Come vuoi cambiare il mondo? L’importanza delle parole.

cambiare il mondo con le parole

Da pochi mesi faccio parte della comunità Polyglots italiana, una partecipazione totalmente volontaria e motivata dalla mia passione per il lavoro che faccio con WordPress e per il mondo delle traduzioni.
Sono una laureata in lingue mancata, dopotutto.
Qualche giorno fa ho partecipato a un evento online dedicato alle traduzioni di WordPress: il Global WordPress Translation Day.
Insieme a un collega tedesco, una spagnola e uno svedese, abbiamo parlato in streaming di come possiamo migliorare le traduzioni di WordPress cercando di utilizzare la neutralità di genere per rendere il linguaggio il più inclusivo possibile.
Peccato che a molte donne in primis sembri non piacere essere “incluse” nel discorso.

Donne che si sentono sminuite quando le si parla al femminile

Ci sono Paesi, come la Germania, in cui il dibattito sul genere e l’abbattimento dell’uso discriminatorio della lingua, è molto attivo.
Ci sono Paesi, come la Svezia, in cui da anni anche la grammatica si è adattata alla parità di genere, adottando un pronome neutro inclusivo del maschile e del femminile.
Magie della lingua che evolve.
Io dovevo parlare dell’esempio italiano, e avevo ben pochi esempi positivi da portare.
Sul tema, inutile negarlo, siamo ancora abbastanza indietro.
E anzi, l’uso di un linguaggio più inclusivo per le donne, è ancora spesso osteggiato dalle donne stesse.

Proprio ieri mi sono impelagata in una discussione su un gruppo Facebook, in cui un’avvocatessa dichiarava di sentirsi sminuita dal sentirsi chiamare così, perché lei è avvocato al pari dei suoi colleghi maschi e così vuole rimanere.
Come se coniugare al femminile il nome della sua professione potesse toglierle qualche merito.

Personalmente non sono una purista del linguaggio di genere.
Non mi sforzo continuamente di evitare le declinazioni al maschile neutro o di usare * o @ per occultare il genere.

Del tipo, che se in questo blog volessi usare un linguaggio scevro da connotazioni di genere, dovrei rivolgermi ai/alle miei/mie lettori/lettrici in questo modo, oppure dirvi che siete tutt* benvenut* a partecipare su queste pagine.

Ma non lo faccio, perché la maggior parte delle volte qui scrivo come parlo, e sono convinta che la parità di genere passi prima di tutto dal linguaggio che decidiamo di usare, ma non dalle forzature a tutti i costi.
Allo stesso tempo, se la lingua italiana mi mette a disposizione una coniugazione al femminile per declinare il nome di una professione o specificare il genere della persona con cui parlo, mi piace usarlo. E mi sforzo di farlo.
L’idea che usare il termine al maschile per certe professioni sia preferibile, perché equipara donne e uomini è secondo me ridicola.

Si va sulla stessa onda di chi usa l’espressione “con le palle” per riferirsi a una donna dal carattere forte: come se per essere considerate degne di rispetto dovessimo sempre aspirare a essere “più maschili”, soprattutto in ambito lavorativo.

Tra lamentele e uso improprio del linguaggio

Ho perso il conto delle conversazioni avute con le amiche che si lamentano di colleghi maschi che guadagnano più di loro, di capi che si permettono di fare loro battute a sfondo sessuale, di domande scomode sulla loro vita privata, degli sforzi enormi da fare per ottenere un riconoscimento della propria professionalità.

D’altronde ne ho parlato anche io qui, ricordando un colloquio di lavoro di qualche anno fa e le più recenti conversazioni con i miei clienti.

Molte persone continuano a vedere la questione del linguaggio che usiamo come secondario rispetto alle azioni: il classico ribattere sul tema ruota intorno a frasi come “non è questo ciò che serve per lottare contro la disparità uomo-donna, agiamo di più e parliamo di meno!” [copiato e incollato dalla conversazione Facebook di cui parlavo sopra].

Come se parlare e agire fossero due azioni scollegate tra loro.
Come se portare avanti un discorso teorico, escludesse la lotta vera, nella vita di tutti i giorni.

Che poi, mi si potrebbe spiegare com’è che si lotta sul campo, se non anche con l’uso del linguaggio?

Quante volte abbiamo risposto per le rime al capo/collega/vattelapesca che si permette un linguaggio sessista nei nostri confronti o di una collega?
Quante volte abbiamo partecipato o ridacchiato al pettegolezzo fra amiche/conoscenti/vattelapesca che etichettavano una ragazza dalla libera sessualità come troia/puttana/zozzona?
Quante volte abbiamo “scherzato” su una collega facendo un collegamento fra il suo aumento/promozione e quello che avrà combinato nell’ufficio del responsabile per ottenerlo?
Quante volte ci siamo sentite offese e abbiamo chiesto ai nostri partner/amici/familiari di cambiare atteggiamento o linguaggio nei nostri confronti?

Se abbiamo fatto tutte queste cose, se non abbiamo pensato che ci fosse qualcosa di male, se non abbiamo fatto nulla per evitarlo o per rifletterci sopra: beh, mi spiace confermare che sì, il linguaggio è decisamente importante nel modo in cui vogliamo lottare sulla parità di genere.

È che siamo così abituati a implicitamente considerare la donna in parte responsabile, anche quando la vittima è lei, che non ce ne rendiamo più conto. Ci scherziamo sopra. Ricamiamo storie.
Abbiamo imparato dalle donne della nostra vita (madri, nonne, zie, insegnanti…) a non provocare.
A stare attente a quello che diciamo.
A non far pensare all’uomo di essere troppo disponibili, o troppo indipendenti, o troppo coraggiose, o troppo rompipalle.
“Perché poi li spaventi”.
Ché anche gli uomini a dire il vero dovrebbero sentirsi offesi, da questi insegnamenti.
E invece sono comportamenti che continuano ad andare avanti per la maggiore, scalfiti nella pietra e ora dalle dita che picchiano tastiere.

E visto che le menti eccelse da tastiera non smettono mai di stupire, avete visto questo video promozionale lanciato da un servizio di fatturazione online per lavoratori autonomi?
No?

Ok, vedetelo e ditemi nei commenti cosa ne pensate.

Immagine di Cathryn Lavery

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2 commenti

  1. Ho visto il video… Sarebbe qualcosa di cui si potrebbe discutere se esistesse una versione con sessi invertiti. Siccome non credo che esista, non mi resta che constatare per l’ennesima volta quanta strada ci sia ancora da fare per raggiungere una parità dei sessi. 🙁
    Varrebbe la pena di segnalare il video come offensivo. Reazione eccessiva? Forse sì, ma l’alternativa è lasciarlo lì come se non ci fosse nessun problema.

    1. Sono completamente d’accordo con te. Naturalmente la versione a sessi invertiti non esiste, perché mai? Si è mai sentito che gli uomini si approfittino allo stesso modo delle donne? Poveri trentenni sfigatelli alle prese con delle sanguisughe come noi…
      Il video sta già facendo abbastanza scalpore, e addirittura alcune donne freelance (con una certa influenza nel mondo web) hanno scritto dei post sul perché hanno deciso di cambiare il servizio di gestione di fatture online dopo aver visto il video: http://www.alessandrafarabegoli.it/da-fattureincloud-a-fattura24/
      Mi sembra un ottimo modo di reagire 🙂

Cosa ne pensi?