Il prezzo dell’andare via (Ryanair incluso)

espatriare da sola

Sognavo quel momento da anni. Riempire una valigia con le cose più importanti, un paio di libri preferiti e qualcuno ancora non letto, di scarpe poche, che alla fine cammino sempre con le stesse. Andare via.

Il biglietto l’ho fatto una settimana prima, esattamente quando ho deciso pure la destinazione.
Si può decidere con una sola settimana di anticipo quale sarà la città che accoglie la tua fuga? Si può.
Pochi preparativi, solo poche cose chiare in testa: voglio tornare a vivere vicino al mare.

Il volo è un Ryanair di quelli che ormai non ti danno neanche più la sensazione di andare tanto lontano: hanno la stessa funzione degli autobus della speranza di un tempo, dove la gente caricava valigie, canarini e il salame fatto in casa, e si portava tutto su al Nord. Ora emigriamo oltre Italia con la stessa frequenza e forse pagando pure meno in termini di biglietto aereo.

Quanto si paghi invece a livello sentimentale, beh, ognuno ci mette il suo carico.

Andare via per me è stato un attimo, la decisione concreta dopo mesi di scervellamenti (restare o andare – lasciarsi o stringere i denti).
Non ero preoccupata di nulla se non di tornare a stare bene, e volevo farlo da sola.
Dopo anni di lombarde preoccupazioni e stress lavorativi, il lavoro passava in secondo piano; gli avevo dato già tante, tro
Sognavo di arrivare in terra straniera e di re-inventarmi, liberarmi dagli orari 9-18, dai neon abbronzanti, dai capi che pretendono straordinari non pagati, dai colleghi d’ufficio che ti guardano di sottecchi.

Volevo essere una freelance, o un’insegnante, o una web designer, o un’organizzatrice di eventi. Volevo essere troppe cose ma in fondo non mi importava di tornare subito sotto un’etichetta.
Dovevo prima di tutto imparare a essere me stessa, ricollocarmi da sola – non più in coppia – nel mondo.

Ho provato a fare tutti quei lavori che sognavo, anche se per brevi sprazzi di entusiasmo e concentrati in 4 isterici mesi da trottola (tipo un pappagallino che si ritrova libero dopo aver passato la sua vita dentro a una gabbietta in balcone).
Quando poi ho capito che non sarei riuscita a campare con quei primi sogni freelance, sono scesa a compromessi con me stessa.
E ho trovato un lavoro sotto al neon però diverso, femminile, ciarliero, empatico.

Per re-installarmi come individuo nel mondo ci ho messo un po’ di più.
Forse questo è stato il prezzo più alto da pagare ma è quello che in ogni caso mi ha dato il maggior rendimento a lungo termine (come sarebbe orgoglioso il mio prof di economia a leggere questo…).

Continuo a traerne benefici, e l’andar via m’è dolce in questo mare

E voi? Che prezzo avete pagato per andare via?

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12 commenti

  1. Sono tempi difficili qui in Italia, forse la scelta di andare all’estero è vincente, per alcune persone che conosco è così.
    Certo, non è semplice, immagino.
    Auguri per la tua nuova avventura allora, buona domenica!

    1. io sono una di quelle poche fortunate che no ha mai risentito troppo dei tempi difficili a livello lavorativo…però si erano tempi difficili comunque e avevo bisogno di aria nuova 🙂 grazie e buona domenica anche a te!

  2. nel tuo articolo successivo, nella foto, si vede la scritta: “peixateria”….. Barna? Catalunya?
    Ci ho vissuto un anno per lavoro, poi contratto finito, son tornata a casa perchè di vivere alla giornata proprio anche no. Però, wow, dio quanto mi manca. E quanto mi manca odiare il catalano XD.
    Questo tuo post mi piace particolarmente, ho fatto e disfatto la valigia 4 volte in vita mia e penso di non aver mai pagato alcun prezzo. Ho fatto delle rinunce, sì, ho rotto legami, ma era necessario e liberatorio. Forse l’unico prezzo l’ho pagato la prima volta, scottandomi perchè troppo giovane, non contando che sarei andata a sbattere il muso contro una realtà diversa, contro la sensanzione di solitudine e la mancanza di ciò che è ed era tuo. Ma poi si cresce, ed ho capito che tantissime cose, sensazioni, emozioni, città e persone, possono essere mie, in più vite. Viaggiare per molto tempo, stare anni lontani da casa, confrontarci con realtà lontane dalla nostra, ci permette di vivere mille vite diverse e quando si scelgono strade così tortuose e meravigliosamente stimolanti, è una scelta fatta di pancia, quindi per me non c’è un prezzo, se lo si vede come “sacrificio”….

    1. Indovinato 🙂 ho visto che anche tu sei passata da queste parti, ho letto un po’ di tuoi vecchi post…certo che eri proprio nella terra dei catalani! qui le cose sono più blande, e sto imparando il catalano per osmosi ma senza stress. Concordo su quanto dici a proposito del viaggio, teoricamente se sono scelte nostre fatte di pancia non ci sono prezzi da pagare, se non le naturali conseguenze a volte poco piacevoli dell’essere lontani da casa. Nel mio caso era tutto il contesto e la sensazione di dover ricostruire molte cose della mia vita che mi hanno fatto parlare di “prezzo da pagare”. Anche se poi quella di venire qui è stata una delle scelte più azzeccate della mia vita.

      1. diciamo che il cuore l’ho lasciato a Siviglia (e stasera pure la dignità calcistica) e che Terrassa è stata quasi un caso, ma comunque qualcosa di necessario. Dio come mi manca l’umido di Barcellona, quei rinco dei catalani più infervorati che la domenica se ne vanno in montagna sul Montserrat a camminare, la birra a un euro, il loro “claaaa” così nasale… ora in primavera Barcellona è meravigliosa

        1. eheheehhe ho pensato lo stesso annusando l’aria mentre uscivo da lavoro stasera 🙂 Siviglia non ha paragoni, per ora, ma non ci ho vissuto…

  3. […] assolutamente idea di dove sarei andata a vivere. Non conoscevo nessuno in città (e sinceramente, visto il mio stato d’animo, l’ultima cosa che desideravo era appoggiarmi al classico “amico di”) e non […]

  4. Io non ho pensato al prezzo 🙂 Andavo via per amore!

    1. Se andavi via per amore, allora è stato un premio, non un prezzo 🙂
      Io andavo via al contrario, per dis-amore.

      [Ups questo commento era finito nello spam, sorry per il ritardo!]

  5. Riscoprire Milano • Trent'Anni e Qualcosa dice: Rispondi

    […] prima volta che sono tornata a Milano dopo lo strappo, circa 6 mesi dopo il mio trasferimento a Barcellona, il groppo in gola che mi si era formato […]

  6. […] assolutamente idea di dove sarei andata a vivere. Non conoscevo nessuno in città (e sinceramente, visto il mio stato d’animo, l’ultima cosa che desideravo era appoggiarmi al classico “amico di”) e non […]

  7. […] vuol dire che finalmente arriva il fatidico giorno in cui, con la schiena piegata sotto il tuo zaino, atterri nella nuova città, metti piede in quella che sarà la tua nuova casa e ti rendi conto […]

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