Confessioni di una lavoratrice da remoto: io e il co-working non andiamo d’accordo

5 motivi per NON lavorare in un coworking

Iniziare a lavorare da remoto di solito apre un periodo di grande entusiasmo e sogni a occhi aperti sul dove, come, quando.
Potrò lavorare da qualsiasi parte del mondo.
Potrò lavorare come piace a me.
Potrò lavorare seguendo i miei ritmi e la mia organizzazione del tempo.

Dopo due anni di lavoro da remoto posso tranquillamente dire che quei dove, come, quando, che mi facevano brillare gli occhi non si sono tutti avverati come speravo.

Qualche tempo fa, avevo scritto un post riassuntivo della mia esperienza, in cui avevo elencato anche i contro del lavoro da casa, questo 👉 Di quando ho trovato un lavoro da remoto e cambiato la mia routine

Ho ripensato di recente a uno di quei punti sia perché ne ho parlato su un forum con una ragazza che cercava informazioni sul esperienze di coworking, sia perché da poco mi è stato chiesto “Allora, quand’è che ci facciamo una giornata di coworking?“.

…domande che mi mettono in difficoltà

Molti degli articoli in circolazione sul tema “come gioire del tuo lavoro da remoto” includono spesso la raccomandazione di cercare un coworking da cui lavorare, per sconfiggere la solitudine che affliggerebbe chi lavora da casa.
Io, invece, la maggior parte delle volte in cui qualcuno mi chiede di fare coworking, ho la tentazione di scappare a gambe levate.

Lavorare da casa può farci sentire molto soli, è vero.

E per farlo in maniera produttiva secondo me bisogna avere una certa attitudine alla solitudine.
L’ebbrezza di non dover uscire di casa la mattina, dimenticare la preoccupazione di incrociare il collega antipatico (che c’è sempre, in ogni ufficio) o quella di dover stare 10 ore seduta alla scrivania nei momenti di maggior stress, all’inizio mi aveva fatto girare la testa.
E allo stesso tempo avevo incassato il colpo di non avere più nessuno con cui parlare, a volte anche per una giornata intera.
Nessun trauma, in ogni caso, nessun rimpianto.

Per me, passare da un gineceo di 30 colleghe sui trent’anni e qualcosa, con cui condividere gioie, chiacchiere e litigi, a una giornata lavorativa costellata di tazze di caffè e playlist su YouTube ma senza altro elemento umano, è stato piuttosto intenso. Un cambio drastico.
Ma non mi è costato adattarmi al nuovo ritmo, anzi.

Come mi dice spesso il Guerriero, ho la capacità di trasformarmi in monaca dedita al silenzio per ore e ore di seguito, fino al momento in cui esco dal mio mondo digitale.
L’altrui presenza umana, quindi, non mi è necessaria per lavorare proficuamente.
Anzi, condividere uno spazio di lavoro con una persona conosciuta (ma non collega), mi mantiene in tensione.
Posso farlo in tutta tranquillità solo con il Guerriero che ha il mio stesso stile e non esprime nessun giudizio (i tipici: fai molto rumore quando digiti, non stacchi mai gli occhi dallo schermo, certo che ti concentri proprio tanto oh, rilassati, e via dicendo).

Chiamatemi asociale, se vi va.

La mia esperienza in un coworking a Genova

Pur stando benissimo da sola, quando mi sono trasferita a Genova ho dovuto cercare un ufficio in coworking in cui andare a lavorare: il nostro primo appartamento genovese non aveva un impianto ADSL, ed essendo una sistemazione temporanea, non avevamo voluto lanciarci nell’impresa di attivare internet in casa.
La cosa più ovvia, allora, mi era sembrata cercare un coworking.
Lo avevo trovato senza tanta difficoltà: era in centro storico, al terzo piano di un antico palazzo genovese con vista sul Porto Antico.

vista dal co-working a genova

L’ufficio aveva pareti colorate, diverse postazioni di lavoro da condividere con sconosciuti, delle grandi finestre da cui ammirare il tramonto a fine giornata. Molto bello.
Avevo contrattato una postazione per 120 euro al mese, prezzo che includeva libertà totale di accesso all’ufficio, in qualsiasi giorno della settimana e a qualsiasi ora, utilizzo della stampante, e ovviamente internet ad alta velocità.

