Dispacci da Pechino – la mia prima volta in Asia

Cambiare continente è sempre una grande emozione. Se lo fai per la prima volta le aspettative sono ancora più alte. Sai già che andrai a sbattere su uno scenario dai confini nuovi, che dovrai riformulare il tuo senso dell’orientamento e non solo per trovare la strada: anche per mangiare, comunicare con la gente, fare la spesa…
Ieri è iniziata la mia prima volta in Asia, e nel giro di un giorno e mezzo sono già piena di così tante nuove informazioni e ri-parametraggi del mio modo di vivere, che – se fosse possibile – varrebbe la pena fare un salto qui anche solo per un fine settimana. Per vedere, stupirsi, odorare, trovare i punti in comune e stupirsi di come questi possano convivere con abitudini così enormemente diverse dalle nostre.

Io e il Guerriero siamo arrivati a Pechino ieri mattina, ora cinese, e il jet lag è stato inclemente. Saltare così di botto una notte di sonno e dover gestire un’intera giornata avendo dormito solo qualche ora in aereo è stata veramente una botta. Aggiungiamoci la sensazione di camminare dentro una serra di pomodori, fendendo l’aria spessa e inquinata, con il sudore che si impossessa di ogni centimentro di pelle – anche quella che pensavi non potesse sudare – e il quadretto che ne risulta è poco confortante. Ma siamo, per il momento, sopravvissuti.

Com’è Pechino?

Mi chiede mia madre su Whatsapp.
E ora come te lo spiego – mi viene istantaneamente da pensare.
Non mi è stato facile trascrivere quello che ho sentito nelle prime ore in questa metropoli.
Partiamo dalle considerazioni oggettive.
Fa un caldo da schiattare, e anche se negli schermi leggi 24º, la sensazione sulla pelle è di almeno 10º superiore.
Il cielo è grigio, e il sole filtra da dietro una tenda di nubi basse: colpisce ugualmente alla testa, anche se non sembra.
I palazzi in lontananza alla fine di una strada lunga si vedono sbiaditi, offuscati dallo smog.

domenica pomeriggio a pechino
L’acqua è una risorsa vitale per camminare per strada senza sentirsi mancare le forze. Per fortuna costa pochissimo, per il momento il prezzo più alto a cui l’ho pagata è di 3 ¥, cioè  0,40€ a bottiglietta. Ma penso che il venditore se ne sia approfittato, perché questa mattina al supermercato l’ho pagata 1 ¥ a bottiglia.
I prezzi in generale sono bassissimi. Il trasporto pubblico in metro è fantastico: per fortuna è tutto tradotto anche in inglese, quindi muoversi è molto semplice,  basta consultare la mappa del metro e seguire le indicazioni. Nella giornata di ieri, con diverse entrate e uscite dalla metro, ho speso meno di 2€. Ogni viaggio in metro (cioè ogni entrata e uscita dalla rete del metro, senza contare i cambi di linea) nell’area urbana costa 3 ¥: per cui non ci sono scuse per muoversi in comodità (e al fresco) da un lato all’altro della città. Oltretutto in piena sicurezza, visto che ogni entrata in stazione è controllata con il metal detector per zaini e borse.
L’aria condizionata nei locali e nella metro è piuttosto alta, quindi vado in giro con la pashmina grande che all’occorrenza mi fascia il collo e le spalle.

Pubblicità nella metro di Pechino
Pubblicità nella metro di Pechino

La barriera linguista è a volte insormontabile: negli ostelli e ristoranti delle zone turistiche è facile trovare qualcuno con cui parlare inglese, anche se non fluentemente. Nei quartieri meno turistici o in hotel “per cinesi”, come quello che sta usando il Guerriero di fronte alla Beijing University, l’inglese parlato dal personale è nullo. Zero riporto zero. Prima di partire mi sono scaricata l’app Pleco, con un dizionario Inglese-Cinese,che ha molte funzioni utili: per cui a mali estremi cerco le parole chiave nel dizionario e mostro direttamente la parola o faccio ascoltare la pronuncia.
Il ragazzo dell’hotel con cui ieri non riusciamo in nessun modo a comunicare, parlava in cinese dentro il suo cellulare e un traduttore automatico trascriveva alla bell’e meglio le sue frasi in Inglese. L’operazione inversa, noi che parlavamo Inglese nel suo cellulare, produceva evidentemente un risultato confuso, perché alla fine il ragazzo si è arreso e ha chiamato qualcuno al telefono che ci ha parlato in inglese.
La barriera linguistica diventa importante anche quando si tratta di mangiare. La zona dell’università sembra essere veramente poco turistica, e trovare un posto per mangiare che ci ispirasse è stato piuttosto difficile. Diciamo che il timore era quello di avventurarsi subito in cibi sconosciuti, con lo stomaco ancora scombinato dalla stanchezza e dal jet-lag. Siamo finiti in una specie di McDonald’s cinese, nel senso che al piano di sopra c’era il McDonalds normale e al piano di sotto – con la stessa formula fast food – c’erano piatti locali. Il menu aveva una traduzione in inglese, per cui so di aver mangiato riso in bianco e verdure saltate. Di più non ho voluto osare.

