Tu vuoi fa’ l’australiano? – storie di famiglie italiane a Melbourne

Il viaggio a Melbourne sta per finire, proprio ora che avevo iniziato a districarmi con disinvoltura nella rete ferroviaria che collega il suburb al CBD e mi ero affezionata al Centre Place in cui comprare deliziosi spuntini di metà mattina (che finivano sempre, chissà perché, ad assomigliare a un brunch).
Non tornerò a Barcellona con la stessa figurina con cui ero arrivata, questo no. E poi bisogna anche considerare che sono stata nutrita da una mamma italiana durante queste settimane, il che gioca a favore delle mie rotondità estive.
Vivere qui a Melbourne è stato un po’ come stare a casa dei miei in vacanza, dove si fanno sempre due pasti al giorno, possibilmente con 2 portate, e il piatto si riempie minimo due volte. Con l’unica differenza che a colazione avevo anche il burro di arachidi, il che mi ha gentilmente creato dipendenza nonostante fossi convinta di esserci intollerante. Mia zia me ne ha già infilato un barattolo in valigia, non per niente è sorella di mia madre.

Anche il matrimonio è stato italiano con tutti i crismi, forse anche di più.
Molto cibo (naturalmente!), piatti rotti, riso tirato in faccia, balli tradizionali siciliani e tarantella di gruppo, non ci siamo fatti mancare niente. Con l’unica differenza che i tempi della festa erano scanditi da un MC – che non era un rapper, bensì un Master of Ceremonies, un tizio con il microfono che annunciava gli sposi mentre scendevano dalle scale, apriva le danze, ci diceva quando riposare, dedicarci al cibo o fermarci per ascoltare un discorso.

Due chiacchiere con le coppie italiane a Melbourne

Il giorno dopo il matrimonio abbiamo fatto un barbecue con la famiglia della sposa, tutti italianissimi arrivati in Australia in diversi momenti della loro vita. Coppie di nazionalità mista, non pervenute. Italiani sposati con italiani, possibilmente della stessa regione, a volte vicini di casa quando ancora vivevano nel Belpaese. Donne arrivate al seguito di mariti con un lavoro assicurato o sposatesi per procura in Italia, per poi raggiungere nel giro di qualche mese lo sposo. Matrimoni a volte combinati dalle stesse famiglie, ché quello che importava era crescere dei figli con qualcuno che avesse il tuo stesso background e fosse venuto su con i tuoi stessi valori.

Ho ascoltato le loro storie con attenzione, perché erano quanto di più lontano potessi immaginare dall’Australian lifestyle che avevo disegnato nella mia mente. Un mondo completamente diverso, parte integrante eppure distinta di questo enorme melting pot che è Melbourne.

Nessuno di loro mi ha parlato di easyliving, di uno stile di vita rilassato, di viaggi di esplorazione dentro questo sconfinato territorio australiano.

Il comune denominatore delle loro vite è stato il lavoro.
«Siamo venuti qui per lavorare, l’Australia ci ha dato questa grande opportunità, e questo abbiamo insegnato ai nostri figli: come lavorare sodo» — mi dice Maria mentre prepara un’insalata.
Le dico che avevo un’idea diversa della vita qui, ma lei mi conferma che c’è poco tempo per divertirsi, perché anche i giovano vogliono lavorare duro per potersi permettere una vita serena.
E mi sembra che ci stiano riuscendo, visto che i miei coetanei di italiche origini hanno già comprato casa, magari due, si spostano in macchina in continuazione disconoscendo l’uso dei mezzi pubblici e riposando solo nel fine settimana, magari per un giro di shopping al mall.
Sembra che mi parlino dello stile di vita a cui ambisce con tutti i suoi sforzi l’italiano medio, nel senso statistico del termine: il lavoro prima di tutto, risparmiare, correre, riempire il frigorifero, riposare la domenica, andare a messa se ancora ci credi.
Me lo conferma anche Anna, che ha un paio d’anni in più di me e fa l’avvocato: mi racconta che sua madre ha vigilato molto su di lei, primogenita, caricandola di aspettative ed esigendo sempre il meglio.
Studiare, prendere una laurea, avviare una professione, ripagare gli sforzi dei suoi genitori e la sofferenza di sua madre, Pina, che da adolescente aveva dovuto interrompere gli studi in Italia per seguire la famiglia in Australia. Pina voleva diventare maestra e si era iscritta alle magistrali a Roma, ma aveva dovuto rinunciare al suo sogno a metà degli anni ’60, quando suo padre aveva deciso di trasferirsi con altri parenti a Melbourne.
Lei non parlava una parole di inglese, ma nonostante avesse solo 15 anni, aveva iniziato a lavorare subito, mentendo sulla sua età: mi racconta di quanto avesse pianto nei primi tempi qui e di quanto fosse stato difficile adattarsi alla nuova vita. Si sentiva trattata con sufficienza dai colleghi per il suo essere figlia di migranti, e quando un giorno la sua responsabile le aveva rivolto una battutaccia sul fatto che fosse italiana e povera, Pina le aveva risposto:
«Almeno io sono arrivata qui con un passaporto, mentre è probabile che i tuoi antenati siano arrivati qui con le catene ai piedi!».
Aveva la risposta pronta, Pina, e sapeva benissimo che l’Australia, al momento della colonizzazione da parte degli inglesi, era stata utilizzata come colonia carceraria e che i suoi primi abitanti europei furono i galeotti britannici.
Ride ancora di gusto mentre mi racconta questo aneddoto e mi porge una fetta di torta.

