Viaggiare da sola per lavoro – la mia prima volta a Parigi

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La prima volta che sono partita da sola in viaggio di lavoro ero molto nervosa.
In quel settembre di 5 (già!) anni fa, poco dopo il rientro dalle vacanze estive, si sarebbe tenuto a Parigi il grande meeting europeo delle insegne del gruppo francese per cui lavoravo. La mia capa doveva preparare una presentazione sul lancio del nuovo sito web della ‘nostra’ catena di negozi, e – teoricamente – sarebbe dovuta andare lei a Parigi. Invece si rese conto, tipo tre settimane prima della data, che forse il suo imminente matrimonio le avrebbe impedito di essere presente (forse, eh!) al meeting internazionale. E con una nonchalance che ancora ricordo benissimo, mi disse che dovevo andare io.
Ah, e che lei non aveva niente di pronto da presentare.

Io, ultima arrivata, sarei dovuta andare da sola a Parigi a presentare le mie slide che riassumevano il progetto del sito web, di fronte ai vari capetti della comunicazione web delle altre nazioni. Già mi cadeva la faccia in terra al solo pensiero. 

A quei tempi la mia vita era ancora quella tutta italo-metropolitana casa-bus-lavoro-quando-arriva-il-weekend, anche se le crepe iniziavano a farsi più profonde: non lo sapevo ancora, ma nel giro di un anno non avrei avuto più niente di ciò che in quel momento mi sembrava scontato appartenesse alla mia vita. 

Ricordo l’ansia dei giorni precedenti la partenza, le mille e una paura di confrontarmi con decine di sconosciuti più esperti di me, di fare una figuraccia durante la presentazione, di sentirmi fuori luogo, di essere considerata una pivella, di parlare il francese come una principiante.

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Arrivata finalmente a Parigi presi un taxi verso l’hotel, ma sarei potuta essere indifferentemente a Berlino, Amsterdam o Timbuktu: mi dirigevo verso una zona industriale in cui si alzavano solo capannoni e alti palazzi creati appositamente per rinchiudere impiegati in trasferta lavorativa. Rimasi dentro quel centro d’affari per due giorni e mezzo, il mio tempo mischiato a quello degli altri colleghi e scandito da gruppi di lavoro, giochi di brain storming [odio profondo], pranzi e cene comandate.

Furono due giorni di ansia, perché l’ora della mia presentazione non arrivava mai, era stata programmata fra le ultime. Allo stesso tempo tiravo un sospiro di sollievo conoscendo uno a uno i colleghi che si alternavano a fianco a me durante i pasti o le riunioni: erano cordiali, avevano voglia di chiacchierare, sembravano contenti di conoscere persone nuove. Una collega giapponese mi regalò un pesciolino di tela, ne aveva portato uno per tutti, come portafortuna.
I miei neuroni erano in costante spremitura per il cambio linguistico, concentrati a passare dal francese all’inglese con finta nonchalance – cosa in cui ogni tanto fallivo, tipo quando mi ritrovavo a ridere per quella che credevo una gran battuta di un super capo francese e che invece non lo era [fuori luogo come non mai]. 

Mi buttai alle spalle anche la faticata presentazione: andò bene, anche se poco dopo aver iniziato il discorso che mi ero preparata in inglese mi chiesero di passare direttamente al francese; “tanto in questo gruppo di lavoro tutti capiamo il francese” – disse il maldito capo grosso con gli occhi strabuzzati. Improvvisai, pregando dentro di me di non farmi uscire strane traduzioni dalla bocca.

E poi tornai a casa. A lavoro dettero ben poco peso alla cosa, si trattava “solo del sito web”, i soldi in quel momento si facevano ancora soprattutto con i negozi in mattoni e corsie. Per me era stata naturalmente una piccola vittoria, una sfida da cui ero uscita indenne. 

Oggi tornerò a Parigi per lavoro. Anche stavolta viaggio da sola, qui a Barcellona colleghi non ne ho. Oltralpe mi aspettano però i colleghi che finora sono state presenze virtuali nelle mie giornate e che finalmente avranno un volto in carne e ossa. Il mood dell’evento sarà totalmente diverso: quando ho chiesto a uno di loro se dovevo pensare a un dress code per i giorni della conferenza, mi ha preso in giro per due ore.

È che non ha idea di cosa voglia dire crescere fra gli uffici milanesi.
Sarò circondata da nugoli di persone che come me lavorano da remoto su WordPress e che parlano ai convegni vestiti in tute da ginnastica in acetato. Io di tute da ginnastica così non ne ho più dai tempi delle medie e devo essere sincera: la mia formazione lavorativa in quel di Milano ha forgiato il mio spirito, per cui mi viene estremamente difficile partecipare a eventi di lavoro con i jeans strappati con cui lavoro normalmente.

In ogni caso, sarà una nuova esperienza, quindi ben venga. Sperando di non sentirmi troppo la Penny della situazione.

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5 Risposte a “Viaggiare da sola per lavoro – la mia prima volta a Parigi”

  1. Anche per me le prime volte che giravo per lavoro creavano un pochino di ansia: io giravo soprattutto nelle filiali commerciali della mia azienda e spesso non conoscevo personalmente i colleghi tedeschi, francesi o inglesi. Dover presentare un progetto a persone che sono lontane dalla casamadre, non solo geograficamente, ma anche come mentalità, era un vero ENIGMA. Mi verranno dietro? Capiranno il messaggio che voglio passare? Dopo le primissime volte, ho anche io cominciato a capire come pormi in queste situazioni e devo dire che ho imparato moltissimo.
    Oggi mi mancano un po’queste esperienze, le “trasferte”. Spero presto di poter ricominciare a viaggiare un po’!
    Buona Parigi!

    1. Grazie Stefano! Infatti il valore aggiunto di questi eventi secondo me è imparare a parlare con gli altri e a superare certe barriere culturali anche quando si parla di affari e risultati aziendali.

  2. Io penso che tu sia talmente in gamba da affrontare qualsiasi empasse di tipo culturale. Goditi tutte le emozioni di cui sei capace nel parlare ai tuoi colleghi virtuali-che-diventano-reali e apparirai molto più convincente e affidabile di tanti altri. Faccio il tifo per te…facci sapere :*

  3. […] anche: Viaggiare da sola per lavoro: la mia prima volta a Parigi Di quella volta che mi ritrovai da sola a Buenos Aires E dal blog di Viaggio da Sola Perché, due […]

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