Per me che in quel periodo bramavo una connessione ADSL come la colazione appena sveglia, quello era il paradiso.
Oltretutto condividevo l’ufficio con due ragazze simpatiche, di cui una alla fine è diventata la mia compagna di merende genovese, Lappeana dagli occhi verdi.

Tutto a gonfie vele, fino a che i lati negativi del coworking non sono venuti fuori.

Cosa mi ha fatto desistere dall’idea di lavorare in un coworking

So di andare molto controcorrente sul tema, ma la lista che segue è strettamente legata a quello che ho vissuto in prima persona e al tipo di lavoro che faccio: supporto multilingue ai clienti di un plugin WordPress. I miei compagni di coworking si occupavano di argomenti totalmente diversi, alcuni nemmeno inerenti al mondo digitale.

1. Le distrazioni continue

Ogni coworking ha le sue regole, che cambiano da ufficio a ufficio. Oltre a quelle ufficiali, sul rispetto degli spazi e degli altri, ce ne sono anche altre “tacite”, che possono variare in base ai frequentatori del coworking o alla cultura del Paese in cui si lavora.
Il coworking in cui lavoravo io era un po’ speciale in questo senso. I gestori lo usavano spesso come base per riunioni con persone esterne.
Bene, benissimo.
Ma noi che avevamo postazione fissa ci ritrovavamo spesso a far da portinaie per chi arrivava al coworking per una riunione e, non avendo chiavi per entrare, suonava il campanello.
E poi le distrazioni “umane”. Che socializzare va bene: ma se mi vedi con degli auricolari alle orecchie, mentre fisso con attenzione lo schermo e seguo una riunione con i miei colleghi su Skype, entrare in ufficio per parlare con qualcuno a voce alta, come se niente fosse, mi irrita altamente.

2. L’impossibilità di condividere il mio lavoro con chi mi siede vicino

Il bello di lavorare in un ufficio è che gioie e dolori del lavoro si possono condividere sul momento con i compagni di lavoro.
Lavorando da remoto questa parte si affievolisce tanto, perché comunicare per iscritto certi sentimenti, soprattutto quelli negativi, implica uno sforzo maggiore. Un mix fra diplomazia, cameratismo, sensibilità verso le opinioni altrui.
Per una con il mio carattere, questo spesso si traduce in ingoiare grossi rospi o tenersi dentro certi dettagli che invece sì, andrebbero comunicati.
In un coworking, questo aspetto di condivisione mi mancava comunque, e addirittura si amplificava; chi lavorava nel mio stesso spazio non aveva idea di quale fosse esattamente il mio lavoro, di quali i miei problemi o difficoltà. E questa cosa, a volte, soprattutto nei miei momenti di crisi, era frustrante.
Sei lì, in un momento iper stressante, magari con il sito web di un cliente completamente in panne e il sudore freddo lungo la schiena, e a fianco a te le persone ridono e scherzano, ignare del tuo patimento.
Per me è sofferenza pura.

3. Il sentirmi “ospite” in casa altrui

Si ricollega al punto 1, ed è strettamente legato al modo in cui era gestito il coworking da cui lavoravo a Genova.
Oltre al campanello che è capitato suonasse ogni 10 minuti, un’altra cosa che non mi sconquinferava per niente erano le notifiche con cui venivo a sapere che — a causa di riunioni organizzate dai gestori del coworking — la sala in cui io avevo la mia postazione non sarebbe stata libera per tutto il giorno o tutto il pomeriggio.
Per me questo voleva dire ricordare di spostare tutte le mie cose dopo pranzo, prima che i partecipanti della riunione pomeridiana arrivassero. O saltare direttamente la giornata di lavoro in coworking perché non avevo voglia di stare in mezzo al casino di un ufficio in cui circolavano estranei: preferivo stare a casa usando la connessione dati del cellulare (che centellinavo come gocce di elisir di lunga vita).
La sensazione di essere un’ospite in uno spazio di lavoro pagato anche con i miei soldi, di cui sporadicamente perdevo il diritto di accesso, è uno dei dettagli che mi hanno fatto desistere e tornare a lavorare completamente da casa o dal bar preferito di Quinto al Mare —che oltretutto faceva dei cappuccini deliziosi.

