Storia della bambina che voleva studiare le lingue straniere (e di come la vita abbia fatto i suoi giri)

viaggiare e studiare le lingue

C’era una volta una bambina a cui avevano regalato un mappamondo, verso la fine degli anni ’80.
Si regalano ancora i mappamondi ai bambini? O li si lascia con Google Maps fra le mani?
Comunque, questa bambina a fine anni ’80 stava iniziando le elementari ed ebbe in regalo il suo mappamondo. Di quelli classici, celesti, con la lampadina dentro che la notte illuminava i Paesi, abbastanza grande per poter leggere anche i nomi delle nazioni più piccoline.
Lei se lo rigirava tra le mani, identificava l’isoletta in cui viveva e poi faceva confronti: cercava un Paese dal lato opposto del globo, seguiva il percorso con il dito, valutava quanto mare c’era di mezzo, si chiedeva come fare per arrivarci. Leggeva nomi delle capitali, poi andava a cercare l’enciclopedia per sapere che lingua si parlasse in quel Paese lì.

Dal mappamondo al sogno di voler diventare hostess

La conseguenza di questo regalo fu quasi immediata: la consapevolezza spietata che il mondo è grande, l’isoletta infinitamente piccola rispetto a tutto quello che c’è da scoprire. E quindi eccola, l’unica soluzione che la bambina si prospetta per poter arrivare dappertutto: trovare lavoro come hostess di volo. Semplice, no?

Mamma, ho deciso che da grande diventerò una hostess!

La mamma della bambina, con una storia tutta sua in tema di viaggi, persone care che decidono di partire dall’altra parte del mondo e via dicendo, già sobbalza al pensiero di una figlia vagabonda.

Amore, per fare l’hostess bisogna saper parlare molte lingue. Ed essere alte, e non avere gli occhiali. Quindi se da grande ci sono tutte queste condizioni, potrai fare l’hostess.

Non c’erano ancora le compagnie low-cost, e il mito dell’assistente di volo era ancora saldo. Donne di buona costituzione, allenate per gestire le emergenze in volo, che non vendono biglietti della lotteria. Per fare l’hostess effettivamente bisogna ancora rispettare certi requisiti, avere una buona vista, una statura minima (1,65m leggo su qualche sito), saper nuotare bene.

Quella bambina naturalmente ero io. Non so se mia madre lo sapesse già, che le mie prospettive di statura non fossero favorevoli, o che avrei sviluppato la miopia in età universitaria: fatto sta che si trattava di requisiti su cui io non avevo controllo. Tranne uno, imparare le lingue. Su quello potevo lavorare, in effetti.

La penna magica di English Junior e le improbabili traduzioni dall’inglese

I miei primi corsi “English Junior”, quelli con la penna magica che faceva biiip se sceglievi la risposta giusta, risalgono forse agli ultimi anni ’80. Non riesco a trovare riferimenti su Google; nessuno di voi collezionava gli stessi fascicoli?
Se ci pensate, non vi sembra ancora di sentire la sempiterna canzoncina

Come with me, come and play, English Junior every day!

Se ci siete, compagni di English Junior, battete un colpo!

Comunque, io sono cresciuta a pane e English Junior, collezionando *tutta* la serie. Se mi sia servita a imparare l’inglese, non lo so, ma di sicuro di mio ci mettevo molta buona volontà.
Nel corso degli anni mi sono dilettata anche con le traduzioni delle canzoni delle mie band inglesi preferite, e con ore e ore di ascolto dei programmi Mtv, che nei primi anni ’90 venivano trasmessi come parentesi pomeridiana nel palinsesto di VideoMusic, poi diventata Tmc2.

Non mi perdevo nemmeno un pomeriggio, adoravo ascoltare e ripeter l’accento British di queste presentatrici post-adolescenti con pettinature strambe (al mio occhio di 12enne del paesello) e magliette attillate.
Le ho ascoltate così tanto che ancora  ricordo il numero di telefono a cui chiamare per scegliere la vostra canzone del cuore, nel caso vi interessasse fare un tentativo:

441483461061, and make your phone call!

Insomma, per me studiare l’inglese è stato da tempo immemore il biglietto da visita per potermi concedere un futuro di viaggi e scoperte.

E infatti sono finita a studiare Economia

La vita ha fatto un altro giro, decisamente più lungo, e ci si è messa di mezzo con condizionamenti, aspirazioni illusorie e pressioni che nel candore dei miei 6 anni non avevo preventivato.

