Likeami la vita e dimmi tu come stai?

Sarà l’effetto che i social media hanno sulle nostre vite, sarà la comunicazione facilmente unidirezionale che passa tramite Wahtsapp, ipotesi da quattro soldi, ma ho la netta sensazione che le persone abbiano sempre più difficoltà a chiederti “e tu, come stai?” e a voler sentire sul serio la risposta — scrivevo a inizio del 2015.

Per diverso tempo, questo dettaglio delle relazioni sociali mi ha fatto pensare molto, innescando per mesi una latente sindrome da piccola fiammiferaia secondo la quale a nessuno interessava come io stessi veramente. Poi a seguito di una rara combinazione astrale, ho magicamente iniziato a fregarmene.
Non ricordo più come sia successo esattamente. Credo che uno dei mantra del Guerriero, abbia finalmente iniziato a funzionare.
Scorri insieme al fiume, mi diceva spesso [sì, il Guerriero ha un lato filosofico barbuto tutto da scoprire].
Chiariamoci, penso ancora che a molte persone non interessi veramente ascoltare la risposta al “tu, come stai?“, ma me ne sono fatta una ragione.
Semplicemente ho iniziato anche io a chiederlo solo alle persone da cui mi interessa effettivamente ricevere una risposta.

C’è stato un periodo molto difficile della mia vita a Barcellona, in cui mi sono sentita sola come non mai (e no, non solo all’inizio della mia esperienza da espatriata in solitaria, ma qualche tempo più tardi).
Eppure avevo deciso di parlarne il meno possibile, se non con le persone che vedevo più spesso e che erano veramente presenti e disposte ad ascoltarmi.
In quel periodo ho realizzato quanto fosse difficile affidarsi sul serio a persone con cui valesse la pena condividere i miei pensieri e preoccupazioni in quel periodo.

Quante volte vi siete trovati nella situazione di rinunciare a dire veramente come vi sentite?

Vita da openspace

Ndr: applicabilissimo anche al lavoro da remoto e alle conversazioni via chat lavorativa, non temete.

Tipo quando arrivate a lavoro il lunedì, salutate i colleghi, vi sistemate di fronte al pc e chiedete “Come va? Avete passato bene il fine settimana?“. La domanda di rito, insomma, quella a cui normalmente la gente potrebbe rispondere si/no e far seguire una breve descrizione di quello che ha fatto, rilanciando infine a voi la stessa domanda.
Invece no: la risposta è un lungo, estenuante monologo sul fine settimana del/la collega che con dovizia di particolari vi racconta anche cosa ha mangiato e quante ore di siesta ha fatto fra sabato e domenica. Dopo la filippica, torna a lavorare, con soddisfazione. Mancherebbe l’ultima parte, quella in cui teoricamente dovrebbe almeno fingere di interessarsi a quello che avete fatto voi durante il vostro fine settimana…ma questa fase del dialogo non è pervenuta.

A fine giornata

State tornando a casa dopo una giornata faticosa, scendete dal bus e vi imbattete nel dirimpettaio. Contenti di fare due passi con qualcuno salutate e chiedete come va. Va che ha avuto una riunione improvvisa con il suo capo, che non è sicuro di averla gestita bene, che ha passato il fine settimana con un amico che è andato a trovarla però era una zecca che gli ha reso impossibile un minimo di riposo e di spensieratezza e poi ci si è messo pure il padrone di casa che non vuole cambiarle la caldaia e guarda, un casino, c’ho l’acqua fredda e una vita di merda, grazie per la chiacchierata, buonanotte e a domani.
Siete stati insieme una quindicina di minuti, c’è stato il tempo di tornare verso casa, salire sei piani di scale, intrattenervi con le chiavi in mano sul pianerottolo. E nonostante questo, nessun modo di accennare al fatto che anche il vostro lunedì è stato abbastanza pesante però il fine settimana è stato tranquillo…e insomma, niente, buonanotte.

