Donne sarde e senso del tragico – racconti di vita vissuta

take it easy

Ohiamommiatiarróri!

È un’espressione storpiata dal sardo campidanese. Leggetela un paio di volte, praticate la velocità della pronuncia, non dimenticate la ultima ó accentata.
Bene, avete pronunciato una delle esclamazioni di preoccupazione più comune fra le donne della mia famiglia.

Ero tentata di scrivere “fra le donne sarde”, poi ho pensato di ridurlo alle “donne campidanesi” perché credo che nelle altre province la parola arróri non si usi.
Infine mi sono limitata a loro, per essere sicura al 100%: sono le donne della mia famiglia a pronunciare l’ohiamommiatiarróri.

Letteralmente significa oh mamma mia che orrore.
Va accompagnato da un’espressione di spavento, più digrignate la faccia meglio è.
Se volete farlo proprio bene, magari appoggiate anche una mano alla guancia.
Teatrali, vi voglio teatrali…l’ohiamommiatiarróri non è da tutti.

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Mia nonna era una grande utilizzatrice di questa locuzione orrorosa.
Va da se che mia madre e le sue sorelle l’abbiano ereditata in tenera età con il corredo della prima mestruazione, per poi esercitarne le piene facoltà quando hanno a loro volta figliato.

La mia vita pre-emigrazione è stata un susseguirsi di ohiamommiatiarróri.

Tutte le brutte notizie che potevano funestare la vita del paesello —che diciamolo, non è proprio noto per essere un luogo ameno dove la gente vive la vita con allegria e spensieratezza, meritavano un ohiamommiatiarróri eventualmente corale (nonna madre e zia simultaneamente).

Se la panettiera ti accoglie alle otto del mattino con la notizia di un decesso, è ohiamommiatiarróri.

Anche se un bambino della tua scuola ha avuto un problema familiare, c’è un ohiamommiatiarróri.

Pure se una persona conosciuta ha un problema di salute e vengono richiesti dei semplici accertamenti, è ohiamommiatiarróri.

E anche quando uno dei tuoi amici decide di emigrare all’estero, o di partire per un gap year intorno al mondo, è il momento ideale per un ohiamommiatiarróri.
Lo so, forse lo state vedendo, non c’è esattamente una scala precisa di gravità che giustifichi quest’espressione.
Potrei dire, senza allontanarmi troppo dalla verità ne generalizzare, che l’ohiamommiatiarróri va bene in tutte quelle situazioni per cui le donne della mia famiglia entrano nel loop della preoccupazioneincurabile.
Ovvero ogni volta in cui si parla di problemi di salute, problemi matrimoniali, problemi lavorativi, espatri, allontanamenti dei figli dal nido. Direi che li ho coperti tutti.

Capite quindi che le occasioni per esprimere orrore sulla tragicità della vita sono molteplici.

Perché vedere il bicchiere mezzo pieno quando ci sono così tanti motivi per svuotarlo?

Afflitte da un’ansia quasi perpetua (e fin qui siamo nella statistica italiana media), le donne della mia famiglia non sono naturalmente le uniche a essere vittima di questa visione tragica del mondo.
Posso affermare con certezza che un’altissima percentuale delle donne sarde che conosco, sono propense a vedere la vita con gli occhi dell’ohiamommiatiarróri.
Poi magari lo esprimono con un’altra locuzione, dipende dal dialetto, ma il concetto non cambia.

Il senso della tragedia nella donna sarda non credo sia stato accademicamente studiato, ma è piuttosto una di quelle lezioni empiriche, che si imparano vivendo.

Lo capii ad esempio quando, infante, affrontavo con gioia i miei bagni al mare e le giornate in spiaggia.
Avvolta in una patina blu come solo quelle maledette creme solari per bambini riuscivano a fare, correvo felice verso l’acqua (solitamente almeno un’ora dopo l’arrivo in spiaggia, non sia mai che la colazione fatta tre ore prima non fosse stata digerita). Quando finalmente mi tuffavo, mantenuta a galla dai miei braccioli rosa shocking, e sbattendo i piedi come un’ossessa mi allontanavo di 2 metri dalla riva, ecco arrivare il richiamo —Tornaaaaaaaaaaaaaaa!
Mia madre, cappello di paglia e occhiali da sole, in piedi sotto l’ombrellone sventolava la mano destra al grido di Tornaaaaaaaaaaaaaaa!

Le cose erano due: o uscivo dall’acqua io o arrivava lei. In ogni caso, la morale era la stessa:

Ma lo sai che un bambino è morto allontanandosi dalla riva come stavi facendo?

