Cose che mi stanco di sentire: se mi preoccupo è perché ti voglio bene.

mi preoccupo perche ti voglio bene hurt me

C’è sempre qualcuno intorno a noi che sente il diritto di dirci come la pensa, per il nostro bene, dicono, anche quando non vengono interpellati.
Quei qualcuno che siccome ci amano da morire, si preoccupano per noi ma sconfinano nelle lande della nostra vita personale, delle cose che vogliamo tenere private, delle nostre decisioni più intime, o del nostro sacrosanto menefreghismo.
[Vi sfido a dirmi che no, nel vostro caso no, siete liberi/e da condizionamenti esterni e le opinioni altrui raramente vi tangono.]
Il fatto che qualcuno si preoccupi per noi è una cosa bellissima, sia chiaro; preoccuparsi per gli altri è secondo me un grande segno d’amore.
Ma qual è il limite oltre il quale la preoccupazione verso gli altri diventa bisogno di imporre il proprio pensiero?
Abbiamo veramente bisogno della preoccupazione che si trasforma in sincerità a tutti i costi?
In “te lo devo dire perché ti voglio bene?”

Perché c’è modo e modo di esprimere preoccupazione.
C’è modo e modo di preoccuparci per chi amiamo, senza calpestare confini che non ci competono.
E qui parte la lista di come la vivo io e come me la fanno vivere gli altri.

Il silenzio stampa (con logorío interno)

Senza dubbio l’espressione meno invasiva. Mi preoccupo, so che la persona che amo sta prendendo delle decisioni avventate o scegliendo una strada che personalmente non condivido. Però decido di star zitta, non esprimere un parere in merito, se non dietro esplicita richiesta.
Apprezzato in molti casi, ovvero quando non si tratta di preoccupazioni relative a scelte veramente grosse o a rischio estinzione.

Le domande mirate ma oculate

È la diretta conseguenza del metodo sopra. Se la persona che ho davanti mostra una certa indecisione, chiede un parere, o magari non sembra rendersi conto (ma sul serio) delle conseguenze delle proprie azioni, io preferisco usare le domande oculate. Cioè quelle che puntano a sapere come si sente l’altra persona di fronte alla propria scelta. Capire se si tratta di un’indecisione dettata dalla paura o da possibile brancolamento nel buio. L’obiettivo non è anche dare la risposta, ma parlarne, esserci, preoccuparsi senza invadere lo spazio altrui.

Le domande che iniziano con “ma”

Questo per me equivale a orticaria nel 90% dei casi. Per cui cerco di limitarne l’utilizzo verso gli altri, e mantenere la calma quando questa espressione di preoccupazione viene usata nei miei confronti.
Esempi:

Ma non hai paura?

Ma non avevi detto che … [aggiungere un seguito vero o inventato, a seconda dei casi]

Ma cosa ne pensa… [aggiungere il nome di una persona importante per l’altra persona]

Ma perché invece non fai così? [in caso di consigli non richiesti]

E la peggiore di tutti i tempi:

Ma a me non ci pensi?

Più che preoccupazione verso l’altro, mi suonano tanto a “le tue decisioni rompono il mio equilibrio vitale, torna nei ranghi“. Egoisticamente tradotto.

I “dovresti” o preoccupazione coercitiva

I dovresti entrano a pieno titolo nel metodo preoccupazione-coercitiva.
Si tratta di quella parolina che viene infilata in frasi come

Dovresti pensarci bene
Dovresti pensare a me [o a pincopallo]
Dovresti essere più ragionevole [o sinonimi]
Dovresti essere meno/più… [il contrario di quello che l’altra persona è]

Lo scopo è più o meno lo stesso: far sentire l’altro colpevole per quello che sta tentando di dire, fare, confidare.

Sono diventata allergica ai dovresti, si vede?

Oltre che allergica, sono anche molto stanca. È un periodo di stanchezza generale, di scelte importanti ma che meritano di mantenere il loro low-profile, senza dovresti di mezzo, senza domande con ma, senza necessità di essere caricata della preoccupazione esterna.