Come già avevo raccontato qui, per me mangiare cibo locale è parte fondamentale di ogni viaggio, e sono sempre molto curiosa di provare. La cucina cinese però mi incute molto rispetto e, devo essere sincera, ci sto andando con i piedi di piombo. Anche perché il medico della ASL di Genova si è rifiutato di vaccinarmi almeno contro l’Epatite A, dicendo che tanto a Pechino basta usare le stesse accortezze che in Italia e cercare di mangiare pulito. Ora che lo vedo dal vivo, non sono per niente sicura che questo valga genericamente in tutta Pechino solo perché si tratta di una grande città: le condizioni igieniche di alcune strade su cui si affacciano i ristoranti danno mooolto a desiderare, per cui ecco, direi che inizio gradualmente, e poi magari se conosciamo gente del posto ci faremo consigliare meglio.
Questa mattina abbiamo mangiato alla mensa dell’Università, grazie a due colleghi del Guerriero che ci hanno prestato la loro tessera: per 10 ¥ a testa ci hanno riempito un vassoio di riso (credo che scoppierò di riso alla fine di questo viaggio), verdure saltate, fagiolini in salsa piccante, una ciotola di tofu e funghi, uno spezzatino di broccoli e carne. Eravamo circondati da studenti e impiegati della mensa che mangiavano dalle loro scodelle a testa bassa, velocissimi, nello stesso modo in cui Lotti divorava le sue ciotole di riso. Ho volutamente cercato di soprassedere sulla poca pulizia dei vassoi su cui ci è stato servito il cibo, di cui mi sono accorta a metà pasto. È che se inizio a fissarmi eccessivamente sulla questione cibo divento paranoica e mi auto-suggestiono appena sento il minimo crampetto addominale (la cui responsabile – per il momento – sembra essere stata soprattutto l’aria condizionata a palla).

colazione a Nanluoguxiang Pechino
I colleghi del Guerriero non hanno voluto che pagassimo loro il pranzo offerto tramite la loro tessera mensa. Devo dire che la gente mi sta facendo veramente una buona impressione: per quanto sia difficile comunicare, abbiamo incontrato tante persone per strada che ci hanno aiutato a orientarci, cercando le direzioni nelle mappe sul loro cellulare, disegnandoci il percorso da seguire su carta, arrabattandosi anche in inglese quando possibile.
Su molte persone però, soprattutto nei negozi, noto lo sguardo fra lo spaventato e il divertito quando varchiamo la loro porta. È come se avessero paura di servirci, sapendo già che non parliamo cinese e loro non parlano inglese. Ieri, in un panificio in cui volevamo comprare dei dolcetti, abbiamo aspettato almeno cinque minuti prima che una delle ragazze al banco si facesse coraggio e ci servisse – dopo una serie di discussioni con le colleghe e sguardi verso di noi. Le altre se la ridevano un po’ sotto i baffi, mentre questa ragazza occhialuta e lo sguardo buono ci diceva i nomi in cinese dei dolci, e noi lì a segnarle con le dita quali e quanti ne volevamo. Quando siamo usciti dal panificio, abbiamo visto il gruppetto di colleghe che ora se la rideva serenamente e accoglievano la coraggiosa panettiera come se avesse affrontato l’impresa del giorno.
A vedere tutte queste scene mi sto divertendo moltissimo. Così come a salutare sonoramente a voce alta tutte le persone su cui desto curiosità e che mi guardano come se fossi uscita da un cartone animato. Questa mattina due ragazze in metro mi hanno vista entrare con i miei pantaloni larghi e colorati, e non la smettevano di sgomitarsi a vicenda e ridacchiare, guardarmi i piedi e la faccia: ho sostenuto lo sguardo di quella più insistente, e sorridendole le ho detto “Ni hao“.

Sto facendo lo stesso con chiunque si comporti nello stesso modo: amici che avete vissuto in Cina e leggete queste righe, sto mancando di bon ton? È un affronto salutare quando si viene osservati con tanta insistenza? Io sto reagendo a pelle, quindi potrei anche incappare in qualche comportamento offensivo, che vorrei evitare nei limiti del possibile.

 

E se ti avvisassi quando pubblico un nuovo post?

✩ Aggiungi il tuo indirizzo email per ricevere i nuovi post direttamente nella tua casella di posta ✩

Il tuo indirizzo email è al sicuro, non lo condividerò con nessuno. Puoi decidere di cancellare il servizio quando vuoi.