4. La mancanza delle comodità del lavoro da casa

Genova è un caso particolare, ma la posizione del coworking rispetto al mio appartamento, mi costringeva a fare un viaggio di circa 45 minuti fra bus puzzolente di benzina e camminata a piedi.
45 minuti da calcolare con una certa precisione, che il bus 17 non è che passasse così di frequente. Quindi aggiungiamoci anche 15 minuti di attesa random alla fermata del bus, se scendevo nel momento sbagliato.
E l’eventuale ritardo dovuto al traffico congestionato su Corso Europa.
Già così, un’ora di pendolarismo per arrivare alla mia postazione di lavoro, mi faceva scendere del tutto l’entusiasmo del lavoro da remoto.
Ci metto anche il costo a mio parere troppo alto del trasporto pubblico a Genova: 45 euro al mese per andare in giro con dei bus che, ok, soprassediamo.
E poi la preparazione del pranzo: se uscivo la mattina presto, o portavo la schiscetta (che raramente ricordavo di preparare – mea culpa) o finivo per mangiare focaccia e frutta da qualche parte.
Il vantaggio del lavoro da remoto, in quel contesto, andava affievolendosi: non risparmiavo sul trasporto pubblico, non mangiavo sano, arrivavo nauseata dal viaggio sul 17 benzinoso.

5. Sentirmi in conflitto fra socializzare o fare l’asociale

Frequentare un posto da cui si lavora ogni giorno senza entrare in contatto con gli altri coworkisti fa brutto. C’è chi riesce, e infatti di alcune persone che vedevo quasi ogni giorno non ho mai saputo il nome. Però ecco, sono anche persone con cui si condivide l’unico bagno disponibile, per dire.
Un minimo di confidenza ci potrebbe stare.
E qui entra in gioco il mio eterno conflitto in stile Moretti:

Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?

Una parte di me, quella simpatica, vorrebbe fermarsi a chiacchierare, si aspetta di fare nuovi amici in una città nuova e pensa che il coworking sia una bella possibilità per farlo.
La parte asociale invece si ripete che a nessuno gliene frega niente di sapere chi sei e perché sei lì, che non vale la pena fare la figura di quella che vuole socializzare per forza, che magari disturbi dài, mettiti le cuffie e inizia a lavorare, toh.
Io sono bravissima a dare ascolto alla mia parte antipatica, salvo poi pentirmene amaramente quando non ho più tempo per rimediare. Quindi mi crogiolo nei conflitti che mi creo da sola.
E da brava Linus, li risolvo tornando alla mia copertina.

Rileggendo ora quello che ho scritto, e confrontandola con le esperienze che circolano per la rete, sembra proprio che io abbia avuto un’esperienza poco fortunata (e che sì, la mia predisposizione alla solitudine non aiuti).
Ora che sono tornata a Barcellona, la possibilità di tornare a lavorare in un coworking mi è riaffiorata alla mente, con un guizzo di positività: ce ne sono così tanti, in ogni zona della città, che sarebbe impossibile non trovarne uno comodo cui recarmi ogni giorno e da condividere con persone “del mio mondo”.
I costi però mi hanno tirato un po’ indietro, considerando i già esosi prezzi degli appartamenti in affitto.
Se volete farvi un’idea di quanto costa una postazione in uno spazio coworking a Barcellona, ecco un assaggio:

prezzi dei coworking a barcellona

Non fatevi ingannare da alcuni prezzi “accessibili”: sono prezzi “a partire da…” e sono giustificati dalle restrizioni di accesso alla vostra postazione.
Se vi interessa, quella sopra è una schermata del sito CoworkingSpain, da consultare se state cercando il vostro spazio di lavoro nella penisola iberica.
Io, personalmente, per il momento passo.
Ma sono molto interessata a sentire la vostra esperienza di lavoro in coworking: è stata migliore della mia?