Nostalgie di un’Italia non vissuta

Le famiglie italiane che ho conosciuto in questa occasione sono allargate, il che vuol dire che a un semplice barbecue domenicale partecipano in 30, perché ci sono fratelli e sorelle, cugini di primo e secondo grado, bambini di tutti i gradi parentali. Il senso della famiglia italiana esportato in Australia con tutto ciò che ne concerne, tutto è condiviso, commentato, criticato in famiglia.
Sono famiglie cresciute con un ricordo indelebile di quello che hanno lasciato prima di prendere la nave o l’aereo dell’emigrazione, e sulla base di quei ricordi hanno rimesso insieme le loro vite.
Mi sono sentita circondata da un senso imperante di nostalgia, ho visto concretizzarsi quell’Italia non vissuta a cui ogni tanto ho pensato anche io e di cui avevo scritto qualche tempo fa.
Vivere il sogno dell’Australia ma emozionarsi sempre quando si torna in Italia, me lo dice con occhi sognanti Santina, anche lei sposatasi per procura nei primi anni ’50:
«Non ho mai voluto diventare cittadina australiana, non mi importa nulla di avere due passaporti, sono nata italiana e voglio morire da italiana, anche se in terra australiana».
C’è molta determinazione nei suoi occhi mentre batte il pugno sul tavolo e fa tremare per un attimo la tazzina di caffè che ha davanti.

vignetta_migranti_italiani_melbourne
una vignetta degli anni ’20 sull’arrivo degli immigranti italiani in Australia – fotografata al Museo dell’Immigrazione

Torno a casa dopo il pranzo con la pancia piena e i pensieri nostalgici, ho ancora nelle orecchie il chiasso di questa grande famiglia e la loro parlata caratteristica, un italiano dal forte accento inglese, e tanti youknooow di intermezzo.

L’Immigration Museum di Melbourne

Il giorno dopo decido di andare a visitare l’Immigration Museum di Melbourne, per avere un’idea più chiara di come questa città sia nata grazie all’opera di migliaia di italiani come loro, come i miei zii, ma anche di tante famiglie greche, turche, vietnamite, indiane, persone arrivate da ogni parte del mondo con un grande spirito di iniziativa e pronte a cogliere le opportunità di questo immenso paese.

La visita al Museo vale i 12 $ dell’ingresso, ci sono tante storie da leggere, come quella di Edda Azzola e del suo lavoro nell’industria tessile, una grande nave che ricostruisce fedelmente gli spazi dentro cui viaggiavano per mesi gli immigranti all’inizio del secolo scorso, e un piano interattivo dedicato alla scoperta dell’identità.
Ho scoperto quanto fosse duro entrare in Australia ai tempi dell’Immigration Restriction Act e del famigerato Dictation Test: ci si può addirittura fingere ufficiale dell’immigrazione per capire come funzionava il processo di selezione dei migranti.
È forse un museo rivolto più agli australiani che ai turisti, uno spazio per conoscere le proprie origini o magari quelle del vicino di casa.

