese, confrontando cosa facevamo a scuola e cose di questo tipo.

    1. Che ridere, anche mia madre inorridisce a sentir parlare delle nostre colazioni, è terrorizzata da “tutto quel piccante” 😀
      Certo, se già vivi in un Paese straniero abbracci la cultura di quel posto, nel mio caso senza il Guerriero non potrei festeggiare i giorni messicani, visto che non vivo in Messico [almeno per il momento 😉 ]. Bello bello anche il discorso sulle differenze scolastiche, quante scoperte!

  4. Io non sono parte di una coppia interculturale, ma leggerti mi ha fatto comunque riflettere e sorridere parecchio :). Un punto in più per le colazioni salate, a casa mia (tradizione austroungarica) si fanno da sempre e che dire.. hanno una marcia in più!

    1. Al sud invece la colazione salata è quasi un crimine 😀 hanno una marcia in più, sì!

  5. Claudia Lemmi dice: Rispondi

    Bellissimo articolo Giulia, molto personale e interessante! Molto divertenti i primi punti, meno il nove che purtroppo rappresenta l’amara verità. Provo sempre dispiacere davanti a tutte queste difficoltà incontrate dalle persone per spostarsi da un paese a un altro, che sia per brevi periodi o a tempo indeterminato. Le stesse difficoltà le abbiamo anche noi italiani se decidiamo di andar a vivere in posti come ad esempio l’Australia, non ti accolgono proprio a braccia aperte e per la residenza permanente ti fanno sudare…

    Un abbraccio

    Ps: finalmente mi trovo a Valencia da quasi 20 giorni!

    1. È vero Claudia, questo punto della libertà degli spostamenti è veramente una limitazione enorme; e vale anche per noi italiani a seconda dei Paesi in cui decidiamo di spostarci, è vero!
      Come ti stai trovando a Valencia?!

  6. Claudia Lemmi dice: Rispondi

    Mi trovo bene, per ora sono una nomade in cerca di una casa, mi sposto da un B&B/alloggio privato all’altro 😉 Però mi trovo molto bene!

    1. Mi fa piacere! Spero incontriate presto la casa adatta a voi! 🙂

  7. Molto simpatico questo articolo. Io credo che con il tempo mio marito si sia molto italianizzato, specie da quando siamo tornati al suo paese. Io invece mi sono argentinizzata e a lui non piace. Quando è arrabbiato mi dice “Sei una localizzata! Sei come questi!!!” (“questi” sarebbero i suoi compatrioti). Io gli dico che è un milanese imbruttito, un “amargado” e di rilassarsi “che!” che così è un “mala onda”. Quando eravamo in Italia e ho cominciato a conoscerlo intimamente (andando a casa sua e vedendo come vive) credo di avere avuto un paio di momenti di shock quando si beveva il caffellate con gli avanzi della pizza del giorno prima o quando metteva la maionese sulla bruschetta o faceva improbabili frittate col tonno (e tutto ciò che trovava nella dispensa, tipo i cracker sbriciolati). Adesso invece ha compiuto una svolta salutista e fa intrugli di legumi, cipolle e pomodoro e spezie. A volte sono deliziosi, a volte improponibili. La cucina argentina non è parte della vita dei porteños (a parte la parilla) perchè qui in città mangiano tutte schifezze industriali. All’interno del paese fanno piatti originali e molto più buoni, ma a Buenos Aires le famiglie non mangiano quelle delizie e soprattutto non cucinano. Comprano già fatto, ordinano con consegna a domicilio o escono a mangiare. Per cui più che integrare la cucina argentina, si trattava di ingerire intrugli di quel che c’era in frigo.
    Razzismo per fortuna nessuno. Lui è perfettamente bilingue e senza accento. Io sto considerando di cercare un voice coach per limare il mio accento, anche se basta vedermi in faccia per capire che non sono di qui. Ho però sentito di amici argentini che hanno vissuto in Italia e, nonostante il doppio passaporto, ai colloqui di lavoro li scartavano per via del loro essere argentini “mascherati da italiani”.