Non sono mai arrivata a misurare oltre il metro e sessanta (anche se una carta di identità ormai scaduta mi aveva concesso 3 cm in più), mi mancano circa 2 diottrie per occhio e non credo di saper nuotare abbastanza bene da poter portare passeggeri in salvo.
Oltretutto, al momento della scelta della facoltà universitaria, il mio sogno di continuare a studiare le lingue si è interrotto davanti a un certo pragmatismo genitoriale e a una società che ti dice che devi scegliere degli studi che ti garantiscano un lavoro sicuro. La facoltà di lingue non sembrava essere nella lista, a quei tempi.
Per cui scelsi Economia. E non perché amassi particolarmente il tema, ma solo perché era l’unica facoltà che conciliava gli animi: illusione di trovare un lavoro “sicuro” e 2 esami di lingue straniere obbligatorie.

Ottime motivazioni per scegliere un percorso universitario, no? -_-

In ogni caso, studiare Economia alla fine non mi dispiaceva e avevo studiato per l’esame iper-basico di spagnolo. Per quanto riguarda l’inglese, un solo esame durante la triennale, ma per fortuna avevo dovuto riprendere l’uso della lingua durante la specialistica, quando i corsi si erano fatti un po’ più internazionali.
Nel frattempo avevo rinunciato al sogno di fare l’hostess, decantandomi per professioni più “sicure”, che però non avevano un nome preciso. Avevano a che fare con uffici, orari 9-18 e contesti manageriali internazionali e altre cose che finiscono in -ali.
Che brutta cosa il condizionamento sociale.

La laurea 3+2 in Economia mi è servita per trovare subito lavoro, questo sì.  Ma lavori che alla fine dei conti non si sono rivelati essere quelli che volevo. Ho avuto il mio primo contratto a tempo indeterminato dopo due anni dalla laurea, ma nel frattempo avevo studiato anche il francese e vissuto in Francia per un semestre.

Anche quando ho trovato lavori che avevano a che fare più coi numeri che con la comunicazione, il mio punto di forza è sempre stato la conoscenza delle lingue straniere.
Ero una delle poche a poter comunicare con i colleghi francesi nella loro lingua, senza dover decifrare l’inglese francesato, ero quella che non aveva problemi a fare presentazioni in inglese di fronte ai colleghi delle sedi internazionali.
E poi sono diventata quella che lascia i contratti a tempo indeterminato e se ne va dall’altra parte del Mediterraneo, fiondandosi in un Paese ispanico senza avere una conoscenza sufficiente dello spagnolo.

Da quattro anni a questa parte lavoro esclusivamente grazie alla conoscenza delle lingue straniere. So fare anche altro, cose più tecniche, che hanno a che fare con il web, il linguaggio PHP e altri nomi spaventevoli. Ma il fatto che sapessi parlare le lingue, mi ha aperto queste porte che altrimenti non avrei mai saputo varcare.
Messe da parte le aspirazioni da “lavoro sicuro con laurea in economia”, ho rispolverato quella che era la mia passione originaria e l’ho rimessa al centro dei miei piani.
Non mi sono pentita di aver studiato Economia, anzi, mi ha dato tantissimi strumenti utili da usare sia in ambito lavorativo che personale; ma non ho nemmeno mai rinunciato a coltivare quello che per me è stato il primo amore: studiare le lingue e usarle nella mia vita di tutti i giorni.

La vita avrà anche fatto il suo giro, mi ha fatto fare “scelte sicure” al grido di tutti contenti!, mi ha illuso che quello di cui avevo più bisogno era la sicurezza e non la passione per quello che facevo. Mi ha poi aperto le sue porte magiche quando ho realizzato di aver sbagliato quasi tutto, a trent’anni e qualcosa.

Ma per fortuna non mi ha mai cancellato dalla mente il ricordo di quell’emozione infantile, girare il mappamondo fra le mani e sognare di poter comunicare con le persone, ovunque vada.

—☆—

E voi? Qual era il vostro sogno da bambini?
Siete riusciti a mantenerlo dentro la vostra vita, in qualche modo?