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4 Risposte a “Confessioni di una lavoratrice da remoto: io e il co-working non andiamo d’accordo”

  1. Da quando ho cambiato quartiere, passando a uno giovane, dinamico e pieno di freelancer (così dicono), mi sono informata anche io sul Coworking per vincere la solitudine e per fare un po’ di networking. Però ho lasciato perdere perché il più vicino è a 7 isolati da qui, costa un botto e ci sono orari da ufficio per potervi accedere (questioni di sicurezza). Sto guardando i prezzi attuali e la postazione la più economica costa oltre 100 euro al mese per massimo 10 giorni. Oggi (domenica) è chiuso. È una postazione “volante”, cioè ti siedi dove trovi posto: sul divano, al tavolone comune, al tavolo, sullo sgabello. Figo, ma la schiena ne risente. Infine, ma questo è specifico per Buenos Aires, se ne tragitto da casa a ufficio mi rubassero il computer sarei spacciata: è il mio lavoro e qui i computer Apple costano il doppio che nei paesi del primo mondo (nel mercato dell’usato sono invece frequentissime le truffe). Però mi piacerebbe trovare un posto dove andare quando internet a casa non funziona, ma senza pagare 100 euro di accesso per un mese all’ufficio di coworking più vicino. Mi sarebbe anche piaciuto poter affittare un’aula per fare delle lezioni ma non sono aule da lezioni, bensì da riunioni, e costano circa 3 volte tanto quello che guadagnerei dalle lezioni.

    1. Decisamente una scelta cara! Il prezzo di Genova era infatti molto competitivo, ma la domanda non deve essere nemmeno troppo alta, se no sicuramente i prezzi sarebbero più alti.
      Il rischio danni al pc è anche da prendere in considerazione, soprattutto in una metropoli come Buenos Aires, hai ragione.
      E in quanto a caffè con wifi? Ne hai qualcuno vicino a casa dove potresti passare qualche ora? Per me quella è una buona alternativa quando non devo fare delle attività che non mi richiedono eccessiva concentrazione.

  2. Io ho lavorato in uno spazio di coworking (the Hub) dall’altra parte “della barricata”… cioè organizzavo eventi e riunioni all’interno dello spazio per conto dei suoi fruitori. Devo dire che l’esperienza è stata bellissima da un punto di vista personale, molto stimolante perché mi ha dato la possibilità di conoscere tante persone diverse, con i mestieri più disparati. Però osservandole mi sono chiesta spesso come facessero a lavorare lì. C’era sempre un gran viavai di gente, spesso confusione, in pausa pranzo si dava per scontato che tutti fossero in pausa (anche quando in realtà qualcuno aveva riunioni in corso, e magari non aveva voglia né tempo di stare a sentire le chiacchiere di tutti gli altri ed i commenti sul cibo vegan del mercoledì). Il luogo era bello, l’esperienza per me è stata positiva e sicuramente per tutti – indistintamente – c’era la possibilità di fare conoscenze stimolanti e di staccare la spina ogni tanto. Però per chi lavora questa non credo sia la priorità.

    1. Grazie per la testimonianza dall’altra parte della barricata! 😀
      Io credo che alla fine il coworking sia utile se lo si divide con altri professionisti che girano più o meno intorno al nostro campo professionale. Di fatto le recensioni più entusiaste che leggo vengono dal mondo dei “creativi”: web designer che incontrano web developers, fotografi, creatori di contenuto freelance…e via dicendo.
      Avere profili troppo diversi, concentrati su mondi poco comunicanti fra loro, crea eterogeneità e qualche difficoltà, simili a quelle che anche tu descrivi.

Cosa ne pensi?