Non sono mai stata brava a gestire con calma le invasioni di campo. Di solito mi agito; ero abituata a gridare più forte, ad alzare barriere, a interrompere le comunicazioni. Difesa aggressiva.

Non lo faccio più, è un dispendio energetico troppo grande.
E le mie energie le voglio conservare verso obiettivi più importanti.
Quindi opto per il silenzio o i no comment detti per esteso.
Che mi sono resa essere a volte molto efficaci. Ad averlo saputo prima.

Ma gestire la preoccupazione altrui nei miei confronti, quello mi riesce comunque ancora difficile.
Più che altro ne sento il peso, e questo basta a farmi sentire più stanca di quanto non sia già.

—☆—

Voi ci riuscite? E come?

Foto di copertina: Adam Birkett

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9 Risposte a “Cose che mi stanco di sentire: se mi preoccupo è perché ti voglio bene.”

  1. Concordo al 100%, anche io sono stufo di sprecare energie per gli altri.
    Punto.

    1. Mi sa che bisogna impararle a dosarle con oculatezza, queste energie 🙂 non voglio dire che non mi preoccupo per gli altri (anzi, peggioro con il tempo), ma che su certi argomenti bisogna saper trovare il proprio posto.

  2. Non riesco a non commentare questo tuo post… ma non sono certa che quello che ho da dire ti piacerà.
    Io ho subito così tante invasioni di campo in momenti di fragilità che mi sono chiusa sempre di più. Un tempo ero quella che interpellava tutte le amiche per le decisioni importanti, e valutava le opinioni di tutte… con il tempo sono diventata sempre più riservata e rispondo solo a domande dirette. Impaziente e nell’attesa che qualcuno cambi discorso.
    Il fatto è che se qualcuno è fragile (e a me è capitato di esserlo), scuoterlo lo fa solo andare in mille pezzi.
    Sono consapevole che gli errori facciano crescere, ma mi sarebbe piaciuto crescere di meno, a dirla tutta!

    Questa eccessiva introspezione mi ha reso completamente silente (il tuo primo esempio di atteggiamento) nei confronti delle scelte di vita delle persone che “in teoria” sono a me care.
    Mi sono sentita fuori luogo a far presente alla mia amica d’infanzia che andare a convivere dopo poco tempo, entrambi disoccupati e rimanere incinta subito dopo non fosse stata una mossa azzeccata. Ma l’ho tenuto per me. Poi lei ha fatto anche un altro figlio e io non sono più riuscita a dirle niente. In particolare (sulle sue scelte di vita) ma anche in generale. Perché non riuscirò mai a pensare che molte delle difficoltà di cui si lamenta si sarebbero potute evitare, con delle scelte più consapevoli. Ma non è la mia vita, è la sua. E’ quella che lei ha scelto di vivere. Solo che io non riesco più a farne parte perché è completamente diversa da: quello che desideravo per lei, quello che lei -fino a poco prima- desiderava per sé; ma soprattutto perché la rende infelice. E ora come ora non riesco a darle consigli di vivere quotidiano, perché ho l’impressione che quel vivere quotidiano faccia parte di un vivere più ampio, dove -per me- c’è qualcosa che non va.
    Sarebbe cambiato qualcosa intervenendo? No, molto probabilmente no. Ma so di non averci neanche provato. E il mio silenzio mi pesa perché è pavidità mascherata da “quieto vivere”.