Gli incontri casuali non desiderati

È sabato, site nel vostro caffé preferito e state mangiando una torta con un’amica come se non ci fosse un domani, incontrate una conoscente che si avvicina a chiedere come va. Va che vi intrattiene bellamente per circa un’ora parlando delle sue nuove conquiste, un tipo stra-figo conosciuto a una festa, che la fa molto contenta però non ha le abilità dell’altro suo amore non corrisposto che le ha detto chiaro e tondo che non potrebbe mai esserle fedele. E tutto questo mentre si ingozza di biscotti&cheesecake infilando di tanto in tanto nel monologo amoroso qualche consiglio sulla sua nuova paleo dieta – che per logica non dovrebbe contenere biscotti, però non le volete rovinare il momento, quindi non fiatate. Non fiatate anche perché la monologhista non è minimamente interessata a sapere cosa ne pensate, né palesa la voglia di sapere qualcosa della vostra vita.

Le conversazioni via messaggio su Facebook

Ogni tanto succede, riattaccate bottone con qualche vecchia conoscenza, o con qualche nuovo contatto che sembra interessante. Poi però vi rendete conto di esserci caduti di nuovo. Nel monologo del contatto Facebook, voi siete lì per fare da cassa di risonanza alle sue parole scritte. Così poi se le può rileggere e pensare di aver avuto una gran bella conversazione.
Le volte in cui mi capita, rimango sempre un po’ stupita. Più che altro dal fatto che mi vengono fatte delle domande, ma poi non c’è spazio per leggere la mia risposta. Cioè, potrei scrivere cipolla e l’altra persona andrebbe avanti comunque, in modalità marzulliana.
Ammetto che questa è la modalità di monologo che mi disturba meno: posso sempre far finta di esserci per scrivere un eh sì di contorno, ma il dispendio energetico è ai minimi storici.

✩·✩·✩

È veramente cambiato il modo in cui noi persone percepiamo la nostra vita?
Ci aspettiamo che, come se scrivessimo un post su Facebook o su un blog, gli altri siano costretti ad ascoltare i nostri monologhi solo perché sono apparsi nella homepage?
Vogliamo che gli altri mettano un like alle nostre vite e ci facciano sapere che gli piace molto quello che noi così generosamente gli propiniamo senza un minimo interesse a sentire cosa ribattono?

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Foto: Netflix, tratta dall’episodio Nosedive di Black Mirror.

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4 commenti

  1. I social non ci hanno reso più sociali ma più egocentrici. Ogni tanto anch’io sono caduta nel “il like a lui sì e a me no?”, dopodiché mi sono guardata dall’esterno e sono scoppiata a ridere; perchè non voglio finire in quel loop che osservo spesso e che, ad ogni chiacchierata, porta a contendersi la vita più interessante/intensa/stressante/attiva/scintillante. A volte funziona, porta tanti like e opportunità, ma ci vuole un sacco di impegno e molta voglia di mettersi in mostra; e io sono troppo pigra per tutto questo.

    Alice

    1. Però più egocentrici anche nelle relazioni “reali” e non virtuali? A me sembra di sì. Che una persona curi il suo profilo social a me può anche andar bene, nel senso che abbiamo sempre la facoltà di dire “ok questo non lo seguo più, mi ha stancato”. Ma nella vita di tutti i giorni, trovo pesante affrontare certi atteggiamenti egocentrici, dove l’interesse verso gli altri sembra sminuito.

  2. Ciao Giulia, buon anno! Condivido in pieno il tuo post ma aggiungo che i social si sono intromessi di prepotenza nelle conversazioni che avvengono di persona. L’ultima volta che sono andata in Italia, una sera sono uscita con una mia carissima amica che ha passato tutto il tempo a controllare le notifiche di Whatsapp con la scusa “se non rispondo non la smette di scrivermi”. No comment. Penso che la prossima volta inventero’ una scusa pur di non dovermi trovare a fare da ruota di scorta alle conversazioni su Whatsapp.

    1. Anche questo è vero! Certo che a tu per tu sarebbe più facile mettere un attimo da parte il telefono, e leggersi poi le conversazioni su WhatsApp quando si è soli. A volte mi sembra veramente che ci siamo rinchiusi dentro la nostra bolla…

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