14 Risposte a “Dispacci da Pechino – la mia prima volta in Asia”

  1. La Cina e’ un posto che mi affascina molto, sia dal punto di vista storico che culturale. Mi fa piacere sapere che le indicazioni della metro sono anche in inglese – la barriera linguistica mi incute un po’ di timore, a dire la verita’. In realta’, credo che sia la cucina il vero problema: non so quanto sia facile per vegetariani/vegani – aiuto.

    1. Si si è fattibilissimo girare senza sapere una parola di cinese! Molto più difficile però avere istruzioni da parte dei cinesi. E come cucina vegetariana ci sono molti piatti a base di sole verdure (io ne sto chiedendo moltissimi e sono buoni)…sul vegano lo vedo più difficile, ma non lo escludo nei quartieri più hipster!

  2. eheheh non stai mancando di bonton, l’importante è salutare con il sorriso e lasciando trasparire semplicità. Non bisogna sembrare offensivi. Sicuramente, dopo che li hai salutati, ti chiederanno una foto o un selfie (soprattutto se sono fanciulle adolescenti).
    Si vede che sei rimasta colpita. Per me Pechino è bellissima, perchè ha ancora qualcosa di cinese, a differenza di Shanghai, dove tutto è stato abbattuto per lasciare spazio alla modernità.
    Continua a darci aggiornamenti, sono curioso!

    P.S: occhio, Lotti è giapponese!
    P.P.S. tu hai fotografato un hutong bello, prova a cercarne uno veramente cinese…

    1. Ok grazie per la rassicurazione 🙂
      Presto nuovi aggiornamenti, oggi non ce la faccio, avevo assoluto bisogno di fare una siesta pomeridiana e riprendermi da queste passeggiate nel caldo infernale!

      ps. Si si lo so che Lotti è giapponese, figurati, ero grande fan 😀 però la mia cultura in fatto di cartoni animati con ragazzi che divorano ciotole di riso è pari a zero. Esiste un corrispondente cinese ? 😛
      pps. Vero, ho letto infatti che il quartiere in cui sto alloggiando è uno dei quartieri restaurati in modalità fighetta…sono finita in una specie di Barceloneta pechinese mi sa, ironia della sorte 😀

      1. Capisco che il caldo sia infernale, è davvero terribile. Sul primo P.S., era solo perchè ci tengo che tu torni sana e salva, considerando che cinesi e giapponesi non si possono vedere!

  3. Anche secondo la mia esperienza i medici della ASL non viaggiano molto e sono troppo ottimisti sul resto del mondo!

    1. Speriamo che questo di Genova non sia stato troppo ottimista…io rimango vigilante 😛

  4. Che voglia di partire, adesso! La Cina mi incuriosisce molto. Attendo altri post :).

    1. Grazie Szandri,a presto! 🙂

  5. vivo a Prato, vale comunque???

    scherzi a parte, sono veramente curiosa di visitare la Cina, quella vera.
    Purtroppo non abbiamo una buona impressione dei cinesi, vuoi per la sporcizia assurda, vuoi per droga e prostituzione, vuoi per lavoro nero e pulizia di soldi sporchi che a Prato è tutto all’ordine del giorno.
    Ma la Cina è così grande, che non possiamo ridurre tutto a ciò che siamo costretti a vedere e vivere ogni giorno, perciò vorrei tanto conoscerla meglio, visitarla e apprezzare tutto ciò che non ho avuto modo di conoscere.
    Se non l’hai fatto, leggiti i libri di Tiziano Terzani, lui aveva un amore profondo e viscerale per l’Asia e ha vissuto in Cina svariati anni, finchè il regime non lo esiliò.
    Non sarà una guida al cibo, ma è un modo in più per approfondire

    1. Esatto Elena, io credo che i cinesi che vengono in Europa lo facciano per necessità e spesso vengano da realtà della Cina o contesti molto svantaggiati, rendendo così più facile certi tipi di crimine come quelli che descrivi. Qui a Pechino si vede povertà, ma anche tanto tantissimo benessere…e quello che vediamo noi in Europa con le attività aperte da cinesi è solo una minima parte di quella che è la realtà qui. Per cui, se ne hai la possibilità, ti consiglio vivamente di venire a fare un salto da queste parti 🙂

  6. […] buona nomade in compagnia di un altro nomade, io e il Guerriero siamo rientrati domenica da Pechino ma lunedì eravamo di nuovo in fase preparativi. Stavolta eravamo molto organizzati, perché […]

  7. […] avendo iniziato questo viaggio a Pechino con molte paranoie alimentari, come vi raccontavo qui, non pensate che stia passando le mie giornate nutrendomi di riso bollito e acqua in bottiglia. Ci […]

  8. La lista dei regali che vorrei fare a me stessa · Trent'Anni e Qualcosa dice: Rispondi

    […] l’apprendimento, è già godurioso. Se poi si tratta del cinese, ancora di più. Dopo il viaggio a Pechino della scorsa estate ho tantissima voglia di tornare in Cina e scoprire nuovi posti […]

Cosa ne pensi?