Vitrificati che il tempo passa!

Leggevo oggi un articolo secondo cui il governo della città giapponese di Urayasu ha deciso di stanziare 90 milioni di yen (circa 700k €) all’ospedale universitario di Juntendo per investigare e promuovere la tecnica della vitrificazione degli ovociti. Target di questa iniziativa sono tutte le donne della regione in età fertile, che ricadano cioè nella fascia d’età compresa fra i 19 a i 35 anni (lasso temporale in cui ha più senso congelare i propri ovociti, proprio perché al massimo del loro potenziale).
È risaputo che il tasso di natalità in Giappone sia uno dei più bassi al mondo, e pare che il 2014 sia stato uno degli anni più neri della storia del Paese sotto questo aspetto.

Non mi sembra male che un governatore cerchi di correre ai ripari quando si parla della natalità del suo Paese, e ben venga che si finanzi la tecnologia medica in questo senso.
Però ricordo come qualche mese fa lo stesso tipo di decisione, ma a livello aziendale, promossa da Facebook e Google avesse creato una bufera. A lavoro, fra colleghe, ne abbiamo parlato tanto: d’altronde chi più di noi – trentenni alle prese con relazioni instabili e contratti di lavoro da rinnovare – poteva sentirsi tirato in causa da questo dibattito?

I punti di vista sono principalmente due: c’è chi valuta positivamente questa proposta per le lavoratrici, considerandola come un vantaggio che permette loro di preservare la fertilità e non mettere limiti alla propria realizzazione personale in altri ambiti, come la carriera o esperienze di vita che l’arrivo di un figlio mette inesorabilmente in secondo piano. La gran maggioranza di noi, però, ha visto la strategia di Facebook e Google come un insulto alle sue lavoratrici,una sorta di implicita costrizione a “congelare per poter rimandare”, continuando quindi a essere produttive al 100% nel lavoro, senza pause maternità e priorità professionali che indietreggiano di fronte all’arrivo di un figlio.
E che sia il tuo datore di lavoro a consigliarti quali debbano essere le tue priorità nella vita, beh, forse è un attimino invasivo.

Anche io faccio parte della seconda categoria di pensiero.
Eppure lavoro con questo tema ogni santo giorno e vedo come stia crescendo il numero di donne che decide di vitrificare i suoi ovociti. Non trovo di per se sbagliato che una donna decida di ricorrere a questa tecnica: se ha ben chiaro nella mente che in futuro vorrà avere dei figli però le circostanze attuali non glielo consentono, sfruttare gli anni fertili migliori (possibilmente prima dei 35) e congelare quegli ovetti che col tempo perderanno qualità, può essere un buon investimento. Più che altro per non ritrovarsi poi nel giro di dieci anni a imbottirsi di ormoni un ciclo dietro l’altro per stimolare i pochi ovociti rimasti sperando che qualcuno abbia ancora voglia di essere fecondato in laboratorio, o passare per il difficile percorso (soprattutto a livello psicologico) dell’ovodonazione.
Quello che non mi piace è che l’entità che mi paga lo stipendio si permetta di entrare in un territorio tanto intimo della mia vita.

Mi è già successo altre volte, non lo nascondo, e ogni volta mi sono sentita violata nel mio sacrosanto diritto di farmi i cavoli miei.
Come durante quei colloqui di lavoro a Milano in cui avevo dovuto rispondere a domande sulla mia vita di coppia, sul lavoro del mio compagno ed eventuali progetti a due, o come quando sentivo che l’esito della selezione era già stato dettato dallo sguardo del responsabile risorse umane sulla mia fu-fede al dito (che infatti da quel momento iniziai a nascondere ogni volta che facevo un colloquio).

Recentemente mi è successo di nuovo, e stavolta non era un colloquio di lavoro, ma una revisione ginecologica, che possiamo fare gratuitamente ogni anno nella clinica per cui lavoro. Il simpatico ginecologo pacioccone, dopo avermi visitata, mi ha fatto le domande di rito sul tipo di protezione sessuale che uso e sulla mia intenzione di cercare una gravidanza nell’immediato futuro. È un ginecologo, ci sta che me lo chieda – ho pensato.
Quando però ha sentito le mie risposte, ha risolto l’equazione donna trentenne sessualmente attiva che non cerca una gravidanza con un bel

E allora cara mia è arrivata l’ora di vitrificare

Così. Come se mi stesse dicendo “e allora cara mia è arrivata l’ora che perda quei kiletti di troppo“.
Come se fosse una scelta che devo fare per la mia salute.
Mi sono limitata a sorridergli, salutarlo e tornare a lavoro.
Però mi sentivo come se mi avesse detto “bella mia, il tempo stringe, se aspetti ancora non diventerai madre naturalmente ergo non sarai mai una donna come si deve”.

Ok forse la mia mente crea molto rapidamente dei film sulla base di una frase detta per lavoro da un ginecologo di una clinica che – guarda caso – sta cercando di lanciare il business della vitrificazione: però voi come vi sareste sentite? È così scontato che una donna sui trenta debba sentire l’impellente bisogno di essere madre? Allo stesso tempo, è obbligatorio che una donna debba sempre dover fare delle scelte così perentorie sulla sua vita? Se voglio aspettare, devo vitrificare. Se non voglio aspettare, non devo farmi illusioni di carriera sul lavoro.

Aspettare, decidere in fretta, pensare al futuro. Chiamatemi inconsciente, ma per il momento preferisco una bella birretta in riva al mare, un libro in mano e una tastiera a portata di click [alla faccia dei vitrificatori].

 —♥︎—

Credits: anabelenrivero.com. Dedicato a tutte le donne che vivono come pare a loro.

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6 Risposte a “Vitrificati che il tempo passa!”

  1. io sono dall’altra parte della barricata, nel senso che il figlio l’ho fatto appena sposata. e ora la frase ricorrente è: “hai fatto proprio bene, ora sei separata e ti puoi godere la vita e in più hai un figlio”. Il corso di empatia era chiuso per tutti comunque… 😀

    1. eheheheh è che la gente se non ti dice cosa è meglio per te non è contenta 🙂
      almeno a te concedono degli “hai fatto bene”, cosa ben rara…empaticamente stanno a zero uguale, concordo comunque. un giorno stilerò una lista delle cose che hanno detto (e continuano a dire a me)

  2. io ti invidio perchè l’impellente bisogno lo sento eccome 🙁

    1. però non c’è niente di male nel sentirne il bisogno (di un figlio, capisco bene?). Credo sia meglio sapere bene cosa si vuole piuttosto che vagare nell’incertezza come tengo a fare io

      1. ma tu sembri felice 🙂

  3. […] 32 anni, avevo fatto una visita ginecologica nella clinica di Barcellona in cui lavoravo. Come avevo raccontato qui, il caro ginecologo che mi seguiva aveva emanato la sua sentenza, facendo quel famigerato 2+2: se […]

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