    Un’altra amica ha fatto una scelta scellerata, decidendo di lasciare una carriera sul nascere per tornare nel posto dove era nata, per colpa di una malcelata “nostalgia”. Ho provato a farla ragionare, essendoci passata prima. Abbiamo parlato e argomentato. Lei ha fatto – com’è giusto- di testa sua, ma passa il tempo e lei ha capito che non è stata la scelta giusta. Ogni volta che ci sentiamo sorvoliamo l’argomento, perché si arriva sempre ad un punto in cui lei dice “avevi ragione” e io “non voglio avere ragione, voglio che tu faccia qualcosa per migliorare la situazione in cui ti sei cacciata”. Ma lei non lo fa. Per evitare dissapori, parliamo d’altro. Ma quanto altro c’è al mondo di cui parlare quando la tua vita stessa ti è in odio?

    La soluzione su come reagire “da brave amiche” alle scelte degli altri non ce l’ho. Mi sembra solo che “come fai, sbagli”.
    E che crescendo, si tenda ad omettere sempre di più la nostra opinione.
    Ma sono ancora convinta che il confronto, con le persone che ci vogliono bene e ci sanno ascoltare (non quelle che partono avendo già la verità in tasca, eh!) sia fondamentale per vedere bene gli aspetti di una decisione che sono a noi più inaccessibili.

    Ti abbraccio.

    1. Da quello che mi racconti, Virginia, in realtà mi sembra che ci comportiamo in modo abbastanza simile.
      E che abbiamo a nostra volta subito abbastanza invasioni, tanto che questa tua frase:
      > Io ho subito così tante invasioni di campo in momenti di fragilità che mi sono chiusa sempre di più.<
      esprime esattamente come mi sento io da qualche anno a questa parte.
      In realtà ho scritto questo post pensando a me stessa come la depositaria di preoccupazione altrui, cosa che stanca molto, appunto, e rischia di far andare in pezzi quando la situazione ci rende fragili.
      Non è un post per inneggiare al silenzio e al menefreghismo verso gli altri, al contrario. Ci sono tanti metodi per mostrare a chi amiamo che vogliamo il loro bene; possiamo rimanere in silenzio e ascoltare, chiedere e aiutare l'altro nel processo di decisione, dare la nostra opinione…sono le verità in tasca che ammorbano e spezzano. Quelle che fanno sentire forti chi le dà e ancora più deboli chi è in procinto di prendere delle decisioni importanti.
      È semplicemente il modo; mi piacerebbe che la "scusa" del volersi bene non fosse poi un modo per sentirsi autorizzati a dare sentenze.
      Un abbraccio a te!

  3. Invasioni di campo le subisco e ne ho subite molto in passato. “Purtroppo” le mie scelte di vita stonano con quelle prese fino ad oggi dalla stragrande maggioranza delle persone (amici/famiglia) che conosco. I “ma” i “dovresti” e “perché non pensi a ME/TIZIO/CAIO” etc ultimamente ne ho sentiti parecchi. C’è chi non li dice in modo diretto, chi ha provato a costruirmi strade artificiali intorno per farmi cambiare idea… ora dico, se c’è rischio estinzione è un conto, legami a una sedia. Però per il resto… beh iosono parecchio introversa, non amo rispondere alle domande, non amo manifestazioni pubbliche d’affetto. Alle richieste invasive mi chiudo a riccio. Alle domande troppo personali rispondo veloce e senza approfondire, poi cambio discorso. Sopravvivo così. Intorno a me non lo accettano, ma va bene così, che ti devo dire. Loro non possono cambiare me, io non posso/voglio cambiare loro. Mi basta che ognuno rispetti lo spazio altrui e sono felice e contenta.

    Un abbraccio!!!

    1. Vero, una volta che accettiamo che non c’è bisogno di cambiare gli altri, ma semplicemente di ammettere a noi stessi che ognuno ha diritto di farsi la propria strada, senza invasioni…le cose si fanno un pelo più facili 🙂
      Un abbraccio a te Claudia!

  4. A 35 anni non sono ancora completamente libera da condizionamenti esterni. Ci ho messo un po a dire ai miei che mi ero fatta un tatuaggio….Ah-ah.

    1. ahahah sai che ti capisco 😀

  5. […] a leggere l’articolo originale su Trent’anni e qualcosa e scopri il nostro […]

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