A me è piaciuto, anche se non sarebbe stato male rendere il museo fruibile anche in altre lingue, per rendere omaggio alle tante nazionalità che sono confluite sulle rive dello Yarra. So che esiste un’app per lo smartphone, ma non è lo stesso.

museo_immigrazione_melbourne

Credo che le storie che ho ascoltato e letto in queste settimane siano state la parte più interessante del mio viaggio australiano.

I paesaggi e il cielo immenso che sovrasta la città e gli orizzonti rimarranno negli occhi e nelle foto, ma le storie no, quelle vanno raccontate prima che si perdano.

—☆—

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13 commenti

  1. E peró anche se vogliono morire italiani vivono in quello che per noi ora è un paradiso irraggiungibile… Nessuna critica, sia chiaro, solo in fondo un pizzico di invidia (e poi molto rispetto per le fatiche di chi ci è passato).

    1. In realtà non sono sicurissima che questo sia veramente un paradiso. Dal punto di vista paesaggistico, sicuramente ha tantissimo da offrire, in quanto a stile di vita pure, se si ha la voglia/il tempo di sfruttarlo. Devo essere molto sincera, per come sono fatta io preferisco lo stile di vita europeo. Che poi abbiamo tante cose da invidiare agli italiani che stanno qui, può essere, ma ti assicuro che loro ne invidiano molte di più a noi.

      1. Ciao Giulia, concordo con te. Infatti su un punto non sono molto d’accordo, quando parli dell’ambizione dell’italiano medio. Per me non è quello il principale obiettivo della mia vita, anzi, aborro i mall, non mi piace pensare ai weekend come giorni di spurgo rispetto alle settimane dedicate esclusivamente al lavoro. è lo stesso approccio che hanno negli USA e a me non piace granchè.
        Molto bella l’ultima parte del post: ricordo che quando sono andato a visitare il padiglione australiano all’Expo di Shanghai, tutto era concentrato proprio sulla loro peculiarità di aver costruito nel corso dei secoli l’integrazione di tanti popoli. l’Australia è proprio l’esempio migliore del melting pot. E questo è indubbiamente affascinante!

        1. Ciao Stefano, quando parlo di “italiano medio” non ti includo nella categoria: da quel poco che ho potuto leggere e capire dai tuoi post, non rientri nella mia definizione (iper generalista, lo riconosco) di italiano medio 🙂
          Il melting pot australiano è veramente affascinante, anche se pieno di contraddizioni che mi sarebbe piaciuto continuare ad approfondire

  2. Australia…ho un’amica cara che torna in questi giorni proprio da lì…e che racconti…quanta invidia avete da parte mia! Ma quella buona eh.

    1. Come dicevo su a Spersa, un pizzico di invidia ci sta, per tutte le opportunità che questo Paese può dare. Però bisogna vedere come si vivono, queste opportunità, e forse noi dall’Europa ci facciamo molti film che non corrispondono esattamente alla realtà.

  3. per come son messa ora, se trovassi da qui un lavoro, uno qualsiasi, che non fosse di sfruttamento nei campi, partirei subito. Dico che eviterei lo sfruttamento nei campi, perchè già mi basta lo sfruttamento in Italia, quindi eviterei di venir schiavizzara a 23 ore di volo da casa mia

    1. Mi sembra un ottimo punto! Peró sembra che le possibilitá ci siano, prova e incrociamo le dita! 🙂

      1. eh si ma sembra anche abbastanza difficile farlo dall’Italia…cercare lavoro da qui, con una laurea del tutto inutile come la mia, è un’impresa quasi impossibile

  4. Da persona superficiale mi viene da dire: “ma come, vai in Australia e non hai cercato Guy Pearce?!”
    😛

    1. ahaha mannaggia no, non l’ho cercato! 🙂

  5. […] una cultura in canzoni pop e tv australiana, animali esotici, società aborigena e vita dell’immigrante italiano in Australia: ecco qualche consiglio per chi sta organizzando un viaggio nella regione di […]

  6. […] nel caso qualcuno passasse di qui per la prima volta. Domani è il gran giorno del matrimonio italo-australiano, ma forse dovrei dire direttamente sardo-siciliano, vista l’origine di entrambi gli sposi. […]

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