Dell’abitudine vintage di vivere e basta, influencer di me stessa

io di fronte a un microfono: influencer di me stessa

Giugno è quasi finito e mi rendo conto che non ho messo mano al blog per quasi venti giorni.
È stato un mese molto intenso; se fossi una blogger seria che aspira a essere riconosciuta per questo, avrei potuto approfittarne e tempestare i social con le foto di posti che ho visto, persone con cui ho parlato, leccornie che ho mangiato.
Ma visto che la mia presenza sui social è ormai ridotta all’osso, questo non succede.
Anche perché quando vado all’estero vivo giorni di disconnessione totale o ancorati a quei pochi respiri di wifi pubblico che trovo.
In pratica faccio questa cosa super vintage che è vivere e basta, senza condivisione in diretta sull’etere.
Il che è molto liberatorio.

[Nel caso vi foste dimenticati del momento in cui mi sono desocializzata: Perché ho deciso di chiudere il mio account Facebook]

Ero all’estero il 15 giugno, il giorno in cui il roaming internazionale è ufficialmente morto e risorto dalle sue ceneri, ma aggratis.
Peccato che la mia compagnia telefonica italiana, che ancora non ha imparato a taggare i suoi utenti sul canale Twitter dell’assistenza cliente, abbia avuto un problema tecnico e mi abbia mangiato tutto il credito in un giorno solo.

Ti rimborsiamo, eh —mi hanno scritto. Quando, non si sa.
E in ogni caso ero talmente agitata per la conferenza in cui avrei dovuto parlare due giorni dopo che non mi sono nemmeno arrabbiata più di tanto.

Sei mesi all’insegna del “Ma chi me l’ha fatto fare?”.

Giugno è stato un mese di ansia. Ansia vera, ansia da prestazione, ansia da machicavolomelhafattofare.
Se posso azzardare una definizione di questi primi 6 mesi del 2017, sono stati un’accozzaglia di machicavolomelhafattofare.
Mi sono messa alla prova, oh se è vero!
E il tutto è culminato in questa metà di giugno, in una metropoli europea calda come non me l’aspettavo, calda come i marciapiedi di Milano in agosto.
Non me la sono goduta per niente: non solo perché la conferenza e il mio hotel si trovavano a tropecento km dal centro della città, ma l’ansia…l’ansia ha dormito con me togliendomi spazio dal letto, tirandomi la coperta, annebbiandomi la mente.
Avrei potuto essere a Johannesburg come a Bombay come a Pompu, e sarebbe stato uguale.
Questi primi mesi 6 mesi del 2017 sono stati densi di sfide crescenti e di coraggio di guardarle in faccia.
E che hanno visto il culmine in un sabato di giugno dopo pranzo, quando sono salita su un palco e ho parlato in una sala da 1300 posti.
Non erano tutti occupati, questo no, credo lo fossero per metà. Non ho un’idea precisa perché non sono riuscita a spaziare troppo con lo sguardo.
Ho chiesto alle persone di fiducia che erano lì con me di sedersi nelle prime file, e guardavo loro.

Quando parlo in pubblico ho bisogno di facce sorridenti in prima fila.

T. viene da un Paese nell’Africa del sud e parla prima di me.
È nervoso anche lui e mi chiede se ho dei consigli da dargli: per lui è la prima volta nella grande metropoli europea, la prima volta in Europa, la prima volta a una conferenza di quel calibro. Inanella molte più prime volte di me in un colpo solo.
Gli dico che non ho questa gran esperienza come oratrice, ma che nei mesi scorsi, anche se il pubblico era molto meno numeroso, mi è servito tanto avere delle facce conosciute e sorridenti da poter guardare mentre parlavo sul palco.

Se vuoi, puoi guardare me; io rimango qui in prima fila ad ascoltarti —gli ho detto.

Ma non credo gli sia servito: quando è salito sul palco sembrava un presidente.
È rimasto dietro il leggio, le mani ferme sui bordi di quel totem di plastica bianca e lo sguardo che spaziava sul pubblico.
Ha parlato in modo calmo e coinvolgente, ha raccontato una storia ispiratrice che ha incantato i presenti ed è stato bravissimo. Quando è tornato al suo posto mi ha abbracciato, era felice.
Io invece stavo ancora tremando, perché era arrivato il mio turno.
Non sono potuta rimanere dietro il leggio come ha fatto lui perché sono troppo bassa e dal fondo della sala si sarebbe vista solo metà della mia faccia.
Allora ho cercato di rimanere a lato del totem, e ho iniziato il mio discorso.
Guardavo le mie persone di fiducia in prima fila e mi sentivo relativamente più tranquilla.
Salvo che il mio corpo mi dava segnali di estremo nervosismo, primo fra tutti la disidratazione.
Mi sentivo la bocca desertica, tempestata di sabbia, e mentre parlavo allo stesso tempo pensavo a quanto dovesse sentirsi sgradevole al microfono il suono delle mie parole felpate di nervoso.

Invece pare che pochi se ne siano accorti. Quando ho finito di parlare, e le mie persone di fiducia si sono alzate per applaudirmi e io mi sono sentita finalmente libera e orgogliosa, ho ricevuto un sacco di abbracci. E di alzate di pollice, e di pacche sulle spalle.
E molti messaggi sul cellulare dalle persone che mi stavano seguendo da casa, in live streaming.
Ho scoperto di essere stata seguita in diretta anche dalla mia famiglia australiana, è stato bellissimo.

Vivere e basta, prendendo quello che viene.

Ora che è tutto finito, anche se non siamo ancora al 30 giugno, vorrei dire di aver chiuso questa parentesi di 6 mesi di sfide adrenaliniche.
Almeno, questo era il pensiero che mi consolava prima della partenza verso la conferenza.

Faccio questa, e poi per i prossimi 6 mesi dell’anno mi riposo, basta sfide —mi ripetevo in loop.

Ma so già che non sarà così.
L’ho saputo per esempio alla fine del giorno stesso della conferenza, quando T. mi ha detto che gli piacerebbe moltissimo se potessi partecipare a un evento nel suo Paese fra qualche mese.
E quando il mio “capo” mi ha detto che se volessi andarci, mi rimborserebbero le spese.
E quando il Guerriero mi ha detto che lui verrebbe con me al volo.
Ma anche quando io e lui abbiamo iniziato a pensare che dopo l’estate partirà una nuova fase del nostro nomadismo.

E insomma, che il pensiero consolatorio del “da luglio mi riposo” era appunto solo una consolazione, un comfort-thought a cui aggrapparmi per vincere la paura.

Praticamente sono influencer di me stessa, e direi che può bastare.

—❣—

Foto di copertina: Kelly Sikkema per Unsplash

 

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3 Risposte a “Dell’abitudine vintage di vivere e basta, influencer di me stessa”

  1. Mi hai fatto venire in mente quella volta che sono stata costretta a parlare davanti ad un pubblico di circa 1000 persone (ragazzi di scuola superiore per altro) con 38°. Ancora tremo al solo pensiero 🙂

  2. E’ difficile parlare davanti a tutta quella gente, bravissima che te la sei cavata con solo disidratazione 🙂

    1. Pensavo di morire di infarto prima di salire sul palco! Grazie 🙂

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