    1. Grazie, Isa per aver condiviso queste scene di vita matrimoniale italo-argentina 😀
      Quello che dici sulla cucina conferma un po’ la mia impressione, non ero rimasta colpita granché dalla cucina di Buenos Aires.
      Nemmeno gli argentini mascherati da italiani, vogliono? Andiamo bene!

  8. Indipendentemente dal fatto che siate due continenti diversi, la descrizione del vostro rapporto con i suoi pro e contro è quella che, a mio parere, sogna la maggior parte delle coppie che provengono dalla stesso continente, Paese, regione, città o ancora paesino. Raramente c’è passione nel modo di essere se stessi o di condividere e raramente ne sento parlare così poeticamente come hai fatto tu. Sta proprio nella passione la spinta al superamento delle differenze, delle difficoltà burocratiche, delle insicurezza legate al proprio corpo e delle abitudini alimentari. Mantieni sempre vivo il tuo splendido rapporto sorprendendo e sorprendendoti ogni giorno con la stessa passione! È sempre un immenso piacere leggerti

    1. Linda, sai scegliere sempre le parole migliori, grazie <3

  9. Che bel post! Anche io mi ritrovo in molto, nonostante mio marito sia svedese e quindi si tratti di tutt’altro mix di culture. Buffo, vien quindi da pensare che questa fissa quasi religiosa per il mangiare e per l’estetica femminile ce l’abbiamo solo noi! Per il resto, io spesso penso che avere una famiglia acquisita svedese, più dei vari espatrii onestamente, mi abbia insegnato a mettermi nei panni degli altri. Capita magari che un gesto che fatto da un mio connazionale mi avrebbe molto irritato, ora lo prendo con il beneficio del dubbio; magari penso che una frase che a me è sembrata sgarbata era perfettamente neutra per chi l’ha pronunciata. E questo, mi sono resa conto a posteriori, vale anche tra italiani! paradossalmente, in una coppia interculturale si lavora molto di più sulla comprensione reciproca e forse questo la rende pure più solida di un’altra dove si dia per scontato di pensarla uguale a priori. Spero si capisca cosa voglio dire!

    1. Molto molto vero, Arya!
      Non so se le coppie multiculturali siano poi più solide (su Google si trovano anche molte tesi contrarie, che votano per la fragilità), ma quello che dici è verissimo: imparare ad adattarsi verso il/la nostro partner ci rende più flessibili anche verso gli altri, fuori dalla coppia. L’ho notato anche io nel mio contesto 🙂

  10. Non sono parte di una coppia interculturale (anche se Torino – Messina è una bella avventura, nel mezzo della quale si sta ancora discutendo sull’esatta natura della “pasta al forno”) ma…beh…il tuo post è *meraviglioso* e spero che il tuo Guerriero abbia modo di apprezzarlo. Nulla, solo questo;-)

    1. Grazie Kiara! 🙂 Anche Torino Messina a suo modo è un bello scambio interculturale, ti do ragione” 😀

  11. Un post bellissimo e molto divertente! Avere un compagno straniero è una bella sfida, immagino che a volte sia anche difficile comprendere perché uno dei due si arrabbia o innervosisce.

    Concordo con Arya quando dice che le coppie miste o a distanza devono lavorare di più sulla comprensione reciproca, e sicuramente è un bell’aiuto nel lungo termine. Certo, solo se lui non osa ammazzare il ragù con pane e maionese… 🙂

    1. eheeh Elisa, è vero, ma come lui cerca di ammazzare il mio ragù io faccio lo stesso con i suoi piatti…quindi siamo pari! 😉

  12. […] ci vuole un minimo di pratica, ma come il maestro insegna, dopo 2 o 3 tortillas si impara. Prendete una tortilla, posateci sopra la carne coprendone poco […]

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