Io, i miei fratelli e i miei cugini abbiamo avuto infanzie felici, spensierate, costellate di estati torride a giocare a pallone per strada o a saltare dentro i riquadri della campana disegnata sull’asfalto con i gessetti.

Ma con noi c’era sempre anche lui, la presenza invisibile del “bambino che è morto.
Ce n’era uno per ogni occasione:

il bambino che è morto allontanandosi troppo da casa in sella alla bici nuova fiammante
il bambino che è morto mangiando il prosciutto crudo troppo in fretta
il bambino che è morto bevendo l’acqua gelata
il bambino che è morto perché ingoiava i semi dell’anguria
il bambino che è morto correndo (e sudando)

Insieme a noi è cresciuto anche lui, il bambino che è morto facendo qualcosa, ed è diventato all’occorrenza
una ragazza che è morta uscendo da sola la sera
una ragazza che è morta perché era partita in viaggio da sola
un ragazzo che è morto perché aveva fumato uno spinello
un ragazzo che è morto perché era andato a studiare in una città pericolosa

Ora che lo vedo scritto, mi rimane il dubbio sul perché durante l’infanzia il bambino fosse sempre maschio e poi crescendo potesse essere sia maschio che femmina, comunque.

Il punto è che un sacco di gente, bambini, adolescenti e post adolescenti trentenni, sono morti nell’intento di vivere.
Questo alle donne della mia famiglia è sempre stato molto chiaro, e noi figli – ai loro occhi – non potevamo correre questo rischio.
Ohiamommiatiarróri!

—♥︎—

Sono sicura che ogni regione italiana ha le sue espressioni di ansia e preoccupazione materna: quali sono stati gli spauracchi infantili che le vostre madri hanno usato (e forse sperano di poter continuare a usare, come fa la mia) per allontanarvi dalle imminenti tragedie della vita?

 

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10 commenti

  1. Non ricordo se fosse mia madre a dirmelo, ma anche io sono cresciuta con la scomoda presenza del bambino che è morto facendo qualcosa. Anche nel mio caso ovviamente il bambino ad un certo punto è cresciuto ed è diventato il ragazzo che è morto facendo qualcosa 😀

    1. ahaha vedo che anche tu sei stata in allegra compagnia, quindi! 😀
      Io sono iper sicura che sia mia madre perché continua a dirmelo ancora oggi 😉

  2. Sono morta dalle risate leggendo questo post. Credo che la leggenda che corrobora il divieto di fare il bagno appena mangiato “perché un bambino ci è morto” sia parte del DNA italiano. Tra i grandi classici di mia mamma c’era anche il divieto di uscire con i capelli bagnati d’estate a quaranta gradi “perché ti ammali” 😀 La minaccia più grande per me era andare in collegio dai frati o dalle suore… di quello credo avrei paura anche alla mia età!!

    1. Le ore di attesa dopo mangiato sì, sono decisamente un must italico 🙂
      Ah certo, i capelli bagnati…anche per me! La minaccia della cervicale malefica è sempre in agguato.
      Il collegio di frati e suore mi manca, qualche volta mi hanno minacciato con il collegio ma mi sa che non aveva sortito grandi effetti 🙂

  3. Sono cresciuta esattamente nello stesso modo, d’altronde… sono sarda!

    1. Ah vedi, non ho toppato del tutto allora! 🙂

  4. Pure io sono cresciuta con le storie di bambini che finivano malissimo… qui in Germania invece hanno una mentalita’ molto piu’ Vichinga: i bambini corrono da soli in mezzo alle strade trafficate, saltano su dei tavoli con accuminati spigoli di vetro, si arrampicano su impalcature pericolanti a tre metri da terra. Suppongo che l’idea di base sia che se si perde un bambino, allora significa che non era forte abbastanza per la societa’ teutonica. E, alla fine, hanno tutti un sacco di figli, quindi uno piu’ o uno meno…

    1. ahaha molto vero! la mia prima esperienza con le mamme nordiche era stata in Francia ed ero scioccata da queste orde di bambini treenni che correvano felici nel parco senza mamme appresso! 🙂

  5. è una cosa mediterranea, forse, perché anche io so cosa vuol dire essere seguita da una incombente ombra di tragedia. Però, da mamma nordica, mi sono fatta l’idea che sia una questione di pessimismo. Più si va a nord più la gente è ottimista di base, e la mia teoria è che quando il clima fa schifo pensi che può solo migliorare. Noi abituati al sole invece viviamo nella costante paura della pioggia.

    1. Mi piace moltissimo questa tua visione Arya, la trovo illuminante!
      “Noi abituati al sole invece viviamo nella costante paura della pioggia.” – ma quanto è vero?!

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