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14 Risposte a “Storia della bambina che voleva studiare le lingue straniere (e di come la vita abbia fatto i suoi giri)”

  1. Anche io da piccola volevo fare la hostess perché mi piacevano le lingue e volevo viaggiare, proprio come te. La passione per le lingue mi ha accompagnato nel corso degli anni, tant’è che ho finito per studiarne ben quattro e laurearmi in Lingue e Letterature Straniere. Purtroppo non sono riuscita a fare nessuno dei lavori che speravo potessi ottenere con la mia laurea ma la mia ottima conoscenza dell’inglese è stata un aiuto impagabile quando mi sono trasferita nel Regno Unito e ho dovuto districarmi con le varie pratiche burocratiche (conto in banca, ricerca di una casa, ecc). Anche se ora lavoro in un ambito completamente diverso, sono riuscita ad avere il lavoro che faccio adesso grazie alle mie competenze linguistiche che mi hanno anche permesso di iscrivermi a corsi di qualificazione professionale. Con tutta l’incertezza della Brexit sto pensando di emigrare altrove se le cose dovessero complicarsi. Urge rispolverare il mio spagnolo o il mio tedesco 🙂

    1. Siamo senz’altro la conferma che conoscere le lingue è un vantaggio enorme sul mondo del lavoro, a prescindere dalla carriera universitaria intrapresa 😉
      Rispolvera, rispolvera, che può sempre tornare utile! Anzi, in bocca al lupo per la scelta!

  2. Io volevo fare l’archeologo. lavoro alle Poste. Fine di una storia triste ^_^

    1. Ehehe Romolo, ma sono sicura che qualche altra passione di gioventù sei riuscito a realizzarla comunque!
      ^_^

  3. Altra hostess mancata!!! E altra che si imbambolava davanti al mappamondo! Io ho pure fatto 2 anni di giurisprudenza, poi fuggita a lingue e soffro di itchy feet …

    1. Eh, mi sa che siamo un sacco, noi hostess mancate! 😀
      Ma l’itchy feet va benissimo!

  4. Ho un collega che parla inglese francesato ed è un incubo capirlo!
    Comunque a parte tutto, meno male fare altro e non l’ hostess che ormai sono cameriere e basta… nulla contro le cameriere, ma pagare di tasca sopra un corso migliaia di euro per poi servire coca cola e vendere gratta e vinci ne faccio anche a meno in realtà!

    1. Eh per quello faccio riferimento al vecchio concetto della hostess tutta d’un pezzo. Ho diverse amiche che hanno lavorato come hostess nelle low-cost e purtroppo non ne raccontano granché bene. Io voto per la riabilitazione del vero lavoro della hostess, basta lotterie!

  5. Anche io avevo TUTTO English Junior, con tanto di musicassette e di contenitori rossi per le stesse, la penna bipbip e l’Orso Fred (you are here and me with you, oh my darling, darling Fred!). Giusto l’altro ieri mio marito, anche lui economista sulla carta, raccontava a un amico che tutti i lavori che ha fatto sono sempre stati trovati grazie alla sua conoscenza delle lingue. Purtroppo negli anni ’80 in Italia non c’era molta spinta verso lo studio delle lingue (credo neanche ora, ma adesso ci si può arrangiare più facilmente con internet).

    1. Cosa mi hai ricordato, la canzone dell’Orso Fred! 😀
      Ero sicura che avrei trovato qualcun altro con un’infanzia English Junior 😉

  6. Anche io avevo uno di quei mappamondi! Sono sempre stata affascinata dalla lingue straniere e da piccola volevo fare la traduttrice: poi crescendo ho continuato a perfezionare le lingue e ho pensato bene di viaggiare e vivere all’estero per metterle in pratica. La laurea in turismo era nuovissima quando l’ho iniziata: allora non dava tante garanzie di lavoro (i miei erano preoccupati) ma ho preferito seguire la passione e alla fine sono stati 3 anni bellissimi! Al giorno d’oggi, lavoro per un tour operator inglese in terra spagnola, quindi si, non sono diventata traduttrice ma faccio quello che mi è sempre piaciuto!

    1. Brava Alice, seguire le passioni a prescindere dalle “preoccupazioni” altrui non sempre è facile! 🙂

  7. Sai bene che io sono nella fase che tu forse hai già terminato, ovvero quella che per te è iniziata a 30 anni e qualcosa e invece a me è arrivata alla soglia dei 40.
    Sto spingendo la mia vita verso il cambiamento, per fare qualcosa che sia più coerente con le mie passioni e con il mio essere. Spero di riuscirci presto!

    1. Ti dico, una volta che inizi non termini più, quindi ecco, non ho finito di cercare.
      E ovviamente faccio il tifo per te! 🙂

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