Madri surrogate e machismo di fondo

In questi ultimi giorni uno dei magazine online che mi piace tanto leggere, la 27ora (blog al femminile del Corriere della Sera), sta affrontando da diversi punti di vista il tema della maternità surrogata.

Fra i contributi più discussi c’è quello di Aldo Busi che si chiede come facciano i genitori che scelgono l’opzione della madre surrogata a guardare i loro figli – definendo i bimbi “premi di una hybris vittoriosa” – e a non provare ribrezzo al pensiero che un’altra donna li abbia portati in grembo, donna cancellata dalla vita dei loro bambini una volta staccato l’assegno a suo favore, “a sigillo di una lettera di credito iniziale”. Busi si riferisce al fatto che le madri surrogate vengono profumatamente pagate per il loro servizio, e l’aspetto economico viene raccontato anche da Elvira Serra quando ci parla di Natasha, una delle protagoniste di “Madri, comunque”, il primo libro di Serena Marchi. Natasha è una ragazza ucraina che “lavora” per una clinica di Kiev e che ha già all’attivo 4 gravidanze surrogate. La madre in affitto ucraina parla di un rimborso spese di 10.000 euro per una gravidanza singola e di 15.000 euro per una gemellare, raccontando la sua esperienza in un modo così distaccato e professionale che a me, personalmente, ha dato i brividi. A leggerla non sembra nemmeno che stia parlando dell’esperienza di crescere un essere umano nel suo ventre per 9 mesi: lei stessa si definisce anzi “una macchina perfetta per procreare”. Non meno dura l’opinione di Susanna Tamaro, che si concentra proprio sull’aspetto dello sfruttamento del corpo di un altro essere umano, arrivando a paragonare il ricorso alle madri surrogate a una nuova forma di schiavismo.

Il lavoro che faccio mi permette di vedere la ricerca della maternità sotto le più varie sfaccettature: coppie etero, coppie lesbo, donne sole, ragazzine vergini, mature cinquantenni…tutte alla ricerca della maternità. E faccio il mio lavoro senza pregiudizi, prestando lo stesso appoggio a tutte e cercando nei limiti del possibile di immedesimarmi nella pelle di queste donne che vogliono essere madri – a volte è proprio il caso di dirlo – a tutti i costi. Che quindi ci siano donne o coppie (sia etero che omo) aperte alla possibilità della maternità surrogata, per me non è assolutamente motivo di scandalo. Ci sono donne che non potranno mai essere madri altrimenti, se non ricorrendo all’utero di una generosa donatrice. Ci sono coppie di uomini che, allo stesso modo, non potrebbero mai essere padri senza ricorrere a questa tecnica. E non giudico le motivazioni di chi decide di ricorrere alla maternità/paternità grazie alle tecniche di riproduzione assistita. Mi piace l’idea che una donna possa sentire dentro di se il potenziale per essere d’aiuto a un’altra donna, donandole i suoi ovociti o prestandosi altruisticamente ad affrontare il periodo della gestazione come Phoebe Buffay nella 4ª stagione di Friends o, nella realtà, come tentò di fare, senza successo, la mamma di Novella Esposito, la prima donna a battersi per poter usufruire della maternità surrogata in Italia, a fine anni ’90. 

Ma c’è una cosa che mi spaventa da morire, ed è la mercificazione del corpo della donna. Mi trovo mio malgrado a dover dare ragione alla Tamaro (che mai m’è stata molto simpatica) quando parla dello sfruttamento del corpo umano, secondo il concetto per cui io ti pago e tu mi dai il tuo corpo. Mi è stato ribattuto che queste donne che “affittano” il loro utero lo fanno sempre liberamente. Io però mi chiedo quanto sia libera una scelta dettata da motivi puramente economici: perché ad esempio nelle parole dell’intervistata Natasha non c’è ombra di un senso di altruismo nel fare ciò che fa, bensì di una pervicace volontà di poter dare una casa più grande alla sua famiglia, comprare cose, mettere da parte denaro. È veramente libera una persona che sceglie di fare una donazione così grande, mettersi così totalmente a disposizione della volontà di altre persone, solo per poter essere ripagata del suo gesto? Farebbe la stessa scelta se le proponessero di guadagnare quelle cifre con un progetto dedicato alle sue ambizioni e che sviluppi il suo talento? Offrirebbe ugualmente il proprio corpo in questo modo?

Da questa parte del Mediterraneo la maternità surrogata non è consentita dalla legge. C’è però tutto il resto, ci sono le banche del seme e quelle degli ovociti. Ci sono centinaia di ragazze che si rivolgono alle decine di cliniche sparse per il territorio per donare i loro ovuli, stimolare la produzione di follicoli, ricevendo in cambio un rimborso spese (un decimo di quello che prende Natasha in Ucraina, per un trattamento che dura un paio di settimane in media). Le vedo, guardo le loro foto, leggo le loro storie: sono giovani (non possono donare se hanno più di 35 anni), fanno i lavori più disparati, moltissime hanno avuto figli propri in tenerissima età, molte sono studentesse…molte altre probabilmente non hanno mai preso in mano un libro. Quasi tutte dichiarano di farlo per “motivazione mista”, un po’ per altruismo e un po’ per soldi. A volte mi ha colpito vederle arrivare il giorno del pick-up follicolare con il viso provato e la pancia gonfia (lo capiranno le donne che hanno provato gli effetti della stimolazione ormonale) accompagnate dal marito o dal fidanzato: che le accompagna alla porta e poi se ne sta fuori a fumare una sigaretta, o torna a prenderle quando hanno finito. E mi chiedo, ogni volta che vedo questa scena, ma perché devono essere sempre le donne? Perché per le donne si accetta così facilmente che “vendano” una parte del loro corpo per poterci guadagnare su? Ci penso quando poi parlo al telefono con la donna che riceverà quegli stessi ovociti e che mi dice “mio marito non vuole fare le analisi del sangue, se si potesse evitare…”. No signora mia, non si può evitare, le analisi del sangue sono obbligatorie per suo marito – eccheca’ – ma vuoi mettere un secondo di prelievo sanguigno in confronto alla stimolazione ovarica, le iniezioni sulla pancia ogni giorno, la sedazione il giorno del pick-up e i dolori post estrazione follicolare? Mi girano a mille quando le pazienti mi parlano dei loro poveri mariti a cui così crudelmente chiediamo un’analisi del sangue. Per non parlare di quando a lui consigliamo la biopsia testicolare: ci sono uomini (e non pochi) che preferiscono passare direttamente al banco del seme pur di non farsi toccare i gioielli da un bisturi.

Sto divagando. Ma il punto è questo, davvero vogliamo inaugurare quest’epoca come quello delle donne-macchina che procreano perfettamente e non sentono nessun legame con i bambini che crescono dentro di loro? Veramente si può lasciar proliferare tutto questo in nome della libertà della donna di disporre del proprio corpo? E se Natasha si sente libera di farlo, quante altre donne che prestano il loro utero alla clinica vedono questa come l’unica loro possibilità di sfamarsi? 

Il dibattito è ampio, e purtroppo difficile da sintetizzare tutto in un solo post. D’altronde questi anni di lavoro alla clinica della fertilità continuano a generarmi in continuazione nuove domande a cui spesso non so dare risposta. 

Foto credits: Emanuele Uboldi, “Wait”, Some rights reserved

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2 commenti

  1. […] Capita così di parlare di trattamenti di stimolazione ovarica, desiderio di maternità e le sue appendici con donne dell’Africa Centrale o del Maghreb, con qualche signora asiatica franco o anglofona […]

  2. […] Ho finalmente superato il pensiero malefico del catalogo umano, anche se nei momenti di stress, il dubbio torna ad affiorare. Mi dico che anche le donatrici, per essere inserite nel programma di donazione, hanno fatto una scelta di dono consapevole. Poi litigo con me stessa e ricordo quello che avevo scritto qui.  […]

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